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Confini Articoli

Le guerre ci salveranno?

Conflitti armati e confini

Pirous Fateh-Moghadam

Responsabile Osservatorio epidemiologico, Dipartimento di prevenzione, Azienda provinciale per i servizi sanitari, Provincia autonoma Trento

By Marzo 2023Marzo 30th, 2023Nessun commento
la guerra e la sua natura sconfinata
Fotografia di Giacomo Doni

La prima cosa che mi è venuta in mente quando sono stato invitato a riflettere sul tema dei conflitti armati in relazione al concetto dei confini è la canzone “Games without frontiers” di Peter Gabriel contenuta nel suo terzo album, uscito nel 1980. Un disco del quale Gabriel realizzò anche una versione in lingua tedesca che ascoltavo all’epoca con l’ossessione tipica dell’adolescenza. Il ritornello della canzone recita “Krieg muss man schwänzen, Spiel ohne Grenzen” (“La guerra va marinata, un gioco senza confini”).

La motivazione ufficiale di una guerra è spesso il ripristino di un ordine, della sicurezza, di diritti, o la difesa di un confine. Ma una volta scatenata, la guerra non rispetta più confini di nessun tipo. Non rispetta i limiti giuridici delle convenzioni e del diritto umanitario internazionale; e non conosce limiti temporali, con effetti deleteri per la salute pubblica e per l’ambiente che tipicamente si estendono molto oltre la durata dei combattimenti. Anche i confini della logica e del buon senso vengono superati con estrema facilità e senza destare troppo scandalo nell’opinione pubblica. Guerre di aggressione diventano “operazioni speciali” o missioni militari di “difesa preventiva”, tipicamente per proteggere l’umanità da un nuovo Hitler che, a seconda del momento storico e dei punti di vista, ha nuovi nomi e volti diversi: Saddam, Milošević, Zelensky, Putin.

Una volta scatenata, la guerra non rispetta più confini di nessun tipo. E non conosce limiti temporali.

Nello stesso anno in cui uscì il disco di Peter Gabriel, l’esercito iracheno di Saddam Hussein, allora alleato degli Stati Uniti, oltrepassava il confine e invadeva il territorio iraniano. A distanza di poco tempo i due miei cugini iraniani, ancora minorenni, arrivano a stare da noi in Germania per non rischiare la confisca del loro passaporto. Difendere la patria contro l’aggressore, fino al martirio glorificato, era un obbligo nell’Iran di Khomeini, ma, fortunatamente, non è mai stato considerato tale nella mia famiglia. Nella loro nuova vita di migranti i miei cugini si sono trovati diversi confini da varcare: un nuovo Paese, una nuova città, una nuova famiglia (con gli zii al posto dei genitori), una nuova lingua, una nuova scuola (nella quale prendere brutti voti dopo anni trascorsi da primi della classe), il tutto in una fase della vita in cui si passa anche il confine tra adolescenza ed età adulta. Come è facilmente intuibile ho dovuto ripensare molto a tutto questo dopo l’invasione russa dell’Ucraina e il conseguente arrivo dei profughi ucraini, spesso accolti da familiari già presenti in Italia.

Oltre alla questione dei profughi ci sono anche molte altre analogie tra le guerre maggiori degli ultimi decenni che confermano la loro natura sconfinata: tutto diventa un bersaglio, le infrastrutture di approvvigionamento elettrico, idrico e di smaltimento dei liquami, le strutture sanitarie, le industrie chimiche con conseguente rilascio di sostanze tossiche nell’ambiente, le industrie che garantiscono la produzione di merci essenziali, i campi destinati all’agricoltura, strade, ponti, la rete ferroviaria. Le armi utilizzate non hanno solo effetti immediati, ma provocano direttamente e indirettamente anche effetti a lunga latenza. A questi vanno aggiunti altri effetti più generici e trasversali come l’aumento delle disuguaglianze sociali, il caos generale, l’interruzione delle attività scolastiche, universitarie e culturali, la distruzione di posti di lavoro, l’emigrazione di massa.

Da questo punto di vista, l’attuale conflitto in Ucraina non si distingue da quanto è stato documentato negli interventi di alleanze Onu (Golfo 1991) o della Nato (Repubblica federale di Jugoslavia, 1999), della coalizione angloamericana (Afghanistan 2002, Iraq 2003) o della Russia in Cecenia (1999) e in Siria (2015). La stessa condotta militare viene usata anche da Israele nelle sue “operazioni speciali” in Libano (2006) e a Gaza (2009 e anni successivi). L’obiettivo finale è sempre quello di distruggere deliberatamente l’ambiente fisico e la fibra sociale di un intero Paese e del suo territorio. Sempre, l’esito è la devastazione e un trauma che raramente trova una sua ricomposizione. Scrive Sigmund Freud [1]: “Essa [la guerra] infrange tutte le barriere riconosciute in tempo di pace e costituenti quello che si diceva il diritto delle genti, disconosce le prerogative del ferito e del medico, non distingue fra popolazione combattente e popolazione pacifica, viola il diritto di proprietà. Abbatte quanto trova sulla sua strada con una rabbia cieca e come se dopo di essa non dovesse più esservi avvenire e pace fra gli uomini. Spezza tutti i legami di comunità che possono ancora sussistere fra i popoli in lotta e minaccia di lasciar dietro di sé un tale rancore da rendere impossibile per molti anni una loro ricostituzione”.

L’obiettivo finale è sempre quello di distruggere deliberatamente l’ambiente fisico e la fibra sociale di un intero Paese e del suo territorio.

Un ulteriore confine risulta particolarmente minacciato dall’attuale conflitto in Ucraina, quello del rispetto del tabù nucleare, dal quale dipende non tanto il futuro dell’umanità ma il fatto stesso se l’umanità avrà un futuro. Tutti in fondo lo sanno, afferma Hannah Arendt, che “il temuto evento casuale che potrebbe mandare a monte tutti i calcoli e finalità della deterrenza reciproca, è più probabile che avvenga laddove il modo di dire, al giorno d’oggi da ritenersi semplicemente idiota, del «non c’è alternativa alla vittoria» mantiene ancora un alto grado di plausibilità” [2].

Come non pensare all’Ucraina? Il presidente russo Putin ha già minacciato più volte di non fermarsi nemmeno davanti a questo, estremo, limite. Sono gli ordigni più “piccoli”, cosiddetti “tattici” e destinati a un impiego sul teatro di guerra, a destare particolare preoccupazione, in quanto abbassano la soglia d’uso e incrementano quindi il rischio di una rottura del tabù nucleare (già parzialmente compromesso dalle minacce), con conseguenze che solo degli incorreggibili ottimisti potranno definire imprevedibili. La successiva escalation in una guerra nucleare mondiale risulta infatti altamente probabile anche ai militari statunitensi esperti nel condurre simulazioni strategiche belliche: “It ends bad. And the bad meaning it ends with global nuclear war” [3].

Le armi nucleari superano anche un altro limite, quello del lessico e della immaginazione. La potenza delle armi nucleari è tale da collocarle su una dimensione completamente diversa rispetto a tutto quello che possiamo definire come “arma”. Per Günther Anders [4] questo errore di classificazione è una delle cause alla base della nostra “cecità di fronte all’apocalisse” che ci impedisce di prendere coscienza e finalmente agire per eliminare questi dispositivi di sterminio.

Le armi nucleari superano anche il limite del lessico e della immaginazione. Per la loro potenza sono diverse da tutto quello possiamo definire come “arma”.

Invece di agevolare questa presa di coscienza i media sono invasi dalla propaganda bellicista, con solo brevi interruzioni, per lo più domenicali. Così anche in Italia si è fatta larga la bizzarra convinzione che incrementare le spese militari e la quantità e la qualità delle armi da mandare nella zona del conflitto sia l’unica possibilità per esprimere il proprio amore per la pace. “War is peace” non solo nel celebre romanzo orwelliano ma, ormai, anche nella cultura egemone mediatica e politica italiana.

In conclusione, i mali che le guerre creano, anche quelle difensive, e i rischi che comportano sono sufficientemente gravi da ritenere che l’unica possibile “giusta causa” per ricorrere ad esse sia la prevenzione di mali ancora più grandi. Per chi non è un pacifista assoluto, occorre quindi procedere a un bilanciamento tra il male creato dalla guerra e il male evitato da essa [5] prima di giungere a un giudizio a favore o contro. Se il primo supera il secondo, si oltrepassa un confine al di là del quale anche una guerra legittima diventa autolesiva e va prevenuta o fermata il prima possibile. Dopo 12 mesi di guerra in Ucraina è diventato davvero difficile negare che questo confine è stato da tempo superato (come era del resto prevedibile fin dall’inizio) e che occorre quindi mobilitarsi, a tutti i livelli e seriamente, per la pace, impiegando mezzi che non sono in contraddizione con il fine dichiarato.

Per chi non è un pacifista assoluto, occorre procedere a un bilanciamento tra il male creato dalla guerra e il male evitato da essa prima di giungere a un giudizio a favore o contro.

“L’idea dei confini e delle nazioni mi sembra assurda. L’unica cosa che può salvarci è essere cittadini del mondo”, rispose Jorge Luis Borges nel 1978 in un’intervista [6] alla domanda sul suo cosmopolitismo e aggiunge: “Le racconterò un aneddoto personale. Da piccolo sono andato con mio padre a Montevideo. Avrò avuto forse nove anni. Mio padre mi ha detto: «Guarda bene le bandiere, le dogane, i militari e i preti, perché tutto questo scomparirà; e tu potrai raccontare ai tuoi figli di averlo visto». È accaduto il contrario. Oggi ci sono più confini e più bandiere che mai”.

Da allora ulteriori confini e bandiere si sono aggiunti e i nazionalismi sembrano avanzare ovunque. Sarebbe tuttavia importante non farsi scoraggiare e recuperare almeno un po’ dell’ottimismo fantastico del padre di Borges, nonostante tutto.

Bibliografia
[1] Freud S. Considerazioni attuali sulla guerra e sulla morte (1915). In: Perché la guerra? (1932), pp. 20-21. Torino: Bollati Boringhieri, 1975.
[2] Arendt H. Macht und Gewalt. Piper, 1970.
[3] Il generale John Hyten, citato da Daryl G. Kimball. The 2022 Vienna Conference on the humanitarian impact of nuclear weapons, 20-22 giugno 2022.
[4] Anders G. Die Antiquiertheit des Menschen, vol. 1, pp. 233-308. Munich: C.H. Beck, 1994.
[5] Shue H. Last resort and proportionality. In: Seth Lazar, Helen Frowe (editors), The Oxford handbook of ethics of war, pp 260276. Oxford University Press, 2018.
[6] Un entretien inédit avec Jorge Luis Borges. «L’idée de frontières et de nations me paraît absurde». Le Monde diplomatique, agosto 2001.