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Genere Articoli

Una lingua più inclusiva: di che “genere” di lingua parliamo?

Dagli stereotipi al sessismo linguistico, alla “convivenza delle differenze”. La lingua può e deve rappresentare la complessità della società

Manuela Baroncini
By Ottobre 2021Nessun commento
Fotografia di Claudio Colotti

Parlare potrebbe sembrare un po’ come respirare: una funzione vitale, scontata, automatica e sulla quale raramente portiamo attenzione e consapevolezza. Ma a cosa serve una lingua? Due sono le funzioni principali: definirsi, e descrivere il mondo esterno, le cose. “Ogni parola che scegliamo e non scegliamo di usare racconta qualcosa di ciò che siamo e non siamo. Abbastanza letteralmente, le parole sono atti di identità”, scrive Vera Gheno, sociolinguista, specializzata in comunicazione digitale e questioni legate a lingua e genere, e inclusività linguistica [1].

Attraverso la parola, dunque, sia il singolo sia la collettività si autodefiniscono, si autorappresentano, si identificano con un gruppo e non con un altro, sono in grado di riconoscere i confini del loro “appartenere a”. E il primo di questi confini è quello del genere: posso individuare (ed esprimere) nella lingua che uso la mia identità di genere? Ci sono categorie per le quali risulta difficile, se non impossibile, autodefinirsi linguisticamente? E sempre più non si tratta solo dei generi tradizionali di maschile e femminile, ma anche dei generi non binari, fino al cosiddetto genderfluid. Le questioni sociali e politiche relative al genere, spesso, hanno suscitato e suscitano reazioni di notevole fastidio e nervosismo (e i social ne sono quotidianamente la conferma). Quando poi il tema del genere vira sulla lingua e sui suoi usi, la resistenza, anche solo a contemplare un cambiamento delle proprie abitudini linguistiche, si amplifica perché, al dunque, si vuole continuare a parlare e scrivere come si è sempre fatto, negando però in questo modo l’importanza proprio del valore identitario della lingua.

Stereotipi e sessismo linguistici

Quasi venticinque anni fa, nel 1987, usciva “Il sessismo nella lingua italiana” di Alma Sabatini, pubblicazione voluta dalla Commissione nazionale per la parità e le pari opportunità tra donna e uomo, istituita presso la Presidenza del Consiglio dei ministri. Al suo interno “Le raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana” scaturite da un’analisi dei libri di testo e dei mass media che metteva impietosamente in risalto la netta prevalenza del genere maschile sul femminile, visto anche l’uso del cosiddetto maschile neutro, o maschile sovraesteso, utilizzato con doppia valenza, in assenza nella grammatica italiana di una forma neutra. “Lo scopo di queste raccomandazioni è di suggerire alternative compatibili con il sistema della lingua per evitare alcune forme sessiste della lingua italiana, almeno quelle più suscettibili di cambiamento. Il fine minimo che ci si propone è di dare visibilità linguistica alle donne e pari valore linguistico a termini riferiti al sesso femminile” si legge nella premessa alle raccomandazioni. E ancora “l’operazione a cui si mira è di stabilire un vero rapporto tra valori simbolici nella lingua e valori concreti nella vita. L’uso di un termine anziché di un altro comporta una modificazione nel pensiero e nell’atteggiamento di chi lo pronuncia e quindi di chi lo ascolta”.

L’indagine di Sabatini ricevette numerose critiche e stroncature (noto il commento di Pietro Citati che definì il lavoro “uno dei grandissimi capolavori comici della letteratura italiana”), ma ebbe il merito di avviare il dibattito sulla necessità di rinnovare la lingua italiana adeguandola ai profondi cambiamenti sociali in atto allora (e ancora più oggi).

Quello che spesso è sessista è l’uso, non è la lingua in sé, non è la struttura linguistica ma la sua realizzazione quotidiana in bocca e in mano alle persone. – Vera Gheno

Ma per riportare la discussione nel solco di una serena e proficua riflessione non basterebbe tornare alla grammatica italiana? In essa, considerati i quattro tipi di relazione tra maschile e femminile, è quasi sempre possibile ricavare il femminile: maschio-femmina, bue-mucca (genere fisso); il/la docente (genere comune); l’antilope per entrambi i generi (genere promiscuo); gatto-gatta, professore-professoressa, lettore-lettrice (genere mobile). In altri termini, il dibattito intorno alla questione di genere nella lingua dovrebbe essere meno acceso e controverso. Infatti, “le lingue di grande cultura, quelle in cui si possono scrivere testi di massima complessità sia in ambito scientifico che in ambito umanistico, contengono al loro interno tutti gli strumenti per venire usate in maniera non sessista” ci racconta Gheno, “quello che spesso è sessista è l’uso, non è la lingua in sé, non è la struttura linguistica ma la sua realizzazione quotidiana in bocca e in mano alle persone”. Ora, se nella nostra lingua abbiamo quasi tutto ciò che serve per essere parlanti/scriventi inclusivi e non sessisti, dando voce – per esempio – anche alla popolazione femminile, perché questo non avviene o avviene ancora così poco diffusamente? “Perché noi esseri umani siamo animali fortemente abitudinari, siamo abituati a sentire il maschile in certe situazioni e il femminile in altre, e quindi dobbiamo agire su una nostra abitudine e questo è sempre molto difficile”.

Nel 2016, Tullio De Mauro – linguista, accademico e saggista italiano, ministro della pubblica istruzione dal 2000 al 2001– affidava a Linkiesta una riflessione sull’importanza dei classici, sulla scuola e la politica, e sul “linguisticamente corretto”, dichiarando che “quando abbiamo iniziato a dire ministra e sindaca molti hanno sobbalzato. Ma le donne ministro o sindaco non c’erano mai state. Nato il ruolo è giusto che il vocabolario si adegui. La lingua ci autorizza a usare i femminili. Usiamo i femminili, con qualche attenzione” [2].

“Quanto ai generi tradizionali, personalmente sono molto favorevole a usare il femminile quando ci si riferisce a una donna: direttrice, ministra, sindaca e così via” ci dice Luca Serianni, linguista e filologo, professore emerito di Storia della lingua italiana alla Sapienza. “Il problema nasce quando sono le stesse interessate che non desiderano essere chiamate col femminile professionale. Personalmente, non conosco nessuna donna che si faccia chiamare avvocata, e avvocatessa (come la gran parte delle formazioni con questo suffisso) ha una connotazione ironica o tendenzialmente spregiativa. È chiaro che non si può imporre avvocata quando la diretta interessata preferisce farsi chiamare avvocato”.

Ma perché spesso proprio le donne preferiscono le forme al maschile? “Prima di tutto perché, purtroppo, molte assegnano più prestigio al maschile e quindi pensano di arrivare alla parità di genere tramite l’uguaglianza” continua Gheno. “Non si distingue più maschile e femminile perché io sono esattamente come un uomo”. Forse alcuni ricorderanno il caso di Beatrice Venezi, la più giovane direttrice di un’orchestra in Europa, che sul palco dell’ultimo Sanremo chiese espressamente di essere chiamata “direttore” d’orchestra e dichiarò che “se l’obiettivo è avere pari opportunità che senso ha sottolineare una differenza di genere, dividere sempre più così da arrivare a una ulteriore disparità?”. Ma al contrario, considera la sociolinguista, “la radice della questione è arrivare alla parità nella differenza: uomini e donne, o uomini e altri generi, sono differenti e sarebbe sbagliato continuare a pensare che si debba diventare uomini per diventare pari”.

Lingua come pratica di “convivenza delle differenze”

Perché una lingua sia più inclusiva e permetta a tutti i generi di autodefinirsi è necessario un processo di consapevolezza e presa di coscienza: a livello individuale bisogna lavorare sulle abitudini, come diceva Vera Gheno; a livello collettivo sugli stereotipi. Anche quelli del linguaggio (per esempio quello visivo, delle immagini) non solo della lingua: “può essere opportuno, specie in occasioni formali, almeno ricorrere allo sdoppiamento e comprendere i due generi (“senatori e senatrici”, “signore e signori”), ma la cosa più importante mi pare un’altra: non veicolare surrettiziamente, attraverso per esempio i libri scolastici, immagini e situazioni legate alla supremazia maschile o alla rigidità dei ruoli sociali” ci dice Luca Serianni.

Rispetto agli stereotipi squisitamente linguistici, non si tratta di modificare dall’alto la norma linguistica verso una maggiore inclusività, quanto di far penetrare nella lingua normata usi più inclusivi.

Probabilmente già nel dibatterne c’è il seme che può generare usi linguistici diversi, perché “anche le parole danno una mano alle istanze paritarie, inclusive, o femministe o quel che è. Non è vero che le parole non hanno rilevanza, hanno il pregio di portare l’attenzione sulla questione” prosegue Gheno, “può esserci una correlazione generativa fra società, cultura e lingua per cui le tre si possono dare manforte”. La sociolinguista specifica come – in assenza di un ascolto reciproco, una mente aperta verso chi si ha intorno – “ogni atto linguistico non potrà che essere un puro atto performativo, privo di quello spirito generativo che invece dovrebbe sostenerci in questa ricerca di una pacifica convivenza reciproca tra le diversità” [3]; rifacendosi alla definizione di “convivenza delle differenze” di Fabrizio Acanfora, scrittore, docente universitario, musicista che promuove il superamento dell’inclusione per arrivare a una cultura della convivenza delle differenze.

Le differenze, incluse quelle di genere, sono “occasioni per accorgersi dell’esistenza di forme di vita differenti dalla nostra e alle quali quindi non è giusto attribuire caratteristiche o abitudini che non siano state concordate, richieste, scaturite da un dialogo, consensuali” dichiara Lorenzo Gasparrini, blogger, filosofo femminista, autore di “Non sono sessista, ma…” [4], che sottolinea come “le comunità esistono laddove c’è un linguaggio condiviso, e se la parola è l’unità minima di un qualche linguaggio, essa ha sicuramente un potere civico” [5].

Accanto alla riflessione sulle differenze relative ai generi tradizionali o identità binarie, maschio-femmina, è sempre più attuale quella sulle identità non binarie che non sono strettamente o completamente né femminili né maschili. Le persone non binarie, infatti, possono identificarsi in due generi (bigender), non avere genere (agender, genderfree), spostarsi tra i generi o avere un’identità di genere fluida (genderfluid). Sono termini che ci restituiscono una complessità sociale non più eludibile ed eliminabile cui la lingua deve adeguarsi, come suggeriva De Mauro circa l’estendersi di certi ruoli professionali anche alle donne.

Il tema del genderfluid non può che avere un unico corrispettivo linguistico, almeno nelle lingue in cui non esiste il neutro: il maschile indifferenziato. – Luca Serianni

Esperimenti di inclusività linguistica

Se la riflessione su una lingua più inclusiva è legittima, se non anzi necessaria, si tratta dunque di capire quali sono i mezzi con cui si possano concretamente accogliere le diverse istanze della società. Se da una parte la lingua ci mette a disposizione l’armamentario necessario (si pensi ancora alle forme femminili dei nomi professionali), dall’altra – come utenti – possiamo immaginare di ampliare tale armamentario attraverso nuovi modi e nuove forme? È il caso di usi come l’asterisco (*), lo schwa (ə) o a volte la “u” che, in particolare nello scritto, tentano di superare il limite dell’italiano dato dall’assenza del neutro e quindi dall’utilizzo del maschile sovraesteso per riferirsi al femminile (e, ovviamente, agli altri generi). “Il tema del genderfluid non può che avere un unico corrispettivo linguistico, almeno nelle lingue in cui non esiste il neutro: il maschile indifferenziato” considera Serianni che, in un incontro romano sulle parole contese nel dibattito pubblico, faceva inoltre presente la difficoltà di legiferare sullo scritto per modificare l’ortografia.

“Neanche il maschile sovraesteso è scritto nelle stelle. L’androcentrismo linguistico ovviamente ha cause storiche e sociali abbastanza chiare, tutta la storia è stata definita dal maschio, non lo dico con cattiveria, per millenni la donna è stata collaterale” ci dice Gheno. “Penso che sia in corso una trasformazione sociale così grande che nessuno può capire cosa succederà, addirittura superandosi l’idea che il genere sia solo binario”. D’altronde la stessa discussione è in corso, da ben prima che nell’italiano, anche in numerose altre lingue. In inglese, per esempio, essendo i sostantivi neutri e solo i pronomi con il genere, “avevano solo il problema di trovare un pronome neutro che è il ‘singular they’, il ‘they’ singolare che è una soluzione già in uso in inglese in riferimento a una persona di cui non si conosce il genere, tipo ‘somebody left their umbrella here, I hope they come back for it’ e quell’uso è stato poi esteso anche alle persone non binary” prosegue Gheno. In spagnolo e in portoghese, allo stesso modo, si utilizza il plurale in “e”, quindi todes accanto a todos e todas.

Lo schwa, simbolo dell’alfabeto fonetico internazionale, rappresenta uno dei tentativi, oggi, di rendere la lingua più inclusiva e rispettosa dell’identità di genere delle persone tutte. “Continuo a pensare che queste forme linguistiche siano soprattutto come dei badge, delle spillette che uno si attacca al petto per dire ‘guarda mi interessa questa questione, me ne sto occupando’, dichiara la sociolinguista, “ma, per numerosi motivi, non credo che lo schwa sarà la soluzione, anche se ha dato voce a una minoranza che prima voce non ce l’aveva”. Nel grande laboratorio in continua evoluzione che potrebbe considerarsi una lingua, questi usi sono né più né meno degli esperimenti: “non ho nessun particolare problema nei confronti degli esperimenti linguistici perché studiando da molto tempo i linguaggi giovanili e le lingue della rete l’esperimento linguistico l’ho sempre incontrato, non fa male” prosegue Gheno, “non è detto che entri nella norma anzi nella maggior parte dei casi si tratta di esperimenti transeunti che non si depositano nella memoria della lingua, ed è molto interessante per me che ci siano reazioni così negative anche da parte di chi mi ha insegnato a studiare così la lingua”.

Che sia un momento di riflessione sulle questioni di genere, con l’acceso dibattito che ne continua a scaturire, è fuor di dubbio. Il risultato e l’esito finale di questa riflessione, forse, a nessuno è dato sapere quali potranno essere. Pertanto, “è anche possibile – conclude Gheno – che si arrivi ad una situazione ottimale in cui l’identità di genere non sarà più causa di discriminazione, e allora potrebbe pure essere che tutti insieme si ritorni al maschile sovraesteso perché non c’è più bisogno di ribadire l’esistenza anche attraverso una protesta linguistica”. Ma al momento, la ricerca di un’esistenza e visibilità linguistiche è sacrosanta.

 

Bibliografia
[1] Gheno V. Potere alle parole. Perché usarle meglio. Torino: Einaudi, 2019.
[2] Giurato B. De Mauro, l’ultima intervista: torniamo al latino e al greco, Linkiesta, 5 gennaio 2017.
[3] Gheno V. Verso l’inclusività linguistica e oltre. Zanichelli – Aula di Lettere, 18 febbraio 2021.
[4] Gasparrini L. Non sono sessista ma… Il sessismo nel linguaggio. Roma: Tlon, 2019.
[5] “Non sono sessista, ma…”. In dialogo con Lorenzo Gasparrini, di Giusy Capone. Orizzonti culturali italo-romeni. Rivista interculturale bilingue 2020;X:9.

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