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Prossimità Articoli

Prossimità di incontri, persone e luoghi

Il viaggio di Marco Belpoliti nella sua pianura tra la nebbia e la memoria.
Per vedere quello che non si riesce a vedere quando tutto è completamente visibile. Per capire da dove veniamo

Cristina Da Rold

Giornalista

By Giugno 2021Luglio 27th, 2021Nessun commento

Nell’ultimo anno siamo stati messi duramente alla prova sul concetto di prossimità, anzitutto fisica. Oso pensare, ma solo quando è buio e non mi vede nessuno, che forse tutte le chiacchiere dette e scritte su come questa pandemia ci stia cambiando derivino dalla distorsione cognitiva di esserci dovuti adattare, come mai prima nella storia, a uno spazio interiore, e tutto questo a una velocità immensamente accelerata, senza preavviso. Se a Capodanno 2019 un amico ci avesse detto che di lì a tre mesi avremmo vissuto in una forma di lockdown (ma chi la conosceva questa parola, poi?), per più di un anno, avremmo probabilmente sgranato gli occhi e canzonato l’interlocutore. Non abbiamo imparato molto dal mito: ancora deridiamo chi si affaccia sulla rocca di Pergamo.

Quanto cerchiamo la realtà, anche quando la possiamo vivere? In “Fata Morgana” (Feltrinelli, 2005) Gianni Celati raccontando il paese dei Gamuna, scrive: “Dicono che ognuno corre dietro a certe illusioni e nessuno può farne a meno, perché tutto fa parte d’uno stesso incantesimo. Dicono che alcuni miraggi sono mortali o procurano guai, altri danno l’impressione di soddisfare la fame o la sete, le voglie carnali o i sogni di gloria. E i miraggi del deserto sono particolari solo per questo: perché mostrano che inseguendo le illusioni ci si sbaglia sempre, e non c’è modo di non sbagliarsi, e la vita non è che un perdersi in mezzo ad allucinazioni varie”.

Inseguendo le illusioni ci si sbaglia sempre, e non c’è modo di non sbagliarsi, e la vita non è che un perdersi in mezzo ad allucinazioni varie. — Gianni Celati

Forse è per questo che qualsiasi racconto epico attrae certi uomini e donne: invita al viaggio irreale, ma concreto. E lo fa al momento giusto. Certi scritti che sono tanto amati in taluni momenti, magari non lo sarebbero in altri. Marco Belpoliti ha pubblicato da poco un libro che stava lì in attesa da vent’anni, non immaginando che avrebbe destato l’interesse che invece sta suscitando. Il libro si chiama “Pianura”, è edito da Einaudi, e parla anche di prossimità. Prossimità di incontri (Celati stesso è molto presente in queste pagine) e di luoghi. Questo libro è la mappa del viaggio epico di Marco attraverso la pianura emiliana.

Forse “Pianura” è molto letto perché ci rassicura sul fatto che lo spazio del ricordo condiviso non è solo un momento della memoria, ma anche un viaggio – tutto, o quasi, seminascosto dalla nebbia o dalla memoria. Qualcosa che ti chiama all’azione, che ti regala la sensazione – che cerchiamo come l’ossigeno in questi mesi – di non perdere tempo nell’immobilità asfittica, ma di arricchire nonostante l’immobilismo la nostra bisaccia di sassolini.

In pianura ci si sente piccoli perché la pianura ha come confine l’orizzonte, l’irraggiungibile. — Marco Belpoliti

“La prossimità di cui parlo non è tanto il prossimo tuo, ma la prossimità spaziale, chi ti è talmente vicino da condividere una condizione, uno stato, un tempo, anche se per me la prossimità spaziale sovrasta quella temporale” mi racconta Marco in una fresca chiacchierata mattutina. “Sai, il problema è che i ricordi sono sempre individuali e personali. Quando comunichi la tua prossimità è sempre una distanza. Chi può condividere la propria prossimità?”. Eppure non possiamo non condividere, perché abbiamo bisogno di esprimerci, anche nella frustrazione, anche sapendo che è allucinazione. “Ci ho provato, mappando la mia pianura, le mie prossimità, con i miei luoghi, i miei ricordi e le mie persone: in pianura ci si sente piccoli perché la pianura ha come confine l’orizzonte, l’irraggiungibile. Per questo il libro ha preso il via effettivamente quando una sera, a Zurigo, ho capito che dovevo passare al tu, che per me ha questo significato di prossimità. Ho trovato la voce, che è la cosa più difficile per iniziare”.

Il modello che aveva in mente Marco era alto: “Il sistema periodico” di Primo Levi, in cui lo scrittore torinese racconta della sua famiglia. “Ricordo che cita conversazioni come ‘tua nonna pare avesse le stesse caratteristiche della mia’, con lui che risponde: ‘Eh sì le ho prese in prestito dalla tua’. Ecco: questo è il processo collettivo di reinvenzione delle cose. Poi sai, ho avuto un’educazione civile che aboliva l’‘io’, perché il collettivo sorpassava l’individualità. Ancora oggi di fronte a un articolo che inizia con ‘io’ inorridisco. ‘Io’ è un pronome difficilissimo e tremendo”.

Scrivendo queste righe tratte dalla nostra chiacchierata penso che sia imbarazzante chiedere a uno scrittore il perché delle cose che scrive. E non solo perché le ragioni sono spesso qualcosa di molto personale, ma soprattutto perché, poi, che importanza ha il perché? Come se di fronte a una scala a pioli per salire in cima a un albero, volessimo sapere perché l’intagliatore ha scelto di fare i pioli rotondeggianti oppure quadrati.

“Fu una persona straordinaria Celati: imprevedibile, bizzarro, stranissimo. Umano troppo umano. La mia narrazione parte da un momento preciso: quel giorno che Celati in aula – siamo al Dams di Bologna nella primavera del 1977 – presentò la raccolta di testi ‘Alice disambientata’, frutto di un seminario che teneva con i suoi studenti. Durante la presentazione lanciò letteralmente le copie di questo libro a noi studenti, peraltro libro ancora acquistabile, edito da Le Lettere”. Alice disambientata, come noi oggi, del resto. Alla ricerca di posti dove vivere delle storie. “Sto curando con Anna Stefi un volume con le interviste di Celati, dalle quali emerge un’idea di letteratura unica, che non si trova da altre parti. La letteratura non deve essere quella che si studia all’università, ma un modo di vivere e di essere”.

In “Pianura” ci sono Ariosto e Boiardo, personaggi del 1300, ma anche tante persone della contemporaneità, con una voce narrante che si rivolge a un tu che racconta cosa succede e che cosa ha visto. La maggior parte delle persone raccontate da Marco sono suoi amici, ma al tempo stesso sono figure conosciute nella mappa mentale dei luoghi e degli anni vissuti dall’autore: Luigi Ghirri, Giuliano Scabia. È tutto vero, ma senza traccia di cose intime. L’ho notato solo successivamente: non so nulla della vita di Marco leggendo questo libro, che pur nasce dai suoi taccuini di viaggio.

“Luigi Ghirri per esempio con le sue fotografie riesce a mostrarti in foto qualcosa che hai sempre visto, ma che non hai mai guardato in quel modo. L’idea è che anche la prossimità, forse, può essere ri-guardata, ma con calma. Ri-scopriamo la casa e le cose in casa, ma anche le cose fuori, che erano date, ma che non praticavamo, come le case di fronte, la strada. La fotografia di Ghirri ha questa prerogativa: uno sguardo innocente che rende magico cosa abbiamo visto, e in questo modo trasforma le cose. È un dono. E io penso che la bellezza, l’intelligenza e la sensibilità contagino”.

Vorrei spingermi un passo più avanti, a questo punto. Di per sé la realtà non vale un accidente. È la percezione a elevarla, a promuoverla alla dignità di significato. — Iosif Brodskij

Il confine fra vivi e morti non è tracciato bene, anche lì c’è prossimità. “Gli incontri che riporto potrebbero anche non essere esistiti, sono evocazioni dal mondo delle apparenze. Tutto appartiene al mondo delle apparenze” mi dice. Ripenso a una frase di Iosif Brodskij, letta poco fa per caso, da “In Fuga da Bisanzio” (Adelphi, 2016): “Vorrei spingermi un passo più avanti, a questo punto. Di per sé la realtà non vale un accidente. È la percezione a elevarla, a promuoverla alla dignità di significato”.

Vale la pena concludere questa mappa con la storia di Giulia Niccolai. Una giovane Giulia, fotografa già introdotta nei circoli fotografici milanesi di Ugo Mulas e amici, un giorno prende la macchina, parte dalla Lombardia alla volta della Sicilia per un progetto a cui doveva lavorare: una sessione di fotografie aziendali. In pochi anni diventa un nome della fotografia italiana e mondiale: è sua la fotografia di Alberto Arbasino sulla copertina di “Fratelli d’Italia” (Adelphi, 2000). Vive un periodo anche negli Stati Uniti, dove fra vari servizi, incontra un giovane Kubrick, e i Kennedy. “Allora l’America era un Paese decisamente più poroso rispetto a oggi, si poteva entrare ovunque” continua Marco. E io posso solo credergli oppure no. “A un certo punto ha l’occasione di fare un servizio fotografico su un’atleta afroamericana che era l’emblema di tutto ciò a cui si arriva a rinunciare per primeggiare nello sport. Era la storia di una donna triste, alienata, che morirà giovane uccisa da questo eccesso di sport”. È questa la storia che Giulia vuole immortalare, ma quando un giornale importante pubblica le sue fotografie, scopre che tutto questo senso è stato cancellato. La ragazza americana è trasformata in un’eroina positiva che come il più trito dei topoi, è schiacciata dal sacrificio.

“Giulia molla tutto e inizia a scrivere. Prima un romanzo, che viene pubblicato, e poi si sposta a Roma, dove entra in contatto con il gruppo 63 di Eco, Balestrini, Manganelli. Pubblica poesie, e diventa segretaria di redazione della rivista Quindici. Sono gli anni in cui conosce il poeta Adriano Spatola, con il quale si trasferisce in un mulino in campagna per diversi anni e riprende a fotografare”. Già così sarebbe un canto omerico, ma non è finita: Giulia più in là con l’età sarà una monaca buddista. “Un giorno prende appuntamento con un’amica in un monastero tibetano, ma l’amica non si presenta. A quel punto lei entra ugualmente e sente che questo monaco stava rispondendo a tutte le sue domande più profonde. Si fa monaca, e della fotografia non parla più”. Prossimità.

“Aveva lasciato la maggior parte dei suoi scatti nel mulino che aveva abbandonato all’indomani della chiusura con Spatola. Un giorno anni fa la invitai a un incontro di Doppiozero (la rivista diretta da Marco Belpoliti, ndr) e diverse persone conoscevano la sua fotografia. Una di queste persone – Silvia Mazzucchelli – prese contatto con lei e andarono insieme al vecchio mulino, a prendere tutto il materiale di Giulia, rimasto sepolto lì dopo quarant’anni. Speriamo di riuscire a fare una mostra con le foto di Giulia prossimamente, in presenza, come si dice”.

Soggiornando molto per lavoro e per interesse sui social network nell’ultimo anno e mezzo, più ancora di quanto vi stia normalmente, noto un bisogno di prossimità fisica enorme, di abbracci, di profumi da annusare. Ma anche un grande bisogno di allucinazioni, di contatto con quel mondo di personaggi che emergono dall’intreccio dei nostri rapporti. Un mondo di prossimità, di allucinazioni che nel prepotente contatto con il virtuale, non abbiamo ancora iniziato a capire dove ci sta portando.

 

 

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