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Le neuroscienze hanno un problema di sessismo?

Molti studi sulle differenze tra i cervelli maschili e femminili tenderebbero a confermare gli stereotipi di genere. Lo chiamano “neurosessismo”

Fabio Ambrosino
By Ottobre 2021Ottobre 12th, 2021Nessun commento
Fotografia di Claudio Colotti

“Men and women use brain differently, study discovers”. Titolava così un articolo, apparso in prima pagina sul New York Times [1] il 16 febbraio 1995, in cui si riportavano i risultati di uno dei primi studi che utilizzava la risonanza magnetica funzionale per misurare l’attività cerebrale durante specifici compiti cognitivi. In particolare, come sottolineato nell’articolo, la ricerca in questione sembrava portare la “prima evidenza definitiva” di una diversa localizzazione, biologicamente determinata, delle aree cerebrali deputate al linguaggio: nell’emisfero sinistro per i maschi, in entrambi gli emisferi per le femmine [2]. La notizia ebbe immediatamente una grande diffusione, sia sui media generalisti che in ambito accademico. L’immagine che raffigurava la diversa distribuzione dell’attività cerebrale, poi, divenne una sorta di simbolo. La si ritrova, per esempio, in un articolo uscito nel 2011 sul blog Little Grey Matter [3] a commento della designazione di Christine Lagarde a direttrice del Fondo monetario internazionale, in cui si sottolineava l’eccezionalità di una nomina al femminile in quella posizione. “La tendenza delle donne a empatizzare piuttosto che a fare strategie (approccio maschile) si traduce in una maggiore capacità di comprensione – si legge nel paragrafo finale – che le rende migliori nelle lingue e nel giudicare il carattere di una persona (…). Questo potrà essere decisamente di aiuto per Christine”.

In seguito si capì però le che evidenze emerse da quel famoso studio non erano poi così “definitive”. Le dimensioni del campione, per esempio, erano piuttosto ridotte: 19 maschi e 19 femmine. Dei quattro compiti linguistici a cui erano sottoposti i partecipanti – uno di tipo fonologico, uno di tipo ortografico e due di tipo semantico – furono riportati i risultati soltanto del primo. Questo risultò sì associato a un’attivazione bilaterale nei soggetti di sesso femminile, ma solo in 11 di esse (“più della metà”, sottolinearono gli autori). Le donne restanti, invece, mostravano un pattern di attivazione paragonabile a quello degli uomini.

L’idea che il sesso lasci in eredità, a maschi e femmine, un portafoglio fisso di competenze cervello-correlate si è radicata nella coscienza pubblica. — Gina Rippon

Ma allora perché tanta enfasi nel riportare quel dato? E perché un risultato così debole ha avuto una eco tanto vasta? Secondo Gina Rippon, professoressa emerita di neuroimaging cognitivo presso l’Aston university di Birmingham e autrice del saggio “The gendered brain” [4], quell’episodio costituisce uno dei tanti esempi di “neurosessismo”. “Questo consiste nella convinzione essenzialista che i gender gap (nella personalità, nelle abilità, nei risultati ecc.) siano causati principalmente da differenze biologicamente determinate a livello cerebrale”, ci spiega. “Cordelia Fine (che ha coniato il termine) lo collega in modo specifico a problematiche esistenti nella ricerca neuroscientifica, dove la continua caccia alle differenze tra i sessi nel cervello e la comunicazione dei risultati di tale ricerca sostiene l’idea che tali differenze esistano e abbiano un significato causale per femmine e maschi”. Si tratta di una tendenza ben radicata in ambito psicologico e neuroscientifico: già nella seconda metà del XIX secolo, per esempio, l’antropologo e psicologo parigino Gustave Le Bon sosteneva – sulla base di misurazioni della scatola cranica – che il cervello degli uomini avesse dimensioni maggiori di quello delle donne, aggiungendo che la differenza era tale da giustificare la disparità di ruolo all’interno della società.

Ma se in una prima fase questo tipo di studi sembrava essere rivolto a dimostrare, in modo più o meno esplicito, l’inferiorità delle donne rispetto agli uomini, in un secondo momento il focus della ricerca si è spostato – come spiega Rippon nel suo libro – su un’idea, più facilmente digeribile, di complementarietà dei due sessi: i maschi biologicamente portati per il potere, l’impegno pubblico e il ragionamento; le femmine per la cura, l’impegno privato e l’empatia. Stereotipi, questi, che secondo le ricercatrici che denunciano l’esistenza del “neurosessismo” – dall’inglese Cordelia Fine a Raffaella Rumiati in Italia – avrebbero influenzato la ricerca scientifica in questo settore, con interpretazioni spesso forzate e finalizzate a giustificare, e mantenere, l’organizzazione patriarcale della società. “Alcuni report – scrive Rippon – hanno messo in evidenza come gli articoli giornalistici che spiegano le differenze tra i sessi in termini biologici determinano una maggiore probabilità di approvare stereotipi di genere, di tollerare lo status quo e di credere nell’impossibilità di un cambiamento [5]. Così l’idea che il sesso lasci in eredità, a maschi e femmine, un portafoglio fisso di competenze cervello-correlate si è radicata nella coscienza pubblica. In una sorta di profezia auto-avverante, queste idee guidano il modo in cui i bambini vengono cresciuti ed educati, dalle diverse attitudini alle aspettative, esponendoli a diverse esperienze e opportunità. I cervelli, essendo plastici e modulabili, si sviluppano in modo da riflettere queste differenze. Più che ‘limitazioni imposte dalla biologia’ quelle che vediamo sono ‘restrizioni imposte dalla società’”.

 

 

 

Bibliografia
[1] Kolata G. Men and women use brain differently, study discovers. New York Times, 16 febbraio 1995.
[2] Shaywitz BE, Shaywitz SE, Pugh KR, et al. Sex differences in the functional organization of the brain for language. Nature 1995;373:607-9.
[3] Christine Lagarde can add. Little Gray Matters, 29 giugno 2011.
[4] Rippon G. The gendered brain. The new neuroscience that shatters the myth of the female brain. London: Vintage, 2020.
[5] Brescoll V, LaFrance M. The correlates and consequences of newspaper reports of research on sex differences. Psychol Sci 2004;15:515-20.

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