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Cambiamenti Interviste

Una nuova idea di fare politica. Ripartire insieme dal territorio con i bambini

Da pediatra a parlamentare per difendere gli ideali di equità e legalità

Intervista a Paolo Siani

Pediatra e parlamentare, componente XII Commissione affari sociali e sanità e Commissione bicamerale infanzia, direttore Uoc Pediatria 1 dell'Ospedale Santobono di Napoli

By Aprile 2021Nessun commento
Fotografia di Lorenzo De Simone

Pediatra napoletano. Fratello di Giancarlo, giornalista ucciso dalla camorra all’età di 26 anni. Ha diretto la pediatria degli ospedali Cardarelli e Santobono di Napoli. È stato presidente dell’Associazione culturale pediatri e della Fondazione Polis impegnata sui temi della lotta alla violenza e alla criminalità. Nel 2018 ha deciso di portare la sua storia e le sue battaglie all’interno del Parlamento.

Fare meglio per cambiare in meglio. Quale valutazione dà della sua esperienza professionale e partecipazione civica?

A marzo sono tre anni che sono in Parlamento, e tre anni che ho diminuito la mia presenza in ospedale fino a interromperla con l’arrivo della pandemia. Più volte mi sono chiesto se ne valesse la pena lasciare un lavoro a tempo pieno che amo e mi appassiona. Ma a conti fatti non mi pento di questa scelta. Per quanto nuovo nell’ambiente, con poca esperienza di logiche parlamentari alle spalle, sono riuscito a ritagliarmi un settore d’intervento e a portare dei cambiamenti in cui credo molto. Per esempio, la messa in legge nel 2020 delle scuole di specialità in cure palliative nata nel 2018 da un’indagine conoscitiva sulle cure palliative in Italia. Oppure la proposta di legge, ora depositata in Parlamento, sul maltrattamento all’infanzia e l’indagine su bullismo e cyberbullismo che porterà probabilmente a una serie di proposte emendative, e anche legislative, per la tutela dei bambini in rete. Non da ultimo la modifica alla legge 62/2011 per le madri che si trovano negli istituti penitenziari con i loro figli. Da parlamentare ho visitato sia il carcere di Poggioreale, sia l’Istituto a custodia cautelare attenuata per detenute madri (Icam) di Lauro, in provincia di Avellino, e una casa famiglia protetta a Roma. La legge prevede la reclusione delle detenute madri in Icam o in case famiglia, ma senza oneri per lo Stato. Questo ha comportato che in Italia abbiamo solo cinque Icam e due case famiglia. Per cui ho presentato un emendamento alla legge di bilancio di quest’anno per la creazione di un fondo per l’accoglienza delle detenute madri.

Ribaltare la percezione delle cose: non vedere i bambini come residuali ma come il punto di partenza.

Miracolosamente (perché non era scontato per un neo parlamentare) è stato accettato. Ora sono iniziate le audizioni in Commissione giustizia della Camera per una proposta di legge, di cui sono il primo firmatario, finalizzata a valorizzare l’esperienza delle case famiglia che sono la vera soluzione al problema dei bambini in carcere. Mi sono confrontato con i deputati della Commissione giustizia e mi sembra ci sia una buona predisposizione anche da parte degli altri gruppi parlamentari. Sono fiducioso in un iter veloce. Anche questo non è stato un lavoro facile; ma, nel mio piccolo, sono riuscito a farmi stimare in quanto politico che difende un ideale e non una bandiera.

Così come è stato per la mozione sull’infanzia che lei ha definito “un progetto politico”, “un appello a una politica che vuole dare speranze”.

Al secondo Governo Conte avevamo chiesto di inserire nel programma di resilienza ripresa un capitolo specifico per l’infanzia, un programma unico con al centro l’infanzia, con l’obiettivo specifico di ridurre le disuguaglianze del nostro Paese che sono intollerabili se riguardano i bambini. Il presidente Conte aveva citato in aula il nostro lavoro parlamentare mostrandosi ben disponibile a seguire le nostre richieste. Abbiamo depositato e anche discusso in aula la mozione infanzia. Poi con la caduta del Governo il lavoro si è fermato, purtroppo. Ma ora abbiamo rimesso sul tavolo le nostre proposte, a partire da quella degli asili nido e della ripartizione delle risorse ad essi destinati secondo criteri che garantiscano un aumento dell’offerta soprattutto nelle aree con minore copertura. Quello degli asili nido viene percepito dalle forze politiche come un problema marginale, ma spiegandolo può assumere una valenza diversa. Ho quindi provato a ribaltare la percezione delle cose: non vedere i bambini come residuali ma come il punto di partenza. La questione non è che la mamma deve andare a lavorare, e quindi serve l’asilo nido. Ma che tutti i bambini hanno diritto a un asilo nido di qualità, e quindi la mamma può andare a lavorare tranquilla.

Ma solo se tutto quanto è stato disegnato sarà implementato equamente da nord a sud, lo scenario sanitario cambierà, e in meglio.

Quali cambiamenti si rendono necessari per mettere i bambini e gli adolescenti al centro delle azioni politiche? Basta una proposta di legge?

A gennaio a Montecitorio avevo illustrato il programma di adozione sociale. È un modello di accompagnamento della famiglia, dal concepimento del figlio fino ai sei anni, che abbiamo già sperimentato prima nel quartiere napoletano di Secondigliano e poi in altre parti di Italia. Consiste in un sistema integrato finalizzato a migliorare le condizioni di salute e benessere nel medio e lungo termine, e a ridurre l’esclusione sociale al suo nascere. Individuare precocemente le disuguaglianze significa poter intervenire oggi per non dover più inseguire il rischio sociale domani. Un cambio di prospettiva in linea con quanto aveva scritto il primo ministro Conte nel Piano nazionale di ripresa e resilienza: “Intervenire per evitare l’emergenza che insorge quando non si è riusciti a prevenire i rischi di esclusione”. Grazie al Recovery fund questo modello di adozione sociale potrebbe essere reso possibile in tutta Italia. Altrettanto l’assegno unico e universale che vuole semplificare il sostegno della famiglia per ogni figlio a carico, dal settimo mese di gravidanza al 21esimo anno di età, da parte del Senato. Non bastano però i progetti o i bonus per cambiare, servono anche i servizi per l’infanzia da offrire alle famiglie. Poi servono anche delle riforme e migliorie sul fronte sanitario che sono già descritte nell’ex piano di rilancio e previste nel Recovery fund: dagli ospedali di comunità alle case della salute dove il medico di famiglia e il pediatra di libera scelta lavoreranno insieme ad altre figure professionali quali psicologi, neuropsichiatri, infermieri pediatrici; dal rapporto territorio-ospedale a quello con la scuola e la comunità. Toccherà poi alle Regioni, alle associazioni pediatriche e ai sindacati dei medici declinare queste linee guida nel modo più efficace possibile. Ma solo se tutto quanto è stato disegnato sarà implementato equamente da nord a sud, lo scenario sanitario cambierà, e in meglio.

Da dove dobbiamo ripartire per una sanità migliore e, ampliando lo sguardo, anche per un’Italia migliore?

Dalla formazione e dal territorio. Mi sono sempre battuto per far passare il messaggio che l’abolizione del numero chiuso per le professioni mediche non avrebbe risolto il problema della carenza dei medici, e che serviva agire sull’imbuto formativo che impedisce a tanti laureati in medicina di accedere alla specializzazione. L’emergenza covid-19 ha accelerato un cambiamento che prima era impensabile: con il decreto ministeriale n. 106 del 15 settembre 2020 sono aumentati del 62 per cento i posti nelle scuole di specializzazione che, cosa importante, saranno declinati in base alle necessità del territorio. Ma la pandemia ha evidenziato anche le debolezze dei servizi sanitari e sociosanitari di base a livello territoriale. Un problema di cui eravamo già a conoscenza da anni. Ora, finalmente, si sta ragionando su una nuova organizzazione dell’assistenza territoriale. Serve una diversa distribuzione del lavoro e delle competenze con équipe di medici multidisciplinari preparate e attrezzate sul territorio, senza dover demandare il tutto all’ospedale che dovrà essere visto sempre più come un luogo di cura intensivo e di interventistica programmata. Questo significa una maggiore efficienza dell’intero sistema: ospedali meno affollati, meno viaggi al nord di pazienti che possono essere curati anche al sud, soddisfazione maggiore dei pazienti che possono essere curati anche a casa o vicino casa, e non per forza negli ospedali. È un approccio del tutto nuovo che ora stiamo valutando e disegnando. Bisogna però vedere poi come verrà di fatto realizzato.

Non bisogna fermarsi mai e conquistare terreno ogni giorno.

Il valore e l’impegno civico per una società migliore è una delle costanti in molte delle sue battaglie, in nome anche di suo fratello Giancarlo. Un giorno le cose potranno cambiare?

Potrei rispondere con due aneddoti. Il 21 marzo si celebra la Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie. Quel giorno cittadini e studenti, magistrati, rappresentanti delle istituzioni e delle forze di polizia marciano in una città italiana. Non ero mai mancato a una marcia ma nel 2019, il 21 marzo, ero alla Camera. Mi sentivo profondamente a disagio. Chiesi quindi all’allora presidente della Camera, Roberto Fico, di ricordare la Giornata in aula. Ci eravamo accordati che mi avrebbe dato la parola. Ero in quarta fila, al numero 14. Mi alzai e iniziai a elencare alcuni nomi di vittime della mafia, per ultimo il nome di Giancarlo. “Questi sono i nomi che avrei recitato questa mattina a Padova dove si sta marciando per la Giornata della memoria e dell’impegno. Credo che sia giusto che questa aula ogni anno ricordi le vittime innocenti della criminalità”. Tutti i gruppi della Camera intervennero. Ci fu un’ovazione dell’aula. Fu un momento molto sentito. Ricevetti una marea di messaggi (e non solo dai colleghi del mio partito). È sostanziale che la Camera dei deputati il 21 marzo sospenda i lavori per mezz’ora per ricordare le vittime. Prima non era mai accaduto, e “forse” non sarebbe accaduto se non avessi condiviso quella richiesta. Non lo so… ma se ho costretto la Camera a fermarsi e a parlare, vuol dire che qualcosa si può ottenere. Le cose cambieranno davvero? Lo spero e faccio tutto quello che ho nelle mie possibilità affinché cambino.

Il lavoro da fare è sull’infanzia e sulle famiglie, sul territorio come in politica.

Il secondo aneddoto?

Nei quartieri spagnoli di Napoli è stato inaugurato un murales che ritrae Ugo Russo, il 15enne ucciso purtroppo da un carabiniere durante un tentativo di rapina, e che ha sollevato molte polemiche. In un altro punto della città, invece, è stato vandalizzato a pallonate un pannello, esposto all’esterno della Fondazione Polis, che raffigura la Mehari di Giancarlo quale simbolo della lotta alla criminalità. Questi due episodi mi fanno pensare che c’è ancora molto da fare per far crescere un senso di legalità, e anche di appartenenza. Non bisogna fermarsi mai, serve conquistare terreno ogni giorno: rimetteremo il pannello in ricordo di Giancarlo e dialogheremo con quei ragazzini che lo hanno vandalizzato, per far capire loro il valore simbolico di quel pannello e per sensibilizzarli ai temi della legalità. Il lavoro da fare è sull’infanzia e sulle famiglie, sul territorio come in politica, perché è da lì che bisogna cominciare per far crescere il Paese.

A cura di Laura Tonon

 

Quale cambiamento senza futuro?

Nelle società meno avanzate i bambini vengono spesso sfruttati e tenuti in fondo alla lista della considerazione dei grandi. Noi invece, uno tra i Paesi ricchi, con la scusa di proteggerli, i più piccoli, ci piace nasconderli e infine dimenticarceli. Annalisa Cuzzocrea, nel suo nuovo libro “Che fine hanno fatto i bambini?”, ci regala una serie di istantanee, tenute insieme dall’evento pandemico, che mettono a fuoco una distorsione tutta italiana: la nostra dimenticanza del popolo dei minori è tutta associata al loro basso peso specifico, nella politica e nell’ascolto. Saranno le stesse parole dei bambini, di quelli che li vedono e li ascoltano per davvero a raccontarvi dove potrete trovarli. Vi diranno anche della mancanza di un’idea e di un progetto per il futuro.

Antonio Addis

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