Skip to main content
Prossimità Articoli

Annullare le distanze

La prossimità nel magistero di Papa Francesco

Gianluca Biccini

L'Osservatore Romano

By Maggio 2021Luglio 2nd, 2021Nessun commento
Fotografia di Lorenzo De Simone

Tra i temi ricorrenti nel magistero di Papa Francesco c’è senza dubbio quello della prossimità: un concetto che ritorna spesso nelle sue parole e che trova applicazione concreta nei suoi gesti. Partendo dall’idea di un Dio vicino, il pontefice gesuita richiama di continuo la necessità di farsi prossimi agli altri: non solo a quanti sono naturalmente vicini come familiari o connazionali, ma anche a coloro che sono lontani. È, il suo, un appello costante a mettersi al servizio della gente che normalmente viene dimenticata, lasciata ai margini, perché considerata distante: in particolare i migranti – estranei, stranieri per antonomasia – i malati, gli anziani, i poveri, insomma tutta quella che Bergoglio definisce l’umanità scartata.

La vicinanza è lo stile di Dio, ha detto ripetutamente il Papa argentino, invitando a testimoniare tale prossimità con l’amore fraterno che supera ogni barriera e raggiunge ogni condizione, e offrendo come modello da imitare la figura evangelica del buon samaritano, che con compassione si è fatto vicino a ogni individuo. Soprattutto in questo periodo segnato da covid-19 in cui la parola d’ordine è, al contrario, distanziamento. “La pandemia – ha scritto nel messaggio per la Giornata mondiale del malato 2021 – ha messo in risalto la dedizione e la generosità di operatori sanitari, volontari, lavoratori e lavoratrici, sacerdoti, religiosi e religiose, che con professionalità, abnegazione, senso di responsabilità e amore per il prossimo hanno aiutato, curato, confortato e servito tanti malati e i loro familiari. Una schiera silenziosa di uomini e donne che hanno scelto di guardare quei volti, facendosi carico delle ferite di pazienti che sentivano prossimi in virtù della comune appartenenza alla famiglia umana”.

È necessario farsi prossimi agli altri: non solo a quanti sono naturalmente vicini, ma anche a coloro che sono lontani.

Un atteggiamento, dunque, che si articola nelle tre modalità “vicinanza, compassione e tenerezza”, come ha ripetuto in un angelus e un’udienza generale a febbraio e marzo scorsi. Questa prossimità il vescovo di Roma non la predica soltanto, ma la pone in essere in prima persona. Basti pensare alla recente visita nel martoriato Iraq, fortemente voluta e compiuta nonostante tutto e tutti; o alla decisione di donare dosi di vaccino agli indigenti assistiti dall’elemosineria apostolica per sostenere la campagna di immunizzazione. “In questo tempo in cui tutti siamo chiamati a combattere la pandemia – ha detto a Pasqua nel messaggio urbi et orbi – i vaccini costituiscono uno strumento essenziale per questa lotta. Nello spirito di un internazionalismo dei vaccini, esorto l’intera comunità internazionale a un impegno condiviso per superare i ritardi nella loro distribuzione e favorirne la condivisione, specialmente con i Paesi più poveri”.

Non solo, nell’America Latina ferita dal coronavirus – dove nei giorni scorsi si è superata la quota dei 700 settecentomila morti – attraverso la nunziatura apostolica a Bogotá, ha fatto giungere in Colombia materiale medico e chirurgico per la cura dei pazienti contagiati: quattro respiratori polmonari, diverse mascherine e circa duecento occhiali di protezione. Naturalmente non è stata la prima volta: un anno fa, in pieno lockdown, nel giorno del suo onomastico (san Giorgio, il 23 aprile) aveva inviato dispositivi sanitari, tra cui tute per le terapie intensive, a ospedali di Italia, Spagna e Romania. Poi, ad agosto, aveva fatto recapitare diciotto ventilatori e sei ecografi portatili in Brasile, dove a essere maggiormente colpiti erano e sono tuttora gli indigeni dell’Amazzonia.

Lascia un commento