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Genere Interviste

La realtà è plurale. Con e senza velo

Ma non lo è nel dibattito mediatico, politico, sociale e di genere

Intervista a Igiaba Scego

Scrittrice italosomala

By Ottobre 2021Ottobre 25th, 2021Nessun commento
Fotografia di Claudio Colotti

Negli ultimi vent’anni le donne afghane hanno fatto notevoli progressi sociali per una parità di genere. Ma ora con il ritorno dei talebani questi progressi sono in pericolo. Per il mondo occidentale la priorità è salvare le donne afghane. Ma per salvarle bastano i corridoi umani?

Il nuovo libro di Igiaba Scego è un racconto per i ragazzi delle scuole medie. La voce narrante è quella del nonno che va a trovare la nipote in sogno e le racconta quello che è accaduto in Africa alla fine dell’Ottocento con l’arrivo delle nazioni europee che volevano spartirsi il continente. “Nei testi di scuola viene dedicato poco spazio al colonialismo”, ci racconta Igiaba. “Ho voluto scrivere questo libro per spiegare ai ragazzi cosa è successo e per cercare nelle proprie città le tracce coloniali del passato. E scoprire che le linee di migrazioni di oggi seguono le linee coloniali di ieri”.

Di quali donne afghane parliamo? Donne di classe medio-alta o proletaria? Che vivono dentro o fuori Kabul, in città o in provincia? La classe sociale è importante come lo è anche l’area geografica. Vent’anni di occupazione americana avranno portato alcune donne, soprattutto nei centri metropolitani, a migliorare una situazione che era grave e che per molte altre lo è ancora di più adesso per la corruzione, e la missione militare che c’è stata. Non conosco bene la storia dell’Afghanistan e posso solo fare delle riflessioni guardando alla storia del mio paese d’origine, la Somalia, dove in trent’anni di guerra civile e presidi militari si sono fatti passi un po’ indietro e un po’ in avanti: c’è gente molto povera e c’è gente molto ricca, ci sono gli attentati terroristici ma ci sono anche i concerti. Insomma c’è di tutto. Io lo chiamo “equilibrio sopra la follia”. E temo che anche l’Afghanistan sia in un “equilibrio sopra la follia” che ora sta portando a una grande diaspora. In occidente spesso si ragiona per categorie senza considerare le dinamiche che entrano nella vita di una donna e senza confrontarsi con loro. Per capire la situazione di un paese serve osservarlo nella sua complessità chiedendo alle persone del posto che lo vivono o che da esso provengono.

A questo si aggiunge la retorica paternalistica dell’occidente che è un fil rouge nei suoi libri e articoli che raccontano la Somalia. Ritroviamo questa stessa retorica nelle democrazie occidentali che, con le loro politiche estere, vogliono tutelare in paesi altri la parità di genere e la libertà?

Non sono dell’idea che con gli eserciti americani si possa promuovere l’uguaglianza di genere in Afghanistan. Mi sono occupata del colonialismo italiano in Africa perché sono nata in Italia e perché la Somalia è stata colonia italiana. Questo è solo un piccolo tassello del colonialismo europeo che però mi ha insegnato molto sulle motivazioni che in passato hanno spinto una nazione a colonizzare un paese. Mussolini diceva di essere andato in Etiopia per liberare gli etiopi dalla schiavitù del loro imperatore e molti italiani erano convinti che l’Italia combattesse una guerra umanitaria in Etiopia come inneggiava la canzone “Faccetta nera”. La guerra veniva presentata e propagandata come una guerra di liberazione e non di conquista. Il meccanismo non è molto diverso da quello a cui abbiamo assistito negli ultimi anni. Pensiamo al Vietnam. Pensiamo all’Iraq. E pensiamo all’Afghanistan. Molte volte queste guerre vengono giustificate sulla base di motivazioni spesso costruite a tavolino e da cui poi nascono disastri. Forse come genere umano dovremmo interrogarci proprio su questi meccanismi.

Un tema che abbiamo affrontato in questo approfondimento di Forward è il lavoro di cura non riconosciuto che penalizza le donne. In uno dei suoi primi libri racconta il peso del mestiere di colf e badanti straniere in Italia offrendo però una lettura alternativa. Ce lo spiega?

Molte donne somale hanno svolto il lavoro di badante in Italia, soprattutto negli anni Ottanta e Novanta. Le donne capoverdiane ancor prima, negli anni Sessanta. È un lavoro duro e sottopagato, non sempre tutelato da un contratto, un lavoro discriminatorio e a tratti umiliante, caratterizzato da relazioni spesso problematiche con il datore o la datrice di lavoro. Ma è anche un lavoro che ha rappresentato una spinta verso l’empowerment femminile. Grazie a esso le donne riuscivano ad aiutare economicamente le proprie famiglie rimaste nel paese di origine in guerra o in condizioni di povertà estrema. Dopo la guerra civile le donne somale emigrate sono diventate l’unica fonte di reddito per il proprio paese: la Somalia non sarebbe sopravvissuta senza di loro. Questo aspetto del lavoro di cura delle emigrate è stato raccontato poco, quando invece è stato il pilastro economico su cui alcuni paesi ancora oggi si reggono.

Servirebbe cambiare la mentalità su un tema che è diventato ideologico e politico quando invece è un tema sociale: creare cittadinanza.

Partiamo da due situazioni estreme: da un lato la questione di limitare l’uso del velo islamico nei paesi occidentali per tutelare i diritti delle donne musulmane e dall’altro quella relativa alle battaglie contro la pratica della mutilazione dei genitali femminili ancora oggi così radicata in molti paesi. Qual è il confine tra i diritti culturali e i diritti umanitari? Quando è giusto anche rispettare l’autodeterminazione dei popoli?

Sono due situazioni molto distanti tra loro e difficili da mettere a confronto. In occidente c’è una ossessione per il velo musulmano, ma se è una scelta personale perché non indossarlo? Non penso che una donna musulmana sia più o meno sottomessa a seconda se porta o meno il velo. Molte donne che indossano jeans e maglietta possono vedere lesi i propri diritti. In Italia ogni giorno delle donne sono vittime di femminicidio e non perché indossano un velo ma perché private della libertà di scelta di essere donne libere. Quello che deve essere garantito a tutte le donne, con il velo e non, è la libertà di scelta. Diverso è il discorso sulla mutilazione dei genitali femminile. Essa è una pratica originaria dell’antico Egitto che si è poi diffusa in diversi paesi. Non è legata alla religione islamica ma è trasversale alle religioni: ci sono donne cristiane cattoliche, donne cristiane protestanti, donne ebree, donne musulmane con i genitali mutilati. Viene eseguita in modo diverso a seconda del luogo: per esempio in Somalia tolgono la clitoride e cuciono, mentre in altri paesi si limitano al taglio della clitoride. Ci sono diversi livelli di crudeltà. Di certo l’infibulazione non si può definire una pratica culturale ma una pratica coercitiva perché lede il corpo delle donne e la loro salute, e come tale deve essere abolita. Questo è indiscutibile, lo dicono le donne stesse che stanno combattendo nei vari paesi in cui viene ancora praticata. Dei passi in avanti sono stati fatti. Per esempio, nel 2020, il Sudan ha introdotto una norma che blocca la legittimità delle pratiche di mutilazione. Soprattutto c’è l’autodeterminazione dei popoli dove è ancora in vigore di affermare che è una pratica sbagliata, da abolire. Come nel film “Moolaadé”, di Ousmane Sembène, dove alcune donne ribadiscono la loro autodeterminazione di rifiutare l’infibulazione e si coalizzano, avendo però bisogno di alleati. Per rispondere alla domanda direi che il confine è molto semplice: se qualcosa non lede la personalità della donna, se non le impedisce di vivere una vita libera a livello sociale, sentimentale e sanitario, non c’è coercizione. La coercizione avviene quando ti impongono qualcosa che tu non vuoi. Ma come dice il regista Sembène il divieto si deve sempre accompagnare a un’azione culturale, perché ci sono popolazioni che da secoli praticano la mutilazione dei genitali e affermare di punto in bianco che si tratta di un reato può portare le persone a praticarla magari di nascosto. Sia nei paesi di origine sia nei paesi di migrazione come l’Europa si deve creare una base culturale in cui si spiega il perché del rifiuto. Questo è molto importante.

Società transculturale e mescolanza di culture: come creare una maggiore inclusione in Italia?

Anche qui dipende: quale inclusione e per chi? La migrazione non è una categoria unica e i migranti non sono un unico soggetto, geograficamente non lo sono. Per esempio, nell’Europa orientale, la Bulgaria non è uguale alla Romania né alla Georgia. Spesso si descrive il mondo dei migranti come se fosse un tutt’uno ma la realtà è plurale. Sicuramente andrebbe migliorato l’apparato mediatico dove purtroppo c’è ancora molto pressapochismo. Per esempio si continuano a usare parole come “clandestini” quando spesso le persone cadono nell’irregolarità a causa di norme inadeguate. La legge Bossi-Fini andrebbe sostituita con una legge contemporanea che fotografi quello che l’Italia è diventata e quello che potrebbe diventare. Non una legge che rende precarie le persone e le punisce con il ricatto dell’ordine di espatrio, ma una legge che permetta alle persone di lavorare e automaticamente di far parte del Paese. Senza il lavoro non può esserci inclusione. Pensiamo ai migranti richiedenti asilo che, arrivati in Italia, vengono “parcheggiati” nelle cooperative diventando una fonte di guadagno per la struttura. Molti arrivano con un bagaglio di esperienze e di conoscenze da mettere in circolo ma di cui non se ne tiene conto. Il tempo in attesa che si concluda l’iter di richiesta d’asilo diventa un tempo morto che potrebbe invece essere impiegato per capire qual era il loro mestiere e per insegnare un lavoro. Questo è un grave problema. Poi servirebbe una cultura più aperta e non sempre diffidente e paurosa. L’Italia è un Paese che “fatica” con l’alterità. Si continua a guardare alla migrazione come a qualcosa di eccezionale quando eccezionale non lo è più. Abbiamo già superato la seconda generazione, siamo alla terza e alla quarta. Eppure continuano a esserci tanti figli di migranti nati e cresciuti in Italia ma senza cittadinanza italiana. Sono state depositate diverse proposte di legge sullo ius soli, termine che considero fuorviante: quello che si chiede non è lo ius soli, cioè il diritto di suolo puro come negli Stati Uniti, ma una riforma della cittadinanza che includa in essa i figli di migranti che hanno trascorso un arco della propria vita scolastica e reale in questo Paese. Servirebbe cambiare la mentalità su un tema che è diventato ideologico e politico quando invece è un tema sociale: creare cittadinanza. Un’altra cosa che servirebbe è un’equa rappresentanza che invece manca in diversi settori, soprattutto culturali, sociali e politici. Nelle università italiane si contano sulle dita di una mano i professori di origine altra, idem nella scuola. L’altro giorno seguivo in televisione un dibattito sull’immigrazione a cui partecipavano soltanto bianchi: la discrepanza non era nel colore della pelle ma nel fatto che nessuno aveva, anche solo lontanamente, un passato migratorio. Penso che non abbia senso un dibattito senza chi ha un’esperienza diretta sul tema oggetto di dibattito. Siamo una società transculturale ma la società transculturale non è apprezzata al momento attuale. La transculturalità manca a partire dai media e persino dai libri, manca nelle leggi e del lavoro, nelle scuole e nella mentalità.

 

A cura di Laura Tonon

 

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