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Clima Interviste

Quando il “clima” non è democratico

Nulla di ciò che riguarda le iniquità di salute è inevitabile

Intervista a Sir Michael Marmot

Direttore Institute of health equity, University college London

By Dicembre 2022Gennaio 27th, 2023Nessun commento
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Fotografia di Lorenzo De Simone

Le catastrofi naturali e le emergenze ambientali impattano maggiormente sulla salute delle persone più fragili ed economicamente svantaggiate, che allo stesso tempo sono più vulnerabili al riscaldamento climatico. Anche le politiche per il cambiamento climatico possono contribuire alle condizioni di deprivazione che creano iniquità di salute. Ne parliamo con Sir Michael Marmot, fondatore dell’epidemiologia sociale e past president della Commissione sui determinanti sociali della salute presso l’Oms. I suoi studi sulle disuguaglianze di salute hanno portato alla pubblicazione della Marmot Review in cui sono descritti i sei obiettivi di politica sanitaria che richiedono un’azione mirata per raggiungere l’equità nella salute.

Qual è la relazione tra emergenza climatica e disuguaglianze a livello individuale, sociale e nazionale?

Dovremmo prendere in considerazione due aspetti: il primo è quello degli effetti dell’emergenza climatica e il secondo riguarda le azioni di mitigazione e adattamento. Entrambi possono avere un impatto sulle disuguaglianze di salute. Pensiamo per esempio agli eventi meteorologici estremi che sono sempre più frequenti. Quando l’uragano Katrina ha colpito New Orleans le persone che hanno subito più danni sono state quelle dei quartieri più poveri della città. Anche i quartieri meno disagiati sono stati colpiti dall’uragano ma molti dei suoi abitanti non hanno perso del tutto la casa né i mezzi di sostentamento e l’accesso all’assistenza sanitaria. Anche l’uragano che si è abbattuto su Porto Rico ha reso evidenti queste disparità, in termini di vite perse ad esempio: quanto più bassa era la posizione socioeconomica, tanto più alto era il tasso di mortalità a causa dell’uragano. Dunque questi eventi meteorologici estremi non colpiscono nella stessa misura l’intera popolazione e aumentano le disuguaglianze. Altrettanto è evidente con le isole di calore e le ondate di freddo nelle città che rientrano tra gli effetti dei cambiamenti climatici. Le conseguenze sono disuguali e possono essere ancora più gravi tra i più poveri. Lo stiamo vedendo ora in Gran Bretagna con l’arrivo del freddo e con la povertà energetica, come abbiamo documentato in un rapporto appena pubblicato [1]. Se consideriamo gli effetti dei cambiamenti climatici a livello globale qualcuno potrebbe affermare che sono vantaggiosi per l’industria vinicola britannica perché si potrà coltivare l’uva nel nord dell’Inghilterra o in Scozia. Potrà essere sì fruttuoso per il Nordeuropa, da un certo punto di vista, ma è una questione di vita o di morte per l’Africa sub-sahariana dove la siccità porta a migrazioni di massa, come già sta accadendo, di persone il cui sostentamento è diventato impossibile. Quindi le disuguaglianze sociali e sanitarie all’interno dei Paesi e tra i Paesi sono destinate ad aumentare proprio a causa del cambiamento climatico.

Le disuguaglianze sociali e sanitarie all’interno dei Paesi e tra i Paesi sono destinate ad aumentare proprio a causa del cambiamento climatico.

Poi c’è l’altro aspetto delle strategie di mitigazione e adattamento…

Serve fare attenzione che a loro volta le stesse misure di mitigazione e adattamento non aumentino le disuguaglianze. È vero che, se sale il prezzo del carburante, le persone ne faranno minor uso. Ma guardiamo a cosa sta succedendo ora in tutta Europa con i continui rincari. Più si è poveri, maggiore è la percentuale di reddito da spendere per il carburante. Questo significa stare al freddo oppure mangiare poco e male perché non ci si può permettere di riscaldare la casa né di comprare alimenti salutari. Ma sia il freddo che l’insicurezza alimentare fanno male alla salute e aumentano le disuguaglianze. Quindi dobbiamo fare attenzione all’incremento dei prezzi dell’energia in quanto gli esiti sulla salute saranno disuguali, accanendosi sulle fasce sociali più povere. Il rovescio della medaglia è che possiamo intraprendere altre azioni favorevoli per contrastare il cambiamento climatico e allo stesso tempo le disuguaglianze di salute. Per esempio, l’isolamento termico delle abitazioni, in particolare nell’Europa settentrionale, da un lato contribuisce a ridurre il consumo energetico e dall’altro riduce le disuguaglianze perché le persone più povere avranno case meno fredde. Pensiamo poi alla mobilità: introdurre una tassa di congestione per poter circolare con alcuni mezzi a motore avrà un impatto economico maggiore sulle persone con un basso reddito e minore sulle persone con un reddito più alto. Azioni di questo genere non possono che aumentare le disparità, a meno che le amministrazioni non garantiscano un trasporto pubblico efficiente e la sicurezza degli spostamenti a piedi e in bicicletta. Quindi sia gli effetti dell’emergenza climatica sia le misure per affrontarla possono far crescere le disuguaglianze di salute. Dobbiamo tenerne conto.

Dobbiamo fare attenzione all’incremento dei prezzi dell’energia in quanto gli esiti sulla salute saranno diseguali accanendosi sulle fasce sociali più povere.

Il gradiente sociale degli svantaggi ambientali. Le persone in condizioni socioeconomiche svantaggiate che vivono nelle aree più deprivate sono più esposte a condizioni ambientali sfavorevoli per la salute. Il grafico evidenzia la coesistenza di condizioni ambientali più o meno sfavorevoli in relazione al livello sociale: nelle aree meno svantaggiate, oltre il 70 per cento della popolazione non sperimenta condizioni ambientali sfavorevoli, rispetto a meno del 30 per cento residenti nelle aree più svantaggiate. Un ambiente malsano procura danni peggiori a chi già vive in condizioni di deprivazione.

Fino a che punto quindi le azioni locali e nazionali per l’emergenza climatica dovrebbero tener conto dei determinanti sociali e di salute?

Penso che tutte le azioni di governo sia nazionali che locali dovrebbero basarsi sui determinanti sociali e sull’equità nella salute, e non solo per affrontare il cambiamento climatico. Per questa stessa ragione, per il Climate change committee del governo del Regno Unito, abbiamo redatto un rapporto [2] in cui spieghiamo che le azioni per combattere il cambiamento climatico, se fatte nel modo giusto, potrebbero migliorare la salute e l’equità sanitaria e, viceversa, le azioni per migliorare la salute e l’equità sanitaria potrebbero ridurre le emissioni di gas a effetto serra. Abbiamo evidenziato cinque settori chiave di intervento: inquinamento atmosferico, trasporti, edilizia, lavoro, alimentazione. Ogni misura per ridurre l’inquinamento atmosferico porterà a una riduzione delle emissioni di gas serra. Questo vale per tutti, a tutti i livelli, in generale. Mentre gli altri quattro ambiti – trasporto, alimentazione, edilizia abitativa, lavoro – interessano le amministrazioni sia locali che nazionali e in parte globali. Ad esempio, è noto che alimenti diversi hanno un impatto ambientale diverso in termini di emissioni di gas serra: una dieta base di carne fa molto male al pianeta rispetto ai prodotti vegetali. Riguardo all’edilizia le politiche locali e nazionali dovrebbero tener conto che l’isolamento termico delle abitazioni può incidere sia sul riscaldamento globale che sull’equità della salute. Con le tecnologie che abbiamo a disposizione possiamo costruire alloggi a emissioni zero in termini di riscaldamento, isolamento e ventilazione. Nel rapporto abbiamo considerato anche i benefici per l’ambiente (in termini di riduzione dell’utilizzo di trasporti e di energia) della settimana lavorativa corta di quattro giorni a parità di stipendio, senza che questa riduzione dei giorni di lavoro, comporti un calo della produttività. Tutte queste sono indicazioni importanti per le amministrazioni nazionali e locali.

Le azioni per combattere il cambiamento climatico, se fatte nel modo giusto, potrebbe migliorare la salute e l’equità sanitaria. Viceversa, le azioni per migliorare la salute e l’equità sanitaria potrebbero ridurre emissioni di gas a effetto serra.

Vi è anche una forte disparità tra il Nord e il Sud del mondo in termini di chi contribuisce maggiormente alle emissioni di gas serra e chi è maggiormente danneggiato dagli effetti del cambiamento climatico. Con la Cop27 è stato istituito un fondo loss & damage. È sufficiente un fondo per una giustizia climatica?

Non può che essere parte della soluzione. Sarebbe molto utile se i governi pagassero quanto si sono impegnati a pagare. Cosa che però non hanno fatto. Quindi è straordinario andare in Egitto, alla conferenza sul clima, ed affermare: “Sì, riconosciamo le perdite e i danni”. È positivo che i ricchi paghino per i danni arrecati. In passato erano già stati presi degli impegni in tal senso, che però sono stati rispettati solo in piccola parte. Dunque l’idea di un fondo loss & damage non è sbagliata in un’ottica di giustizia climatica ma deve essere rispettata. Non possiamo pensare che la soluzione definitiva sia riparare le perdite e i danni finora arrecati, dobbiamo intraprendere azioni e cooperazioni globali per azzerare le emissioni in tutto il pianeta. Il fondo loss & damage è solo una parte della storia. 

Pensa che i medici o gli infermieri possano avere un ruolo importante per cambiare la situazione?

Rispondo partendo dal sondaggio annuale Ipsos Veracity Index sulla credibilità delle categorie professionali: tra queste figure professionali di chi vi fidate che dica la verità? In Gran Bretagna gli infermieri compaiono al primo posto guadagnando la fiducia del 93 per cento delle persone. Non conosco i dati italiani, ma non mi sorprenderebbe se la situazione fosse molto simile. Perché non ci si dovrebbe fidare degli infermieri? Noi medici siamo credibili per il 91 per cento dei risponditori. Anche se in misura minore degli infermieri godiamo di grande fiducia. Questo è importante perché nel lavoro di tutti i giorni i clinici non possono fare tanto per incidere sulla crisi climatica, ma i medici della sanità pubblica possono fare molto di più. La voce degli infermieri e dei medici è attendibile. Questo significa che possiamo fare advocacy a favore dei cambiamenti che si rendono necessari, perché le persone hanno fiducia in noi, e non in quanto rappresentanti di partiti politici ma come professionisti che teoricamente sono a difesa della salute della popolazione. Le nostre azioni rispetto all’emergenza climatica rappresentano una parte della salute della popolazione.

A cura di Laura Tonon

Bibliografia
[1] Lee A, Sinha I, Boyce T, Allen J, Goldblatt P. Fuel Poverty, Cold Homes and Health Inequalities in the UK. UCL Institute of health equity, settembre 2020.
[2] Munro C, Boyce T, Marmot M. Sustainable health equity: achieving a net-zero UK. UCL Institute of health equity, novembre 2020.

 

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