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Confini ArticoliInterviste

Il confine è dove capisci che le cose son legate

La scrittrice norvegese Hanne Ørstavik lo racconta nel libro “Ti amo”

Intervista a

Hanne Ørstavik

scrittrice

A cura di

Nicolò Saverio Centemero

medico, Ente ospedaliero Cantonale Bellinzona Canton Ticino (Svizzera)

Chiacchierata sui confini con una scrittrice
Fotografia di Giacomo Doni

Invitai la scrittrice norvegese Hanne Ørstavik a presentare il suo libro “Ti amo” alla Fondazione Sasso Corbaro di Bellinzona, nel dicembre del 2021. Dopo quell’evento nacque, un po’ per caso, una profonda amicizia tra di noi. Da alcuni anni Hanne vive in Italia, a Milano. In una tiepida e soleggiata domenica di fine inverno, al parco Sempione, abbiamo registrato questa nostra chiacchierata sulla parola “confine”. Con Hanne, si è volutamente deciso d’intervenire il meno possibile sulla trascrizione della traccia audio. Volevamo provare a portare i lettori e le lettrici con noi, con due amici, nati in posti diversi e divisi da una lingua, che per lei – come capirete dal testo – resta una seconda lingua imparata da autodidatta vivendo in Italia.

Hanne, che cosa ti evoca la parola confine?

La parola confine per me è dove qualcosa viene accentuato, perché è distinto da qualcos’altro, un  confine è dove nasce o dove viene visibile o palpabile quello che distingue una cosa da un’altra, il  confine è la premessa per l’incontro.

Tu vivi principalmente a Milano. Tuttavia, in Norvegia, a Oslo, hai una casa e molti legami: i tuoi anziani genitori, tua figlia, molti amici, il tuo storico editore Oktober. Per questa ragione passi spesso il  confine tra questi due Paesi, Italia e Norvegia, così diversi. Questo influisce in qualche modo su di te?

Si può facilmente perdersi nel concetto convenzionale del  confine di un Paese. Invece, penso che il  confine tra vivere in due posti e due Paesi così distinti sia la lingua. Per venire in Italia, per vivere qui, ho dovuto imparare l’italiano, che è una lingua latina, e invece il norvegese è germanico. Non solo questa lingua con le sue origini, ma soprattutto la lingua come cosa fisica. Ma non è solo questo… è la luce, è il silenzio che è diverso, è il freddo che è diverso. Anche stamattina siamo usciti tu e io, siamo usciti tutti e due presto e faceva freddo a Milano, ma è un freddo diverso da quello che c’è a Oslo, cioè è qualcosa nell’odore, cioè essere un corpo a Milano è diverso dall’essere un corpo a Oslo.

Mi chiedo se adesso che il tuo italiano è fluente – lo parli più del norvegese se pensiamo alla quantità di tempo che trascorri in Italia – sia cambiato qualcosa nella tua scrittura?

Io penso che non potrei mai scrivere in un’altra lingua, in italiano, per esempio (Hanne scrive tutti i suoi libri in norvegese, nda). Ma, no, non credo, perché scrivere per me è proprio una cosa molto corporale, quando scrivo è come muovermi, e questo movimento deve venire senza testa, cioè io scrivo molto visualmente, vedo qualcosa, e scrivere è come se mi avvicinassi a quello che vedo, e questo avvicinarmi succede come movimento e non come pensiero. E questo movimento lo devo sentire come ritmo, come tono, anche come livello di linguaggio, cioè ci sono parole che sono troppo cerebrali e che tolgono il contatto diretto, e a volte devi usarle per qualche ragione e a volte no, ma queste cose sono scelte che sono fatte nel movimento e non nella testa. Per me scrivere è una cosa molto corporale, avvicinarsi a quello che vedo come movimento e non come pensiero.

Parlando del tuo mestiere di scrittrice e volendo un po’ generalizzare, mi stavo chiedendo: qual è il  confine di una scrittrice? Pensando al mio mestiere, il medico, direi che il  confine in medicina potrebbe essere quello tra il medico e il paziente o anche tra la malattia e la salute.

Io penso che per una scrittrice il  confine è lo scritto in sé. Quando ho iniziato a scrivere il mio libro “Ti amo” , per esempio, ho aperto un file sul computer e ho pensato: “Questo devo scrivere!”. L’ho iniziato e per me era un testo che pensavo: “Adesso se non scrivo questo esplodo, devo entrare qua”. Così ho scritto le tre prime righe, e sapevo che stavo scrivendo, e non lo sapevo quando ho iniziato ma quando ho sentito cosa avevo scritto, sapevo che adesso scrivevo, adesso ero entrata in un testo che è un testo letterario, che non è più mio, adesso siamo in questo posto quasi magico – o forse magico sembra troppo… no, è più un posto dove il mio io non è più il mio, dove il mio io è sottomesso a qualcosa di più grande, è sottomesso a uno sguardo che non è più solo il mio, che è lo sguardo del testo che inizia quando scrivo, e questo sguardo è uno sguardo di fianco e assieme al mio, e quindi è uno sguardo che ho solo quando scrivo, che è qualcosa di più, che si vede nel testo e che io posso in qualche modo anche appoggiarmi su questo sguardo quando scrivo, quel piccolo io quando scrivo veramente posso darmi perché non sono sola, c’è quell’altro sguardo che sta con me e posso darmi, e posso andare e lasciare e venire le cose, perché siamo noi due.

Più sono stata vicina alla sua morte progressiva, più si apriva la vita, con il dolore si apriva la ricchezza dell’amore.

In “Ti Amo” racconti il periodo che hai trascorso accanto a tuo marito Luigi Spagnol, da quando si è ammalato di tumore pancreatico fino alla sua morte. Tu, in quei giorni, insieme a Luigi, ti sei trovata davanti a molti  confini.

Ogni giorno diventava un  confine da passare, fin quando si è arrivati al  confine ultimo, il più tremendo, quello tra la vita e la morte. Più tu ti avvicini a qualcosa, quella cosa si apre, diventa più complessa; più sono stata vicina alla sua morte progressiva, più si apriva la vita, con il dolore si apriva la ricchezza dell’amore. Penso che il  confine è anche il punto dove si capisce che le cose sono legate, perché se c’è un  confine, c’è un  confine tra due cose che si legano, sono legate proprio dal  confine, sono una da un lato e l’altra dall’altro e sono fortemente legate, e io penso che vivere il nostro amore andando verso la morte con Luigi è stato entrare in un posto dove la parola “confine” non era più la parola più significativa. Certo, alla fine è morto, e quindi questo  confine non possiamo che accettarlo, ma prima era come se tutto era dentro tutto, si mescolava sempre di più, e forse no, forse non è neanche vero, ma è difficile dire; è così facile ritornare a qualcosa di convenzionale vicino alla morte, cioè tutto diventa diverso, per esempio si può pensare che in uno che sta per morire c’è tanto corpo che va via, che si degrada, che sta per dissolversi. Si può pensare che c’è tanto corpo ma per me è anche stata una grande mancanza del corpo, un grande rimpianto, la nostra vicinanza fisica che non  potevamo più avere perché lui aveva forti dolori e aveva un port-a-cath nel petto. Prima che lui si ammalasse, ogni giorno iniziava che  mi mettevo sopra di lui nel letto, in pigiama tutti e due e stavamo così almeno per cinque minuti, io sopra di lui, sentendo i corpi, eravamo come due scimmie, legati, e poi o si faceva sesso o ci si alzava. Questa cosa la si faceva ogni giorno, ma questo di aver sentito questa vicinanza che è altro, che quando lui si era ammalato non era più, questo è anche un  confine. C’è tanto corpo nella malattia, ma il corpo è diverso, e si vive la corporalità della vicinanza in modi diversi, perché mi sono sentita molto vicina a lui, da ammalato, eravamo legatissimi, era come se lo sentissi dentro al mio corpo, ma non lo sentivo più.

Purtroppo la malattia del compagno o della compagna ci mette di fronte all’evidenza che noi, come caregiver, non possiamo occuparci di tutto. Ci costringe, volenti o nolenti, a confrontarci con altre persone, i medici e gli infermieri ad esempio. Come hai vissuto il rapporto con il personale curante in quel momento?

Io ero abbastanza nuova, lui si è ammalato un anno e mezzo dopo che sono venuta in Italia, non parlavo così bene la lingua all’inizio ed ero anche diversa. Sono molto più socievole e aperta adesso di come ero quando sono arrivata, e anche adesso sono quattro anni, quasi cinque anni fa, e quindi io sono cambiata ma quello che mi mancava di più, perché mi mancava molto, era il contatto, il contatto emotivo, che non ci vorrebbe molto, ci vorrebbe qualcuno che mi avesse dato uno sguardo, perché io ero sempre in ospedale con lui, andavamo insieme e siccome io lavoro in maniera indipendente, potevo portare il computer, i miei libri, e potevo fare le mie cose ovunque. Quindi ero sempre con lui, anche perché a me piaceva stare insieme, era bello, era bello anche in quei giorni, ma questo rispetto, questo troppo rispetto di non entrare, non so come la pensavano tutti questi, il personale dell’ospedale, ma era come se avessero paura di diventare troppo personali. Però, cosa può essere più personale di qualcuno che sta per morire, qualcuno che sta lì con il dramma più grande della sua vita, e siamo esseri viventi insieme, siamo anche corpi celesti ma siamo anche vivi insieme… Pensa che quello che mi dava di più il contatto era l’egiziano che veniva con il cibo, era lui che aveva un sorriso, che aveva un qualcosa di presente, di emotivo, anche se era solo uno sguardo, ma era qualcosa che non si ritirava, che non dava distanza. Quindi questo sguardo mi è mancato molto, e soprattutto che loro mi trattavano come se non ci fossi, io ero di anco a mio marito, al mio amore, e tutto si rivolgeva a lui, ma io in qualche modo, come stavo io, come era essere io di fianco a lui, nessuno me lo chiedeva mai: “Ma come stai tu? Com’è questo per te?”, mai, era come se il malato era solo lui… ecco il  confine, di nuovo.

Cosa può essere più personale di qualcuno che sta per morire, qualcuno che sta lì con il dramma più grande della sua vita.

In questa tua testimonianza nel ruolo di caregiver, il  confine mi sembra sia diventato un muro…

Esatto, sì, e ancora di più perché lui stava per morire e io lo sapevo, sapevamo tutti che lui non voleva saperlo, non voleva affrontarla come una cosa così decisa e loro erano molto sensibili per questo, e la loro scelta era di seguirlo, di assecondarlo, ma io dovevo vivere, io dovevo continuare la mia vita e io avevo bisogno di altre informazioni di quelle che aveva bisogno lui, e quindi alla fine io ho dovuto affrontarli, io ho dovuto affrontare i medici da sola, da parte, perché in qualche modo non hanno mai detto “adesso facciamo un incontro con te” in ufficio, che per me sarebbe stato anche sentirmi vista e che si prenderebbero cura del totale Luigi, perché io facevo parte in qualche modo di lui.

Fin qui, ci siamo rivolti al passato. L’ultima domanda che vorrei farti, però, guarda al futuro. Se pensi a un tuo  confine nei prossimi giorni, mesi, anni… quale sarà?

Io penso sempre che il  confine più grande è quello tra il mondo interiore e il mondo esteriore, e penso a come vivere questo. Però, per entrare in questa cosa dell’interiorità e dell’esteriorità, io penso che a me serva l’arte. L’arte è tutte le cose, tutte le cose che esperiamo, che viviamo, che non sono per un obiettivo preciso, ma che viviamo per vivere, per esplorare, per allargare la vita, per fare esperienze, per conoscere chi siamo e come siamo. Questo lo viviamo tutti dentro di noi e per condividerlo c’è quel punto di condivisione che può essere un  confine ma è anche il ponte, e questo mi interessa più di ogni altra cosa.

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L’amore che resta

Un taccuino dei sentimenti e dell’evolversi della malattia del compagno con cui la scrittrice Hanne Ørstavik ha scelto di vivere in Italia. Una storia vera di una coppia e dell’amore, in quella terra di mezzo tra la vita e la morte. Come si può dire addio al proprio compagno?

Ti amo. Ce lo diciamo tutto il tempo. Ce lo diciamo, invece di dire altro. Cosa sarebbe questo altro? Tu: Sto per morire. Noi: Non lasciarmi. Io: Non so cosa fare. Prima: Non so cosa fare senza di te. Quando tu non ci sarai più. Ora: Non so cosa fare di tutti questi giorni, di questo tempo, in cui la morte è la cosa più visibile che c’è. Ti amo. Tu lo dici nella notte quando ti svegli coi dolori o tra due sogni e mi cerchi con il braccio. Te lo dico quando trovo la tua testa diventata piccola e tonda nella mia mano adesso che i capelli quasi non ci sono più, quando ti carezzo un po’ per farti girare e smettere di russare. Ti amo. C’era un tempo quando ti cercavo con la mano e sentivo la tua pelle, tendevo il dorso della mano contro le tue spalle, lo stomaco, le cosce, da qualche parte, durante la notte, ed era stabilire un collegamento, avere un contatto, con una parte piccola e senza linguaggio e forse molto giovane in me, una parte neonata, che avrebbe potuto provare pelle e calore e scendere, trovare il fondo nella notte, rincasare, arrivare. Ti amo. Non sei più nel tuo corpo, non so dove sei, ondeggi nella morfina, entri ed esci dal sonno o dal torpore e non parliamo della morte, invece mi dici Ti amo, e stendi la mano dal letto dove sei sdraiato durante le giornate, vestito e scrivi sul cellulare, scrivi un romanzo sul piccolo schermo, due tre righe prima di fluttuare nel sonno di nuovo, e io lascio lo stipite e vado verso te e ti prendo la mano e ti guardo e ti dico, anche io, ti amo.

[estratto dal libro “Ti amo”]