Skip to main content
Esiti Articoli

L’esito della Cop28: greenwashing o veri passi avanti?

Dal 30 novembre al 12 dicembre a Dubai si è svolta la Cop28, con lo scopo di affrontare questioni cruciali riguardo all’emergenza climatica

Paola Michelozzi

Dipartimento di epidemiologia, Servizio sanitario regionale del Lazio, Asl Roma 1

By Dicembre 2023Febbraio 16th, 2024Nessun commento
Cop28
Fotografia di Lorenzo De Simone

La guerra in Medio oriente, il conflitto tra Russia e Ucraina, il rischio di pandemie stanno cambiando la prospettiva di riuscire a intraprendere azioni immediate per contrastare la crisi climatica: la multi-crisi che stiamo vivendo influenza, oltre le scelte dei governi, la percezione delle persone sulle priorità e sulle prospettive future del mondo, con conseguenze forse irreversibili sulle mancate  azioni per la sostenibilità ambientale. Secondo Il capo delle Nazioni unite per il clima “siamo sull’orlo di un precipizio”, dobbiamo agire subito. Le azioni per contenere l’aumento della  temperatura, necessarie e urgenti, sembrano invece sempre più lontane.

In questo nuovo contesto si è svolta dal 30 novembre al 12 dicembre a Dubai la Cop28 (Conferenza delle parti della convenzione quadro delle Nazioni unite sui cambiamenti climatici), con lo scopo di affrontare questioni cruciali riguardo all’emergenza climatica. Hanno partecipato capi di Stato, ministri e negoziatori, organizzazioni accreditate, attivisti, rappresentanti della società civile.  Quest’anno la Conferenza è stata presieduta da Ahmed Al Jaber ministro dell’Industria degli Emirati Arabi Uniti e amministratore delegato della compagnia petrolifera Abu Dhabi National Oil  Corporation, uno dei principali esportatori di idrocarburi al mondo. Immediate sono state le reazioni e le prese di posizione di dissenso su questa designazione ritenuta dai movimenti ambientalisti “un oltraggioso conflitto di interessi” che scredita la Conferenza e indebolisce gli esiti che si potrebbero raggiungere nella lotta al riscaldamento globale. Durante la Conferenza le  polemiche si sono inasprite grazie alle affermazioni di Al Jaber secondo il quale “non esiste alcuna scienza” che indichi la necessità dell’eliminazione graduale dei combustibili fossili per limitare il riscaldamento globale a 1,5°C.

L’incremento di 1,5°C come obiettivo target e i 2°C come limite superiore per il riscaldamento globale rispetto ai valori pre-industriali sono ritenuti i valori di riferimento, e i 2°C la soglia critica al di sopra della quale si verificheranno effetti a cascata con rischi drammatici per la salute umana. Molte aree (come l’area del mediterraneo e il nostro Paese) sono più vulnerabili di altre; con un incremento di solo mezzo grado in più i rischi di ondate di calore, siccità, stress idrico ed altri eventi estremi sarebbero più elevati in molte zone della Terra. Ma mantenere l’innalzamento della temperatura globale al di sotto di 2°C è un obiettivo ancora perseguibile? Il 2023 è stato l’anno più caldo mai registrato e, secondo il Centro europeo per le previsioni meteorologiche a medio termine, il 17 novembre 2023 è stata la prima volta in cui la temperatura globale ha superato i 2°C rispetto ai livelli preindustriali. Diversi studi indicano che il riscaldamento globale raggiungerà 1,5 °C gradi nel 2030, indipendentemente dalla quantità di gas serra emessi e dal fatto che le emissioni aumentino o diminuiscano nel prossimo decennio.

“Abbandonare le fonti fossili nei sistemi energetici in modo giusto, equo e ordinato, accelerando l’azione in questo decennio così da raggiungere la neutralità climatica al 2050, in linea con la scienza”.

Global Stocktake, Cop28 – 13 dicembre 2023.

Dall’energia nucleare alla giustizia climatica

A otto anni dall’Accordo di Parigi – il trattato internazionale sul cambiamento climatico adottato da 196 Paesi alla Cop21 svoltasi nel 2015 – non sono stati fatti molti progressi L’Unione europea e i suoi Stati membri avevano firmato e ratificato l’accordo e presentato la strategia a lungo termine per la riduzione delle emissioni e i piani aggiornati in materia di clima, impegnandosi a ridurre le emissioni del 55 per cento entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990 con l’obiettivo zero emissioni entro il 2050. Il tema principale in agenda alla Cop28 di Dubai è il primo bilancio globale delle emissioni di gas serra. L’Accordo di Parigi prevedeva, infatti, la revisione ogni cinque anni degli impegni presi dalle nazioni aderenti all’accordo per la riduzione delle proprie emissioni con il fine di spingere ogni nazione a mettere in atto azioni sempre più ambiziose e vincolanti. I risultati del rapporto tecnico dello stocktake globale pubblicato a settembre di quest’anno ribadisce l’urgenza di interventi e sono un nuovo appello all’azione.

Petrolio, gas e carbone continuano a rappresentare a livello globale circa l’82 per cento delle fonti energetiche e sono la causa di circa 3/4 delle emissioni globali di gas serra. La riduzione delle emissioni e gli impegni vincolanti dei governi rimangono l’obiettivo centrale della conferenza di Dubai che dovrebbe arrivare a un nuovo accordo, ancora lontano, visto che sulla carta le opzioni vanno da un’accelerazione del processo di eliminazione dei combustibili fossili, a un’eliminazione graduale, fino a un’opzione (sostenuta dall’Arabia Saudita) che non contempla l’eliminazione dei combustibili fossili. A Dubai la presidente della Commissione europea ha lanciato il “Global pledge on renewables and energy efficiency” che mira a triplicare la capacità di energia rinnovabile e migliorare l’efficienza energetica globale entro il 2030. Contemporaneamente oltre 20 nazioni, inclusi gli Emirati Arabi, si sono impegnate a triplicare la capacità di produrre energia atomica entro questo decennio per contrastare il cambiamento climatico. L’energia nucleare non può essere inclusa tra le fonti rinnovabili visto che i reattori sono alimentati a uranio (la cui estrazione e raffinazione peraltro sono processi ad alta intensità energetica); attraverso la fissione nucleare vengono prodotte inoltre scorie radioattive che devono essere stoccate, e rimangono potenzialmente pericolose per migliaia di anni. Tempi e costi per la realizzazione di reattori di nuova generazione, la loro efficienza, sostenibilità, sicurezza, oltre all’impatto ambientale dello smaltimento di rifiuti radioattivi, rimangono le questioni centrali che generano molte perplessità su tale scelta.

A livello globale, nel 2021 il 10 per cento dei Paesi maggiori emettitori è stato responsabile di quasi la metà delle emissioni globali di Co2, mentre il 10 per cento più povero solo dello 0,2 per cento; in termini di tonnellate di Co2 pro capite il 10 per cento più ricco ha prodotto in media oltre 200 volte di più rispetto alla media del 10 per cento più povero. Tuttavia sono i Paesi poveri che subiscono gli impatti maggiori della crisi climatica perché hanno meno risorse tecnologiche e minore disponibilità economica per interventi efficaci di adattamento e mitigazione. Le conseguenze dell’innalzamento della temperatura globale stanno esacerbando le disuguaglianze sociali esistenti, sia tra nazioni che all’interno dello stesso Paese aumentando i differenziali socioeconomici. Il tema della giustizia climatica riguarda la sicurezza e i diritti di tutti i paesi e implica combattere l’ingiustizia sociale, economica, di genere e intergenerazionale. A questo proposito, alla Cop28 è stato reso operativo il fondo Loss & damage, dopo la sua istituzione avvenuta un anno fa, destinato ai Paesi in via di sviluppo per il risarcimento dei danni causati dai cambiamenti climatici. Sul fondo sono stati sollevati però numerosi interrogativi relativi al suo funzionamento e all’entità dei fondi annuali che sarebbero necessari per l’adattamento dei paesi in via di sviluppo.

Crisi climatica ed esiti di salute

Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) gli impatti catastrofici del riscaldamento globale sono già evidenti con l’aumento della frequenza e gravità degli eventi meteorologici estremi e le conseguenze devastanti per la salute in tutto il mondo. Sempre secondo l’Oms un decesso su quattro è attribuibile a cause ambientali prevenibili e oltre 250.000 persone muoiono ogni anno a causa dei cambiamenti climatici (ma si tratta sicuramente di una sottostima). La Banca mondiale e l’Istituto per l’economia e la pace stimano che fino a 132 milioni di persone cadranno in povertà entro il 2030 a causa degli impatti diretti dei cambiamenti climatici sulla salute e circa 1,2 miliardi di persone saranno sfollate entro il 2050.

Secondo l’Oms un decesso su quattro è attribuibile a cause ambientali prevenibili e oltre 250.000 persone muoiono ogni anno a causa dei cambiamenti climatici.

Il 3 dicembre alla Cop28 è stata dedicata una giornata alla salute e i ministri della Sanità, assieme a quelli dell’Ambiente, hanno presentato una dichiarazione congiunta “Cop28 Declaration on climate and health” per sottolineare le priorità in materia di cambiamento climatico e salute. La dichiarazione sostiene la necessità di integrare la salute nell’agenda sul clima, identificando tra le priorità quella di sistemi sanitari più resilienti, di rafforzare la collaborazione intersettoriale per ridurre le emissioni, di massimizzare i benefici per la salute derivanti dalle azioni per il clima, di aumentare i finanziamenti per clima e salute. Tra gli obiettivi generali il documento sottolinea anche l’importanza di contenere le emissioni e ridurre gli sprechi nel settore sanitario (che si stima sia responsabile del 5 per cento delle emissioni a livello globale), promuovendo piani d’azione a livello nazionale di decarbonizzazione.

Gli operatori sanitari, le istituzioni sanitarie pubbliche, ma anche le aziende che operano nel settore sanitario e farmaceutico devono essere partner attivi nel processo decisionale sulla mitigazione dei cambiamenti climatici e sulle azioni di adattamento. Il compito della ricerca e della sanità pubblica è di:

  • documentare come la crisi climatica stia già avendo ed avrà in futuro un impatto sempre maggiore sulla salute pubblica;
  • valutare gli effetti sulla salute di interventi di adattamento e mitigazione;
  • identificare le aree e i sottogruppi più vulnerabili;
  • rafforzare e adattare i sistemi sanitari per rispondere all’emergenza climatica e sanitaria;
  • promuovere iniziative di sanità pubblica, per informare, motivare e coinvolgere la cittadinanza sulle azioni per il clima.

Uno degli obiettivi della ricerca deve essere documentare i co-benefici di salute che derivano dalle politiche per l’eliminazione dei combustibili fossili.

Le malattie croniche in Italia potrebbero essere ridotte del 30-40 per cento attraverso interventi in settori diversi da quello sanitario diretti a mitigare i cambiamenti climatici. Uno degli obiettivi della ricerca deve essere documentare i co-benefici di salute che derivano dalle politiche per l’eliminazione dei combustibili fossili, ad esempio evidenziando gli effetti di azioni che promuovono scelte alimentari più sane e modalità di spostamenti più attivi. I sistemi sanitari producono circa il 5 per cento delle emissioni nazionali di gas serra con il conseguente impatto negativo sulla salute umana: fissare obiettivi rigorosi per ridurre le emissioni di gas serra dal Servizio sanitario nazionale, con il sostegno dei fornitori del sistema sanitario, come le aziende farmaceutiche, è un obiettivo obbligato del prossimo decennio.

Dipenderà anche da noi. Come operatori della sanità possiamo impegnarci per contrastare gli impatti sulla salute dei cambiamenti climatici, per ridurre le diseguaglianze di salute che tale crisi sta amplificando, per chiedere azioni immediate ai governi per la transizione ecologica. Siamo ancora in tempo per evitare esiti drammatici sull’ambiente, sulla perdita di biodiversità, sulla salute umana, ancora in tempo per salvaguardare il benessere nostro e delle generazioni future.

 

Bibliografia