Skip to main content
Regole Interviste

Quando, come e perché la ribellione paga

I ribelli sono maestri dell’arte di reinventarsi, e per questo hanno molto da insegnare in questa fase di ripresa

Intervista a Francesca Gino

Ricercatrice in scienze comportamentali, Tandon family professor of business administration, Harvard business school

By Dicembre 2021Gennaio 10th, 2022Nessun commento
Fotografia di Lorenzo De Simone

“La prima volta che ho incontrato Massimo Bottura era nella sua Osteria Francescana, nel centro di Modena. Erano le nove del mattino. Indossava la sua giacca bianca da chef e spazzava l’ingresso del suo ristorante. Mi chiedevo perché lo facesse. Ma poi mi sono resa conto di quanto fosse contagiosa la sua passione per un lavoro di squadra. Tutti i membri del suo staff sapevano di essere parte di qualcosa di importante, erano consapevoli di non essere ingabbiati in ruoli predefiniti e si sentivano ispirati a grandi imprese”.

Così ci racconta Francesca Gino, docente alla Harvard business school, autrice del libro “Talento ribelle” che inizia con l’esempio del grande chef che ha voluto superare i vincoli della tradizione e fare squadra per sperimentare piatti unici e singolari quali “La parte croccante della lasagna” e “Il bollito non bollito”. Violazione delle regole da una parte e dall’altra dedizione al lavoro di squadra.

Chi sono i “ribelli di cui parla nel suo libro? E quali sono i tratti distintivi dei talenti ribelli?

Sono persone che infrangono le regole in modo positivo e produttivo. Persone che ho incontrato negli anni che ho dedicato allo studio dei “ribelli” in diversi ambienti di lavoro: dai call center nelle aree rurali dell’India agli uffici newyorkesi di Goldman Sachs, dai teatri di improvvisazione agli studi della Pixar, dagli stabilimenti di produzione alle sessioni di formazione in aziende di servizi professionali. Persone quindi con percorsi di vita diversi ma che hanno in comune delle qualità che formano quello che chiamo “talento ribelle”: novità, curiosità, prospettiva, diversità e autenticità. Essere ribelli richiede avere il coraggio di usare spesso questi talenti, al lavoro e nella nostra vita professionale. Penso che incoraggiare il giusto tipo di violazione delle regole è ciò che i leader di oggi devono fare per aiutare le loro organizzazioni ad adattarsi e a crescere.

Incoraggiare il giusto tipo di violazione delle regole è ciò che i leader di oggi devono fare per aiutare le loro organizzazioni ad adattarsi e a crescere.

Un’altra caratteristica imprescindibile per essere un buon leader ribelle?

L’essere umili. C’è una grande differenza tra i leader che pensano di essere ribelli e quelli che lo sono, e di solito si riduce all’umiltà. I leader ribelli non credono di guadagnare rispetto solo per il loro titolo ma sanno che devono dimostrare sul campo il loro valore. Si guadagnano da vivere scendendo in trincea con la loro stessa squadra, come ci insegna del resto la storia di Napoleone Bonaparte soprannominato “il piccolo caporale” dai suoi stessi uomini. Molti storici hanno raffigurato Bonaparte come un uomo dal grande ego e arrogante. Ma era anche il caporale che si buttava nella mischia quando il suo esercito affrontava il fuoco diretto. Durante la battaglia di Lodi, nel maggio del 1976, si era cimentato di persona con il puntamento di uno dei suoi cannoni, compito eseguito di solito da un caporale. Prima della battaglia faceva visita ai soldati negli accampamenti per chiedere loro come andassero le cose a casa e per dirsi fiducioso che avrebbero vinto il nemico. Questo suo stesso spirito guidò le sue riforme politiche liberali a partire dal codice napoleonico che istituì un sistema legale in cui tutti erano uguali davanti alla legge, niente più privilegi ma solo merito, fino all’abolizione del feudalesimo, alla codifica della tolleranza religiosa.

È singolare che in un ambiente rigido come quello militare la ribellione paghi. Come lo spiega?

Sì, la cultura militare può essere piuttosto contraria al cambiamento. Alle reclute viene insegnato a rispettare le regole e a eseguire gli ordini fin da subito, senza fare domande. E chi si arruola nell’esercito giura di obbedire agli ordini degli ufficiali. Per garantire l’ordine i leader mantengono una rigida gerarchizzazione. In questo Napoleone Bonaparte fu l’eccezione nelle sue strategie di combattimento: il suo infrangere le regole cambiando le strategie militari e mettendosi al servizio dei suoi sottoposti gli permise di vincere insieme ai suoi soldati battaglie impossibili e, allo stesso tempo, di guadagnare rispetto. Si rivelò un eroe e un valido leader ribelle.

Rompere le righe può essere vantaggioso. Quattro anni fa ho lavorato con il nuovo leader di un’organizzazione dell’air force statunitense che si occupa di voli spia attrezzati con sistemi di sorveglianze e intelligence. Fin dall’inizio questo comandante ha detto esplicitamente alla sua squadra: “Se noi vogliamo cambiare il futuro e raggiungere livelli di performance elevati che ci permettano di essere pronti al combattimento, dobbiamo affrontare il lavoro in modo più creativo, far emergere idee più innovative e cambiare modo di pensare”. Come prima cosa spiegò che serviva studiare la regolamentazione affinché l’innovazione venisse all’interno di regole prestabilite. Poi diede pieno potere ai colleghi aspettandosi di più da loro. In pochi anni la sua squadra è riuscita a fare grandi passi avanti sviluppando nuove soluzioni tecnologiche senza sapere nulla di software. Si era creato un ambiente di lavoro innovativo grazie al leader che aveva dato la possibilità ai membri del suo gruppo di sentirsi più liberi e di sperimentare in modo intelligente all’interno delle regole prestabilite. Questo vale in qualsiasi tipo di organizzazione.

Quando la ribellione può portare al successo?

Non è l’ambiente creativo che aiuta i ribelli ad avere successo. Lo è piuttosto quell’ambiente in cui uno spirito ribelle è considerato “sano”. Un leader ribelle si prende il tempo necessario per analizzare ciò che funziona e ciò che non funziona nella propria azienda o squadra di lavoro e ha il coraggio di innescare un cambiamento positivo laddove serve. Chiede esplicitamente alle persone di trovare nuove soluzioni e di uscire dagli schemi lasciando che la loro ribellione diriga la strada. Conoscere sé stessi ed essere consapevoli dei propri limiti senza però credere che ve ne siano di limiti su ciò che si può conseguire. Cercare di spingere verso confini prima impensabili, fare più domande, non perdere la curiosità. Così il ribelle arriva al successo. “Cosa posso imparare oggi?”: questa è una domanda che spesso si fa il capitano Chesley Burnett “Sully” Sullenberger, ora in pensione, noto per aver portato a termine, nel 2009, l’ammaraggio del volo 1549 sul fiume Hudson a Manhattan. L’aeronautica è dotata di procedure operative standard a cui attenersi scrupolosamente anche in condizioni nel caso di un’emergenza. Ma quel giorno non c’era il tempo per seguire l’intera checklist e Sully trovò una soluzione al problema grazie al suo atteggiamento mentale ribelle e, soprattutto, al continuo apprendimento. Non si domandava “cosa dovrei fare” ma piuttosto “cosa potrei fare” sforzandosi di non smettere mai di imparare. In un’intervista Sully mi raccontò che manteneva sempre aperta la possibilità che ogni volo apportasse una qualche nuova conoscenza o intuizione. Il succo del discorso è che non bisogna smettere mai di fare domande. Questo vale per ogni persona all’interno di un’azienda, indipendentemente dal suo ruolo e dalla sua esperienza, dallo stipendio o dal background. Dovremmo tutti conservare quella curiosità di sapere cosa potrebbe accadere dopo.

Dovremmo non smettere mai di fare domande e conservare quella curiosità di sapere cosa potrebbe accadere dopo.

La creatività è tra gli attori principi nei programmi di ripresa dalla pandemia. Le Nazioni Unite hanno dichiarato il 2021 l’anno dell’economia creativa per lo sviluppo sostenibile. Come cambierà l’organizzazione del lavoro?

I cinque talenti ribelli by Francesca GinoDipende da come sfrutteremo questo momento di crisi per interrogarci su come cambiare. Prima della pandemia eravamo intrappolati in una routine che dava poco spazio al pensiero creativo e al lavoro in team. Dai dati che ho raccolto nei mesi scorsi ho riscontrato delle marcate differenze fra i leader che hanno continuato a ripetersi “non vedo l’ora di tornare in ufficio”, “non vedo l’ora che questa crisi finisca”, e i leader che invece si chiedevano come prendere spunto da questo periodo anormale per pensare in modo innovativo a come disegnare il prossimo capitolo. Proprio questi ultimi stanno avendo più successo con persone all’interno della propria organizzazione disposte a portare spunti innovativi, persone che ‒ nonostante le responsabilità e difficoltà che si sono aggiunte in questo nuovo modo di lavorare ‒ sono disponibili a fare anche un passo in più e sono molto più coinvolte nel lavoro che svolgono; che non vedono il lavoro come luogo di mancata soddisfazione ma come risorsa per esprimersi. Prevedo quindi che nella fase di ripresa osserveremo delle differenze fra i leader che sono stati capaci di creare un contesto di lavoro dove le persone sentono la fiducia dei propri leader, e sentono anche di far parte di una squadra, e i leader che invece vedranno alcuni dei loro dipendenti dimettersi volontariamente e cercare lavoro altrove. Dipende dalla capacità di trasformare i momenti di crisi in opportunità di cambiamento, per dare spazio alla creatività, alla curiosità e alle novità, per guardare all’organizzazione del lavoro con occhi diversi cercando di capire se lo status quo, sebbene confortevole, potrebbe non rivelarsi l’approccio migliore. 

Infrangere le regole ‒ nel modo giusto e nelle giuste dosi ‒ può dare una spinta in più e arricchisce ogni aspetto del nostro vivere.

La ribellione serve anche nella quotidianità per superare pregiudizi e stereotipi?

Sì, è un approccio che tutti possiamo sposare nella vita. Mi sono occupata come ricercatrice di cosa comporti infrangere le regole nel lavoro. Ma infrangere le regole ‒ nel modo giusto e nelle giuste dosi ‒ può dare una spinta in più e arricchisce ogni aspetto del nostro vivere e non solo il lavoro. Essere ribelle significa combattere quegli impulsi naturali perché ormai familiari. La nostra tendenza è quella di conformarci alle opinioni, alle preferenze e ai comportamenti degli altri da cui desideriamo essere riconosciuti, è anche quella di accettare i ruoli sociali esistenti e di cadere preda di pregiudizi inconsci come gli stereotipi. Cambiare la nostra mentalità non è facile, e di conseguenza non lo è nemmeno cambiare i nostri comportamenti. Però se proviamo a fare nostri i talenti ribelli possiamo sentirci attori del cambiamento: la voglia di accettare la novità invece di cadere nella routine di quello che già sappiamo fare; la curiosità con cui siamo nati ma che si perde quando diventiamo adulti; la prospettiva più allargata per essere aperti alle idee degli altri; la diversità da valorizzare rimodellando le situazioni, evitando stereotipi e pregiudizi che affossano; l’autenticità, mostrandosi per quello che si è e mettendo gli altri nelle condizioni di fare altrettanto. Se quotidianamente ci apriamo alla possibilità di utilizzare questi talenti ribelli, le opportunità sono infinite.

Francesca Giono
Talento ribelle. Perché infrangere le regole paga (nel lavoro e nella vita)
Milano: Egea, 2019.

Lascia un commento

Contattaci