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Impari opportunità di carriera. Lo dicono i numeri

La pandemia si è abbattuta su una situazione di già esistente gap di carriera fra uomini e donne

Cristina Da Rold

Data journalist

By Ottobre 2021Ottobre 13th, 2021Nessun commento
Fotografia di Claudio Colotti

Sono 407 le ricercatrici e docenti universitarie (tutte donne) che a giugno 2021 hanno firmato una petizione indirizzata alla ministra Maria Cristina Messa e alla Conferenza dei rettori delle università italiane chiedendo “un intervento non di protezione delle docenti universitarie italiane, ma di riconoscimento” dell’impegno che hanno profuso sul fronte della cura della famiglia in questi mesi di chiusure forzate dettati a causa della pandemia covid-19. Un onere che si è tradotto in una riduzione del tempo dedicato alla ricerca e di conseguenza sul numero delle pubblicazioni scientifiche, metro principe per la partecipazione a concorsi per avanzare di carriera.

Uno studio pubblicato sul Journal of Medical Internet Research [1] ha documentato una diminuzione del numero di pubblicazioni di autrici in campo biomedico. Sono stati considerati 78.950 articoli pubblicati fra il 2019 e l’agosto 2020 su 62 riviste del gruppo Springer-Nature, per un totale di 346.354 autori unici. La percentuale di prime autrici che hanno pubblicato in campo biomedico durante la pandemia è diminuita in media del 9,1 per cento. Se si considerano gli ultimi autori, la percentuale di donne è diminuita in media del 7,9 per cento.

La tempesta determinata dalla pandemia si è abbattuta su una situazione di già esistente gap di carriera fra uomini e donne impegnati nel mondo della ricerca.

La forbice che si allarga

Nel 2021 in Italia sono solo sei le rettrici su un totale di 84 rettori: Giovanna Iannantuoni all’Università di Milano Bicocca, Tiziana Lippiello all’Università Ca’ Foscari di Venezia, Maria Grazia Monaci all’Università della Valle d’Aosta, Sabrina Nuti alla Scuola superiore Sant’Anna di Pisa, Antonella Polimeni alla Sapienza università di Roma e, infine, Daniela Mapelli, che ha iniziato da poco il suo incarico come rettrice dell’Università di Padova. Un numero ancora esiguo nel panorama italiano, che denota un cambiamento in atto, sebbene molto lento. Gli atenei citati sono fra i più grandi e quotati d’Italia.

In realtà le nostre università hanno una forte presenza femminile che però si spegne salendo di grado accademico. Stando ai dati presentati dal Miur a marzo 2021 [2], le donne sono il 55,8 per cento degli iscritti ai corsi di laurea, il 56,9 per cento del totale dei laureati, il 48,8 per cento degli iscritti ai corsi di dottorato e il 51,1 per cento del totale dei dottori di ricerca. Eppure, le donne sono il 49,8 per cento tra i titolari di assegni di ricerca, il 46,9 per cento dei ricercatori universitari, il 39,9 per cento dei professori associati e il 24,8 per cento dei professori ordinari.

Le università hanno una forte presenza femminile che però si spegne salendo di grado accademico.

A dicembre 2020 il Consiglio universitario nazionale ha pubblicato un rapporto dal titolo “Analisi e Proposte sulla questione di genere nel mondo universitario italiano” [3] che analizza il percorso fatto dal 2008 al 2018, per ambito accademico. Nel settore biomedico il gap è molto ampio. Si conferma la prevalenza degli uomini rispetto alle donne nei ruoli a tempo indeterminato (con differenze che appaiono molto più marcate nella fascia dei professori associati e, soprattutto, in quella dei professori ordinari). Invece, nei ruoli a tempo determinato si osserva una sostanziale uguaglianza di genere e una marcata prevalenza di donne fra gli assegnisti di ricerca. Questo trend si conferma anche all’interno delle discipline scientifico-tecnologiche – le cosiddette aree Stem, dall’inglese science, technology, engineering, mathematics. Nel 2019 le donne rappresentano circa il 40 per cento del totale degli assegnisti di ricerca e dei ricercatori, mentre sono circa il 21 per cento dei professori ordinari.

E ancora, il bilancio di genere [4] della Sapienza università di Roma per l’anno 2018 mostra che solo 17 dei 59 direttori di dipartimento e due dei 12 presidi di facoltà erano donne.

I voti delle ragazze sono migliori

Come abbiamo visto, la presenza femminile fra i banchi universitari e nei dottorati di ricerca in Italia è alta, così come i risultati ottenuti. Le ragazze si laureano in media sei mesi prima e con gli stessi voti dei ragazzi. Secondo la survey condotta da AlmaLaurea sui laureati e le laureate nel 2020 in discipline mediche e farmaceutiche, il 20 per cento delle ragazze si è laureata prima dei 23 anni (si considerano qui anche le lauree triennali), contro il 10 per cento dei maschi, e il 24 per cento si è laureata a più di 27 anni, contro il 32 per cento dei maschi. Le ragazze laureate in queste discipline provengono in percentuale maggiore da classi sociali meno avvantaggiate: il 21 per cento dalla classe elevata, contro il 28 per cento dei maschi, e il 24 per cento dalla classe del lavoro esecutivo, contro il 18 per cento dei ragazzi. Il 67,8 per cento delle ragazze non ha nessun genitore laureato contro, il 57 per cento dei maschi. Le ragazze laureate in scienze mediche e farmaceutiche brillantemente provengono meno da licei scientifici e istituti tecnici rispetto ai ragazzi.

Asimmetrie accademiche. Nelle università italiane le percentuali delle donne immatricolate e laureate superano quelle degli uomini, ma solo nelle discipline umanistiche. I dati evidenziano infatti che nell’area Stem le donne sono in minoranza e la forbice si allarga lungo il percorso dalla laurea alla cattedra come docente ordinario. Anche le professioni mediche non sono parimenti riconosciute: a parità di ruolo e competenze le donne medico guadagnano meno dei colleghi.

Nell’anno accademico 2019/2020 le dottorande risultano complessivamente poco meno della metà degli iscritti. Specificamente nell’ambito dell’area delle scienze mediche e sanitarie le dottorande sono addirittura il 63,6 per cento del totale (percentuale che scende ulteriormente intorno al 30-35 per cento nelle altre aree Stem di ingegneria, fisica e chimica, in linea con il resto d’Europa), le assegniste di ricerca sono quasi il 73 per cento mentre le ricercatrici a tempo determinato sono il 50 per cento.

Il gap europeo negli assegni di ricerca

In ambito accademico le collaborazioni internazionali contano molto per fare carriera. Tuttavia, gli Erc grant, i famosi assegni di ricerca che ogni anno vengono assegnati a livello europeo dopo una selezione accurata ed estremamente competitiva dei progetti provenienti da tutta Europa, e che aiutano a fare un bel balzo di carriera, sono ancora prevalentemente vinti da uomini. Dal 2007 al 2016 le donne hanno vinto solo il 27 per cento degli starting grant e il 14 per cento degli advanced grant, rivolti a chi è più avanti nella carriera accademica.

C’è un problema di fondo anche nel processo di pubblicazione stesso nelle riviste con un alto impact factor. Per vincere un concorso è necessario pubblicare molto, nelle riviste giuste, di modo da essere citati come autori autorevoli da altri colleghi stimati in altrettante riviste prestigiose. Al di là della già menzionata diminuzione delle autrici durante la pandemia, gli articoli con primo autore donna sono (in media) meno citati di quelli con primo autore uomo. Inoltre a quanto pare le donne sono molto meno presenti durante il processo di peer review. Quello del publishing gender gap è un tema delicato e complesso, che deve essere meglio indagato con studi ampi e mirati.

Va meglio nel mondo dell’industria?

Forse un pochino. Non ci sono molti dati pubblici sulla presenza femminile nelle industrie del biotech in Italia. Sappiamo che dal punto di vista dell’imprenditoria, in Italia nel 2020 (dati Unioncamere) le startup innovative femminili erano 1598, solo il 13,2 per cento del totale delle imprese innovative.

Il rapporto più completo è “SHE figures 2018” dell’Unione europea [5] che mostra che, nella maggior parte dei paesi, l’industria farmaceutica è l’unico settore con più ricercatrici donne che ricercatori uomini. Nel comparto della manifattura, pare che in Italia il 53 per cento di chi lavora in ricerca e sviluppo nelle aziende farmaceutiche sia donna, anche se la percentuale di ricercatrici che opera nel settore servizi di queste aziende è solo il 28 per cento.

Lavoratrici sanitarie: un notevole gap

Anche chi non vive il mondo della ricerca ma è entrata nel mondo del lavoro subito dopo la laurea esperisce un gender gap economico. Un fisioterapista maschio neolaureato da un anno guadagna 200 euro netti in più al mese di una collega donna con la stessa esperienza. Un neo logopedista percepisce 133 euro in più di una collega, un igienista dentale 119 euro in più e un infermiere 84 euro in più. I dati provengono anch’essi da un rapporto sul gender gap nelle professioni sanitarie (non mediche) del consorzio AlmaLaurea. Nel 2019 i neolaureati guadagnavano a un anno dalla laurea in media 1313 euro (si parla qui di retribuzioni mensili nette).

E fra i medici? Se da una parte i dati della Federazione ordini dei medici, la Fnomceo, mostrano che fra le nuove generazioni le donne sono più degli uomini (il 60 per cento dei medici under 60 è donna), le mediche a cinque anni dalla laurea hanno una retribuzione netta media di 200 euro inferiore ai colleghi maschi: 2148 euro contro 2315 euro. Stavolta non è colpa del part time, diffuso in ugual misura fra i sessi. Lo stesso gap retributivo emerge anche a tre anni dalla laurea: 2116 euro per i giovani medici e 1993 euro per le giovani mediche.

“La donna può stare a casa”

Non basta studiare. La presenza di stereotipi di questo tipo è persistente, anche fra i laureati e le laureate. Secondo un sondaggio dell’Agenzia Dire su donne e media [6], presentato in Senato a fine 2019, il 9 per cento dei laureati, cioè poco meno di uno su dieci, pensa che le donne dovrebbero stare a casa ad accudire i figli. Fra la popolazione generale lo pensa un italiano su cinque, il 18 per cento di chi ha un diploma.

Nel 2019 un’indagine Istat sugli stereotipi di genere [7] dipingeva uno scenario inquietante: il 27 per cento degli italiani e il 10,8 per cento dei laureati (in particolare il 13 per cento dei laureati maschi) pensa che dovrebbe essere l’uomo a occuparsi delle necessità economiche della famiglia, e che non sia così importante che la donna lavori. E ancora, il 34 per cento degli italiani e il 15,9 per cento delle donne laureate reputa che gli uomini siano meno adatti a occuparsi delle faccende domestiche. Infine, il 16 per cento degli intervistati pensa che, in condizioni di scarsità di lavoro, i datori di lavoro dovrebbero dare la precedenza agli uomini rispetto alle donne.

 

Bibliografia
[1] Muric G, Lerman K, Ferrara E. Gender disparity in the authorship of biomedical research publications during the covid-19 pandemic: retrospective observational study. J Med Internet Res 2021;23:e25379.
[2] Morana MT, Sagramora S. Focus “Le carriere femminili in ambito accademico”. Miur – Ufficio VI gestione patrimonio informativo e statistica, marzo 2021.
[3] Analisi e proposte sulla questione di genere nel mondo universitario italiano. Allegato 1. Miur, 17 dicembre 2020.
[4] Ufficio comunicazione – Area supporto strategico e comunicazione, Sapienza università di Roma. Bilancio di genere 2018 (terza edizione).
[5] Directorate general for research and innovation (European commission). She figures 2018. Luxembourg: Pubblication office of European union, 2019.
[6] Donne e media: la sottile linea rossa della discriminazione di genere. Agenzia Dire, 5 dicembre 2019.
[7] Gli stereotipi sui ruoli di genere e l’immagine sociale della violenza sessuale – Anno 2018. Istat, 25 novembre 2019.

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