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Ripresa/Resilienza Articoli

Un osservatorio civico della cittadinanza

Per garantire che il Pnrr sia più partecipativo e trasparente. Che le risorse siano distribuite in modo omogeneo su tutto il territorio

Anna Lisa Mandorino

Segretaria generale Cittadinanzattiva

By Marzo 2022Aprile 26th, 2022Nessun commento
Fotografia di Lorenzo De Simone

Nella determinazione di obiettivi e investimenti del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), ovvero in tutta la cosiddetta fase ascendente del Piano, non c’è stato alcun coinvolgimento della cittadinanza e delle organizzazioni di attivismo civico. Cittadinanzattiva lo ha segnalato fin dal primo momento e ci siamo anche attivati in questo senso, insieme a tante altre associazioni, costituendo un osservatorio civico sul Pnrr proprio perché crediamo che la partecipazione della cittadinanza attiva possa influenzare positivamente l’implementazione di questo Piano – visto che nella fase della definizione non è stato possibile intervenire – e renderlo più rispondente a quelli che sono i bisogni e le esigenze dei cittadini.

 

Un primo risultato importante lo abbiamo ottenuto, perché questo osservatorio civico è entrato a far parte del tavolo di partenariato previsto dal decreto “Governance” del Pnrr e ora ovviamente ne seguiremo gli sviluppi in tutto il corso, monitorando attentamente l’esito del Piano. Quello che servirebbe avere – e che al momento non abbiamo – è la trasparenza delle informazioni e della richiesta che continuiamo a fare a tutte le istituzioni competenti.

Servizi prossimi al cittadino

Il Pnrr riconosce come problema dei sistemi sanitari del futuro l’aumento delle cronicità e propone di sviluppare una rete di servizi territoriali. Tuttavia, c’è il rischio che trasferire a domicilio le cure della cronicità possa aggravare il carico di lavoro per i cittadini. Le associazioni dei malati cronici, di cui Cittadinanzattiva segue il coordinamento, hanno da tempo segnalato che il problema dell’assistenza territoriale fosse il vero problema della sanità italiana. Questo ben prima della pandemia, perché la sanità è orientata verso gli ospedali e non ha previsto negli anni scorsi un investimento significativo sul territorio, attraverso servizi diffusi, ovvero prossimi al cittadino. Nel Pnrr è prevista una particolare attenzione anche al tema della domiciliarità delle cure. Si parla della casa come primo luogo di cura, e questo è sicuramente un fatto positivo, perché erogare le cure a domicilio delle persone è sicuramente la soluzione migliore. Detto questo, “a casa” vuol dire avere una presa in carico completa, non vuol dire – come purtroppo oggi ancora accade – insistere sull’impegno e sulla disponibilità delle famiglie ad assistere le persone con malattia cronica. In questi giorni Cittadinanzattiva ha presentato un rapporto sulle politiche della cronicità che dimostra come il ruolo del caregiver e in particolare dei caregiver familiari, di chi in famiglia si prende cura a tempo pieno di un malato cronico, siano ruoli fondamentali. Ecco, la casa sicuramente è una soluzione di cura ottima qualora fosse possibile, ma alleggerendo le famiglie e non caricandole ulteriormente. Questo richiede un ripensamento profondo anche del modo in cui viene erogata l’assistenza domiciliare integrata.

 Continuità tra territorio e ospedale

Dal nostro punto di vista, per prendersi cura totalmente, a 360 gradi, di una persona – in particolare di una persona fragile, con patologia cronica – bisogna sempre più mettere insieme l’aspetto sanitario e l’aspetto sociale. È un discorso che si fa da tanto tempo, che ha anche delle norme molto visionarie a suo supporto, ma è un discorso che nel nostro Paese ha avuto poco spazio, perché l’aspetto sociale e l’aspetto sanitario hanno sempre fatto fatica a integrarsi. Nel Pnrr, per esempio, è prevista una riforma sugli anziani non autosufficienti, che si attende davvero da tanti anni, che prevede proprio questo: un’integrazione fortissima dell’aspetto sociale e dell’aspetto sanitario, perché il benessere di una persona deve essere garantito a 360 gradi e quindi non può intendersi soltanto in un’ottica prestazionale, tanto più quando la prestazione di per sé non assicura un livello di qualità accettabile. D’altra parte, quando si parla di case di comunità si fa riferimento proprio a questo aspetto, a una forte integrazione tra dimensione sanitaria e sociale, altrimenti le case di comunità sarebbero paragonabili a dei poliambulatori e non avrebbero alcun elemento di novità rispetto all’attuale assetto. Questa rivoluzione del modo di intendere la promozione della salute di una persona dovrebbe essere un po’ l’aspirazione dei sistemi sanitari e sociali del prossimo futuro.

Quando si parla di case di comunità si fa riferimento a una forte integrazione tra dimensione sanitaria e sociale, altrimenti le case di comunità sarebbero paragonabili a dei poliambulatori.

 Non perdere l’occasione

C’è un po’ il rischio che il Pnrr, anziché alleggerire, appesantisca le disuguaglianze. E questo perché per implementare i progetti, le misure, gli investimenti che esso propone e contiene, c’è bisogno di un’organizzazione efficace specialmente a livello territoriale. Ricordiamo che circa la metà dei fondi del Pnrr sarà utilizzata direttamente dagli enti locali, dalle Regioni, dai Comuni; questo richiede un livello di attivazione, di proattività, di competenze, di personale che ovviamente non è garantito ovunque e uniformemente nel nostro Paese. Da questo punto di vista occorrerà inserire degli interventi che vadano a rendere più equa la situazione e garantiscano che le risorse siano distribuite in modo omogeneo su tutto il territorio nazionale. Purtroppo, l’esperienza dei fondi europei nel passato lo dimostra: abbiamo spesso fondi a disposizione, ma se non ci sono le competenze e l’organizzazione per utilizzarli quei fondi saranno sprecati o, addirittura, rimandati indietro. Questo è un rischio che il Pnrr corre e a cui bisogna porre rimedio.

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