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Ripresa/Resilienza Articoli

Il Piano nazionale di ripresa e resilienza in prospettiva storica

I contesti, dal piano Marshall e dal New deal, sono mutati. La sfida, oggi, è quella di ricondurre l’economia su binari sostenibili e ripensare il patto di solidarietà nazionale

Carlo Spagnolo

Professore di storia contemporanea, Università degli studi di Bari

By Marzo 2022Aprile 26th, 2022Nessun commento
Fotografia di Lorenzo De Simone

Ho accolto l’invito a parlare del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) in prospettiva storica con interesse ma anche con titubanza, perché lo storico non soltanto non dovrebbe azzardare giudizi sul futuro, ma essere guardingo anche quando parla del presente, in quanto dismette i panni del suo mestiere per indossare quelli dello “scienziato sociale”, ossia entra in un campo che non è propriamente suo. Nel formulare qualche ipotesi provvisoria su cosa significhi il Pnrr per l’Italia, e provare a suffragarla con esperienze passate, ci si deve pur sempre collocare nell’ottica di prospettive parziali, che un domani potrebbero rivelarsi fallaci. La storia la si scrive quando un processo appare compiuto, o volge al termine. Come diceva Hegel, la nottola di Minerva si alza in volo al tramonto. Così il nostro esercizio avrà una sua giustificazione interrogandosi su cosa appaia, oggi, rilevante e per certi versi nuovo e cosa invece vecchio o irrisolto. Se un domani qualche storico dovesse ricostruire la storia del Pnrr, la prima domanda, tipica del mestiere, sarebbe se esso segna una fase nuova o se invece sia in continuità col passato, se faccia parte di vicende avviate nel secolo precedente o se annunci una nuova epoca negli obiettivi politici e nel rapporto tra poteri pubblici e mercato.

Se un domani qualche storico dovesse ricostruire la storia del Pnrr, la prima domanda sarebbe se esso segna una fase nuova o se invece sia in continuità col passato.

I termini di paragone più immediati sono il piano Marshall del 1947-1950, da molti evocato un po’ semplicisticamente come antecedente, e il New deal rooseveltiano, ossia il “nuovo patto” di rilancio dell’occupazione e dell’economia statunitense varato nel 1933-37, in risposta alla crisi del 1929. Ma i contesti, per fortuna, sono mutati e tutti dovremmo augurarci che il Pnrr – o meglio il Next generation Eu (Ngeu), di cui il Pnrr fa parte – si riveli significativamente diverso, perché entrambi i precedenti non furono poi così felici: il New deal non riuscì a risolvere la depressione dell’economia americana, fino a quando non intervennero il riarmo e la guerra; mentre il lancio del piano Marshall nel giugno 1947 si accompagnò alla guerra fredda, alla divisione dell’Europa e del mondo in due blocchi e al riarmo dopo il 1950. In retrospettiva, tra i due programmi statunitensi un nesso esisteva, in quanto, dopo la fine della Seconda guerra mondiale, il piano Marshall tentò di allargare all’intero Occidente quel modello di sviluppo e di consumi durevoli che il New deal aveva provato a governare e razionalizzare. Per non tediare i miei venticinque lettori, che a questo punto cominceranno ad annoiarsi, dico subito che l’assimilazione del Pnrr al piano Marshall mi sembra inappropriata, per ragioni di cui ho scritto in un precedente contributo [1]. Detto in sintesi estrema, il piano Marshall era un progetto politico di integrazione dei mercati occidentali sotto la leadership statunitense, e mirava nell’immediato a riequilibrare i conti con l’estero dell’Europa occidentale. Il Ngeu invece risponde a una depressione molto seria, quella avviata nel 2008, e in questo senso assomiglia un po’ al New deal, è introverso e non estroverso, è difensivo e non espansivo, è innovativo e razionalizzatore, sperimentatore e azzardato assieme.

 

Rilanciare coesione e valori

Il Ngeu riprende dal New deal l’idea di uno stimolo possente per cambiare la congiuntura, ma a differenza del programma di Roosevelt qui l’obiettivo non è la lotta alla disoccupazione né la mera ripresa del ciclo economico e nemmeno la razionalizzazione dei rapporti tra banca e industria (nel giugno 1933 col Glass-Steagall act gli Stati Uniti separarono il capitale finanziario da quello commerciale; nel 2020 è mancata una riforma strutturale dei circuiti della finanza e la crisi del 2008 è ancora davanti a noi). Stavolta l’obiettivo immediato era salvare e stabilizzare il mercato interno, e infatti l’attore principale non è stato un governo europeo quanto la Banca centrale europea (Bce) che ha iniettato grandi dosi di liquidità e ha assunto provvisoriamente il ruolo di garante di ultima istanza dei debiti pubblici. Manterrà questo ruolo stabilmente? La Bce garantisce il mercato monetario, non gli Stati: in assenza di un potere sovranazionale democratico, può solo stabilizzare l’esistente. Nell’incertezza sui compiti della Bce (e del giudizio sulle responsabilità della crisi) la Commissione europea e il Consiglio d’Europa hanno cercato di delineare una prospettiva di più lungo periodo attraverso il Ngeu [2], di cui il Pnrr fa parte. A ben guardare, il Ngeu contiene in sé una duplicità che andrà sciolta nel corso dei prossimi mesi: da un lato è un programma immediato di risposta all’emergenza, dall’altro dovrebbe orientare tutti i Paesi verso una strategia e una politica comune. Il nucleo del Ngeu è nel rilancio della coesione e dei valori, a cui si devolvono 776,5 miliardi di euro, su un totale di 806,9 miliardi.

Da un lato si vorrebbe aggiustare un meccanismo di crescita consumistica che non funziona più; dall’altro si chiede di trasformarlo in un circuito virtuoso e a impatto zero.

L’Italia, principale beneficiario del pacchetto, è anche il banco di prova di questo esperimento. Il Pnrr è lo strumento anticongiunturale, che deve ricucire i legami tra l’Italia e l’area dell’euro; mentre il passaggio a una nuova era tecnologica e ambientale annunciato dalla Commissione europea col Green deal, che dovrebbe dare un indirizzo politico di medio e lungo periodo all’intera Unione europea (Ue), ha ricevuto meno risorse (vedi tabella). Se la Bce è il volto nascosto della luna, il Ngeu ne è la faccia visibile, mira infatti a rinsaldare la coesione sociale, mettere in grado gli Stati membri dell’Ue di sostenere il debito pubblico, tornare sulla strada della crescita e intraprendere anche quella di una “crescita sostenibile”.

L’apparenza è che ci sia scarsa consapevolezza di un dilemma difficile da affrontare: da un lato si vorrebbe aggiustare un meccanismo di crescita consumistica che non funziona più; dall’altro si chiede di trasformarlo in un circuito virtuoso e a impatto zero. Forse per non spaventare nessun elettore, i governi dell’Ue non hanno avuto sinora il coraggio di dire quanto complessa sia la transizione verso questo nuovo modello, quali siano i costi e chi saranno i perdenti e i vincitori. In Italia si annuncia una divisione politica su questa faglia.

A spingere oltre il ragionamento, il Ngeu si annuncia quindi un progetto originale e molto diverso dai suoi predecessori, sebbene non nasconda obiettivi di rilancio dell’economia europea. Laddove delinea una strategia di medio-lungo periodo, per trasformare l’Ue nell’area più innovativa del pianeta attraverso la ricerca di una produzione compiutamente “sostenibile” – nel senso di neutralità di consumo di carbonio – il programma ci richiama a un imperativo categorico e suggerisce anche una convenienza collettiva a ridurre i costi attesi di catastrofi ambientali che si stanno già producendo. Ma qui è anche il nodo inestricato, perché si intravede già chiaramente uno scarto tra gli obiettivi di medio-lungo periodo e quelli immediati. Uno scarto che tormentò sia il New deal che il piano Marshall e su cui siamo tutti chiamati a prendere posizione.

Quanto c’è di nuovo e quanto di vecchio in questo scarto e che dilemmi comporta?

La novità non sta nel recupero dei vecchi modelli del New deal e del piano Marshall, ma nella esigenza di ripensarli a fondo per una selezione dei consumi e una profonda ristrutturazione delle filiere produttive. Il vecchio, paradossalmente, sta in ciò che a molti è apparso nuovo, ossia nel tentativo tardivo di costruire elementi di sovranazionalità per dare una chance ai paesi dell’Ue che dal 1992 a oggi hanno dato segni di maggiori difficoltà a stare dentro l’euro e il mercato unico, ossia a quelli che hanno più subito lo shock del 2020 perché non si erano ancora risollevati appieno da quello del 2008. Nel 2019 sembrava stesse per avverarsi la profezia di Ivan Krastev che annunciava “gli ultimi giorni dell’unione[3]. Il salvataggio dell’euro, avvenuto una prima volta col “whatever it takes” di Mario Draghi alla Bce, si è ripetuto una seconda volta con le misure di emergenza della Bce di Christine Lagarde e col Pnrr-Green deal nel maggio-luglio 2020. Si è adottata una politica sanitaria per tutta l’economia. Le scelte, anche molto coraggiose, adottate, hanno salvato l’esistente che stava crollando, i pazienti non erano soltanto le persone colpite dal virus. L’Italia è il grande malato dell’Ue, e la pandemia l’ha colpita per questo più duramente: popolazione anziana, tassi demografici ormai negativi, un calo dei salari reali dal 2009 in poi, un sistema sanitario sottoposto a tagli dall’inizio del XXI secolo, un sistema di istruzione al collasso, e un sistema universitario e di ricerca sottofinanziato al punto da essere ai livelli di Turchia e Grecia. Investimenti al palo da quasi trent’anni, e forze politiche incerte, tra loro alcune convinte che l’Italia sarebbe stata meglio fuori dall’euro, o ai suoi margini. L’Italia è troppo importante per l’Ue, troppo grande per fallire senza provocare terremoti nel sistema finanziario, siamo i secondi o terzi debitori al mondo, troppi creditori ne soffrirebbero; e troppo importante per la sua storia. L’Italia non era sola nel 2020, Francia e Spagna e altre nazioni sono state al suo fianco.

In questi anni ci giochiamo il futuro di una o due generazioni, è indispensabile che ci siano spazi di democrazia idonei, modelli di governance trasparenti in cui i saperi possano fare sentire la propria voce.

Tuttavia la copertura del Ngeu è temporanea, le resistenze ad aiuti ai Paesi deboli non sono cancellate ma soltanto sopite: il piano Marshall, non dimentichiamolo, durò tre anni appena perché il congresso statunitense era restio a concedere altri aiuti all’Europa occidentale e alla fine il presidente Truman cambiò strategia e passò al riarmo nel 1950, anche perché sapeva che per l’equilibrio del terrore gli americani sarebbero stati disponibili a finanziare una politica estera impegnativa di integrazione del blocco occidentale. Se dovessimo, forzando la mano, fare un paragone, potremmo dire che se il Pnrr non dovesse funzionare, tra qualche anno all’Italia resterebbe il riarmo come gamba per le politiche pubbliche e allora si potrebbe affiancare ad alleati in grado di sostenerlo*. Il dilemma appare nella esigenza di passare da una terapia di emergenza a una terapia strutturale, dall’ossigeno a una modifica degli stili di vita del paziente.

La sfida davanti a noi allora non è soltanto la pandemia, l’emergenza sanitaria, o il problema della ricostruzione di una solidarietà nazionale, quanto ricondurre l’economia europea su binari sostenibili e ripensare il patto di solidarietà nazionale in chiave continentale. Peggio, ripensare integralmente da cima a fondo il ciclo produttivo, il ciclo dei rifiuti, il ciclo dell’acqua, rimodulare il welfare che si è rivelato essenziale ma anche insufficiente, e salvare in questo percorso la democrazia.

Il Pnrr potrebbe non bastare se non si declinasse nella prospettiva del Green deal, sebbene ciò significhi gestire conflitti con interessi privati, accettare dei costi, chiudere certe filiere, aprirne di nuove, intervenire sugli sprechi, ripensare i modelli di welfare e sanitari, senza limitarsi a potenziare i modelli esistenti perché questi ultimi sono parte della crisi e non della soluzione. Insistere su filosofie di sviluppo qualitativo, di cura, che si avvalgano a fondo delle nuove tecnologie per ridurre costi e sprechi, significa anche intervenire sui modelli di sanità e sulla governance di una ventina di regioni che non comunicano tra loro e perciò producono disuguaglianza. In questi anni ci giochiamo il futuro di una o due generazioni, è indispensabile che ci siano spazi di democrazia idonei, modelli di governance trasparenti in cui i saperi possano fare sentire la propria voce.

 

*L’articolo è stato consegnato il 21 febbraio. Purtroppo l’invasione russa in Ucraina il 24 febbraio rende la prospettiva del riarmo molto più ravvicinata di quanto l’autore non immaginasse mentre scriveva. Di fatto si annuncia una nuova fase del Pnrr, analogamente a quanto avvenne col New deal e il piano Marshall, stavolta prima ancora che esso sia entrato in vigore.

Bibliografia
[1] Spagnolo C. Un piano Marshall per l’UE? Menabò di Etica ed Economia, 14 luglio 2021.
[2] Commissione europea. Piano per la ripresa dell’Europa: NextGenerationEU.
[3] Krastev I. Gli ultimi giorni dell’Unione: sulla disintegrazione europea. Roma: Luiss University Press, 2019.

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