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Clima Interviste

La doppia crisi, climatica ed energetica

C’è una via di uscita, ma serve perseguirla subito e insieme

Intervista a Mariagrazia Midulla

Responsabile per il clima ed energia Wwf Italia

By Dicembre 2022Gennaio 27th, 2023Nessun commento
crisi climatica energetica
Fotografia di Lorenzo De Simone

Molti degli attentati alla biodiversità derivano dai veleni prodotti dalle nostre attività e scelte quotidiane. Oggi all’emergenza climatica si aggiunge quella dei costi dell’energia, a sua volta alimentata dalle tensioni geopolitiche e dalla guerra tra Russia e Ucraina. Ma la crisi energetica non può essere un alibi per rallentare la decarbonizzazione finalizzata a limitare il riscaldamento globale a 1,5°C, sottolinea al ritorno della Cop27 Mariagrazia Midulla, ambientalista con una vasta esperienza professionale nelle questioni climatiche ed energetiche. “Ogni momento, ogni politica, ogni investimento, ogni decisione contano per evitare ulteriore caos climatico”.

Cosa si può fare ora e subito per affrontare questa doppia emergenza?

La crisi climatica e la crisi energetica sono accomunate dai combustibili fossili che ne sono la causa. Per questo la soluzione delle due crisi, in parte, coincide: smettere di usare gli idrocarburi. L’alternativa di tipo tecnologico è l’accelerazione verso fonti energetiche rinnovabili che non inquinano e non si esauriscono e, nel contempo, ci permettono di risparmiare e usare in modo efficiente l’energia. Dei segnali in positivo su questo fronte ci sono. Per esempio, Elettricità Futura (l’unione delle imprese elettriche italiane, ndr) ha dichiarato di poter garantire in tempi brevi un’alta quota di fonti rinnovabili, con decine se non centinaia di migliaia di nuovi posti di lavoro. I produttori di energia sono ormai consapevoli che le fonti rinnovabili sono le migliori dal punto di vista sia ambientale che economico. Negli ultimi anni la domanda del fotovoltaico è aumentata e i prezzi sono crollati. Anche i tempi di installazione si sono ridotti, fatto salvo le lungaggini burocratiche che andrebbero accelerate per favorire e non contrastare la transizione verso le fonti energetiche rinnovabili. A queste si aggiungono soluzioni comportamentali, ma in senso lato perché risparmiare energia non significa tornare alla candela e al gelo, ma piuttosto non sprecare energia, usare solo quella necessaria. Questo fondamentalmente è il nucleo delle sfide che ci troviamo ad affrontare dal punto di vista climatico e anche ecologico in generale. Se noi cambiamo, possiamo far cambiare tutto: è un nostro potere che non stiamo usando abbastanza.

La crisi climatica e la crisi energetica sono accomunate dai combustibili fossili che ne sono la causa. Per questo anche la soluzione delle due crisi, in parte, coincide: smettere di usare gli idrocarburi.

Gli impegni presi alla Cop27 non sembrano andare del tutto in questa direzione. Come scriveva pochi giorni prima dell’inizio della Cop27 “le conferenze sul clima iniziano sempre grandi attese e finiscono spesso nella delusione di risultati inadeguati alla portata della sfida”…

E così è stato, in parte. La conferenza si è conclusa con l’affermazione che sono necessarie “riduzioni rapide, profonde e sostenute delle emissioni di gas serra” entro il 2030, ma senza una presa di posizione a favore dell’eliminazione graduale, o almeno della diminuzione, dei combustibili fossili la cui richiesta è stata bloccata dagli Stati produttori di petrolio e gas. Il phase out dei combustibili fossili è dunque assente nel testo della Cover decision finale, anche se resterà al centro dell’agenda politica per i prossimi anni. Una vittoria di Pirro per i produttori di carbone, petrolio e gas, ormai siamo tutti coscienti dell’urgenza di ridurre l’uso dei combustibili fossili. Con l’accordo di Parigi sottoscritto è stato fissato l’obiettivo comune di limitare entro il 2030 il riscaldamento globale a 1,5°C rispetto ai livelli preindustriali e questo obiettivo è stato confermato dalla Cop27. Dunque la decarbonizzazione è un obiettivo già assunto a livello europeo e internazionale. Ora mancano le azioni che non sono più rinviabili considerata la doppia emergenza. In tempi brevi andrebbero abbandonati i combustibili fossili senza cercare false soluzioni come, ad esempio, il nucleare a fissione che si sta cercando di riportare in auge: la costruzione e la manutenzione di una centrale nucleare richiedono tempi lunghi e ingenti investimenti, ne è una dimostrazione la centrale in Finlandia in costruzione da 15 anni e non ancora in funzione, che è costata quattro volte più di quanto preventivato originariamente. Anche sugli annunci sulla fusione bisogna fare attenzione: i risvolti operativi si avranno tra una trentina di anni, non possiamo certo permetterci di aspettare con la crisi climatica che già rischia di precipitare. La transizione dal gas al fotovoltaico o all’eolico è molto più rapida e possibile da subito, inoltre le fonti rinnovabili in generale sono ormai più economiche e non presentano gli stessi rischi ambientali del nucleare.

La decarbonizzazione è un obiettivo già assunto a livello europeo e internazionale. Ora mancano le azioni che non sono più rinviabili considerata la doppia emergenza.

Uno dei temi più dibattuti portati alla Cop27 è il meccanismo del loss & damage. Perché è così importante?

Lo è per una questione di giustizia climatica perché il cambiamento climatico è un pericolo che interessa tutti, nessuno escluso, ma causato da una parte del pianeta mentre a pagarne le conseguenze sono molto aree geografiche, come l’Africa, che non producono emissioni climalteranti e sono meno attrezzate per affrontarne le conseguenze. La Cop27 si è conclusa con la creazione di uno specifico fondo per perdite e danni provocati dagli impatti della crisi climatica nei Paesi meno responsabili delle emissioni di gas serra ma più vulnerabili alle sue conseguenze: un segno importante che non era per nulla scontato. L’Unione europea e altri Paesi industrializzati non erano arrivati alla Cop27 con l’intenzione di fare un passo così significativo. Il loss & damage è uno dei tasselli essenziali dell’intero processo della convenzione che si gioca su questa differenziazione dei ruoli. Con il protocollo di Kyoto sottoscritto nel 1997 era stato chiesto ai Paesi che sono i principali responsabili del cambiamento climatico di agire per primi. Gli Stati Uniti avevano rifiutato di ratificare il trattato. L’accordo di Parigi ha rappresentato un passo in avanti rispetto all’universalità delle azioni, chiedendo a tutti i Paesi – anche alle economie in rapido sviluppo – di dare il proprio contributo per contrastare il riscaldamento globale, anche se differenziato, in linea con il principio di responsabilità sancito dalle Nazioni Unite “common but differentiated responsibilities and respective capabilities”. Ora serve che i Paesi industrializzati e quelli in forte crescita economica diano dei segnali non solo riconoscendo il danno arrecato, ma dando anche il buon esempio sulla mitigazione e, quindi, sull’abbattimento delle emissioni. È impensabili che la Cina e l’India non mettano in atto delle azioni in questa direzione, e comunque lo stanno facendo. Però se non siamo noi ad agire per primi, non dobbiamo aspettarci che lo facciano gli altri.

Il cambiamento climatico è un pericolo che interessa tutti, nessuno escluso. Ma a pagarne le conseguenze sono anche quei Paesi che non vi hanno contribuito.

L’emergenza climatica, insieme alla salute e al benessere, è una delle sfide per lo sviluppo sostenibile definite dall’Agenda 2030 delle Nazioni Unite.

Dobbiamo essere consapevoli che l’azione climatica è la condizione essenziale per il benessere e la salute. Tuttavia nell’affrontare il tema dell’emergenza climatica vediamo i grandi cambiamenti, quando invece ce ne sono molti altri forse meno eclatanti, ma altrettanto pericolosi per la nostra salute. Non a caso i medici, gli infermieri e gli operatori sanitari sono tra i maggiori fautori dell’azione climatica. Le associazioni mediche e degli operatori della salute del Regno Unito sono state tra le prime ad annunciare azioni di disinvestimento dai combustibili fossili dei propri fondi pensione, unendosi nella UK health alliance on climate change. L’iniziativa era stata lanciata dal BMJ. Anche The Lancet aveva pubblicamente incoraggiato tutti i professionisti della salute a impegnarsi in una protesta non violenta per affrontare il cambiamento climatico. La decarbonizzazione non solo porterà vantaggi diretti nella prevenzione di aumenti esponenziali di malattie e pandemie, con morti premature e sofferenze, a causa degli impatti del cambiamento climatico, ma indurrà anche molti co-benefici per numerose patologie di origine o concausa ambientale. A questo si aggiunge il problema degli agenti infestanti correlati ai cambiamenti climatici che a loro volta causano gravi danni in agricoltura ma anche al territorio. Nell’area montana delle Dolomiti e delle Prealpi venete colpita dalla tempesta Vaia, il Bostrico tipografo, un coleottero, sta facendo ammalare gli abeti rossi. Di norma questo insetto attacca gli alberi caduti o al termine del loro ciclo vitale. La tempesta Vaia e gli inverni più miti ha quindi creato l’ambiente favorevole per la sua riproduzione ed espansione. Il caldo estremo rende gli abeti rossi più fragili e quindi attaccabili dal Bostrico, ma una loro perdita comporta a sua volta un dissesto del territorio; infatti, non a caso, si osservano già degli smottamenti proprio dove ci sono stati dei disboscamenti o nei punti dove molti alberi si sono ammalati. Dunque tanti cambiamenti, collegati tra di loro, stanno minando il nostro benessere. Affrontare l’emergenza climatica significa anche proteggere la salute e il benessere della popolazione.

Come diceva una parte delle soluzioni va ricercate nei comportamenti individuali. Come favorire comportamenti green e scelte responsabili anche nel lungo termine?

Dai sondaggi emerge che l’80-90 per cento delle persone è favorevole alle energie rinnovabili. Il problema però non è solo essere consapevoli dell’emergenza climatica, ma cambiare le proprie abitudini e in modo permanente. Le nostre scelte e i nostri comportamenti possono fare la differenza, anche nell’interesse delle future generazioni. E ognuno di noi è chiamato a fare la propria parte con responsabilità. Una strada da prendere potrebbe essere quella di incentivare economicamente i comportamenti green e scoraggiare quelli non rispettosi dell’ambiente. Servirebbero tante forze comuni che dovrebbero lavorare in modo convergente perché questo possa avvenire.

A cura di Laura Tonon

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