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Clima Articoli

Le coltivazioni minacciate dalla crisi climatica

Il caso dell’Emilia-Romagna

William Pratizzoli, Cinzia Alessandrini, Gabriele Antolini, Valentina Pavan, Alice Vecchi, Giulia Villani

Arpae-Simc Emilia-Romagna, Bologna

By Dicembre 2022Nessun commento
Fotografia di Lorenzo De Simone

L’Emilia-Romagna è ai primissimi posti tra le Regioni italiane per valore della produzione agricola e per valore delle esportazioni agroalimentari, anche grazie a una fitta rete regionale di servizi e a una sapiente attività promozionale. Tuttavia, gli impatti del cambiamento climatico, negli ultimi anni progressivamente più evidenti, potrebbero essere sempre più difficilmente compensati dai miglioramenti delle tecniche produttive e dei supporti tecnici.

L’analisi dei dati climatologici regionali evidenzia un aumento generalizzato delle temperature, più intenso in estate e nei valori massimi giornalieri. Il cambiamento climatico si manifesta anche sulle precipitazioni, più che sul valore complessivo annuale, sulla loro distribuzione stagionale, con significativa diminuzione delle piogge in estate, un aumento in autunno, e un’elevata variabilità, con il susseguirsi di eventi di pioggia intensa alternati a periodi sempre più frequenti e prolungati di siccità.

Il bilancio idroclimatico, definito come la differenza tra precipitazioni ed evapotraspirazione potenziale (acqua potenzialmente trasferibile in atmosfera dal suolo e dalle piante), mostra un calo della disponibilità idrica delle colture a livello annuo e, in particolare nel periodo primaverile-estivo, in cui l’effetto della diminuzione delle piogge si somma con l’incremento della domanda evapotraspirativa dell’atmosfera dovuto agli aumenti termici.

I danni diretti

Il progressivo aumento delle temperature comporta impatti diretti come una tendenza al superamento delle soglie di efficienza fotosintetica con conseguente calo della resa. Inoltre, il blocco della fotosintesi, associato ad elevato irraggiamento, provoca danni fisiologici sull’epidermide dei frutti e sulle foglie sotto forma di scottature.

Altri danni diretti sono dovuti invece a temperature troppo basse, nello specifico ai casi di gelate tardive, che negli ultimi anni sono più frequenti. L’aumento del rischio è il risultato della combinazione di inverni sempre più caldi, che portano a un risveglio vegetativo anticipato, e dell’incremento della variabilità termica primaverile, con più numerosi eventi di gelo tardivo in periodi di elevata sensibilità per la maggioranza delle colture (es. fioritura). Solo nell’ultimo evento della primavera 2021, sono stimati oltre 400 milioni di euro danni diretti e altrettanti indotti sulla filiera produttiva.

L’aumento delle temperature invernali può produrre altri danni diretti, come il mancato soddisfacimento in freddo, cioè un insufficiente numero di ore in cui la temperatura scende al di sotto della soglia necessaria a sbloccare la dormienza delle gemme, provocando un’irregolare e stentata fioritura.

I danni indiretti

I danni indiretti sono legati a parassiti e patogeni, la cui attività è direttamente connessa all’andamento delle temperature. Si possono elencare, in concomitanza del significativo riscaldamento degli anni Novanta, diversi esempi di aumento dell’aggressività degli insetti parassiti autoctoni, come la Cydia pomonella. Le nuove condizioni climatiche, in particolare l’aumento delle temperature invernali, permettono un più agevole svernamento e sviluppo di specie aliene come la cimice asiatica (Halyomorpha halys) anche grazie all’assenza di antagonisti naturali. Inoltre, diverse annate caratterizzate da temperature elevate e siccità hanno favorito la diffusione di funghi patogeni, che possono produrre danni diretti come la maculatura bruna del pero o indiretti come gravissime contaminazioni da micotossine nei cereali, nocive per la salute umana.

Fonte: Agricoltura, Eurostat (2014).

In generale, gli impatti osservati (e attesi per il prossimo futuro) più intensi si verificano nella stagione estiva, per la concomitanza della diminuzione delle risorse idriche e dell’aumento termico oltre i valori fisiologici ottimali. Una classificazione delle colture più sensibili al mutamento climatico si può quindi ottenere considerando quanto del loro ciclo di crescita è compreso nella stagione estiva, in relazione a specifici momenti dello sviluppo decisivi per le rese produttive. Nelle annate recenti, caratterizzate da siccità e ondate di caldo estivo, le maggiori criticità sono state riscontrate nelle colture primaverili estive come mais e soia e in frutticole a ciclo più lungo come pomacee e actinidia.

Particolarmente colpita risulta la pericoltura, che in questa Regione concentra quasi il 70 per cento della produzione nazionale: negli ultimi quarant’anni diverse fitopatie, in un contesto di variabilità della disponibilità idrica e di aumento di frequenza di gelate tardive, hanno colpito questa coltura. Danni così ingenti hanno portato, negli ultimi quindici anni, a una diminuzione degli impianti regionali da 23.000 a circa 17.000 ettari, a dimostrazione di quanto l’adattamento ai cambiamenti climatici in agricoltura sia ormai imprescindibile.

 

Un doppio problema globale

Per affrontare il cambiamento climatico i governi devono ridurre le emissioni di gas serra che in parte provengono dall’agricoltura che, però, a sua volta subisce gli effetti diretti e indiretti dei cambiamenti climatici che influiscono sulla quantità della produzione alimentare e sulla sua localizzazione. La soluzione non può essere ricercata solo nella riduzione della produzione agroalimentare che è destinata a crescere con l’aumento della popolazione previsto e con il mutamento delle abitudini alimentari a favore di un maggiore consumo di carne. La produzione e il consumo di cibo dovrebbero essere considerati in un contesto più ampio. Ciò consentirebbe di creare le necessarie connessioni tra agricoltura, energia e sicurezza alimentare. “Gli interventi politici mirati ad affrontare il complesso problema dei beni alimentari e della salvaguardia ambientale – scrive l’Agenzia europea dell’ambiente – non possono prescindere dall’impatto esercitato dall’agricoltura sull’ambiente e dalla sua importanza socioeconomica per molte comunità”.

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