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Cambiamenti Interviste

Nuove sfide in un’Italia che invecchia

Alla ricerca di nuovi equilibri e di nuove sinergie tra culture diverse

Intervista a Massimo Livi Bacci

Professore di demografia, Università di Firenze

By Aprile 2021No Comments
Fotografia di Lorenzo De Simone

La popolazione italiana sta invecchiando: al calo delle nascite si affianca l’allungamento della vita media. In queste pagine ci interroghiamo sui cambiamenti demografici che ci troviamo ad affrontare, considerando anche la convergenza di due crisi – pandemia e cambiamenti climatici – e su come la demografia da un alto e dall’altro la cultura incidano sulla propensione di un Paese all’innovazione e al cambiamento.

Quali sono i principali motori dei cambiamenti demografici e l’impatto che stanno avendo nelle società occidentali?

Nell’ultimo mezzo secolo due fenomeni concorrenti sono alla base dei profondi mutamenti delle società occidentali. Il primo è costituito dal forte declino della natalità e della propensione, quindi ad avere figli. In occidente, oramai, la riproduttività è ben al disotto del livello che i demografi chiamano di “rimpiazzo”, e che permette la perfetta sostituzione numerica tra generazioni, e che corrisponde a due figli per donna. Ci sono addirittura popolazioni dove la riproduttività media è pari a uno, un livello che se sostenuto nel tempo porta una popolazione a dimezzarsi nel giro di pochi decenni. In Italia, per esempio, è questo il caso della Sardegna (1,03 nel 2019). Questo bassissimo livello riproduttivo è la conseguenza di scelte consapevoli da parte delle coppie, che oramai sono nel pieno possesso delle tecniche di controllo delle nascite. L’altro fenomeno è il grande e continuo miglioramento della sopravvivenza e l’allungamento della vita, la cui durata media supera abbondantemente gli 80 anni, anche se la pandemia di coronavirus ha provocato un lieve arretramento nel 2020. Da queste premesse nasce il rapido processo di invecchiamento: pochi sono i nati, in aumento i sopravviventi alle età anziane e, in conseguenza, diminuiscono i giovani e aumentano i vecchi.

L’assegno unico per i figli a carico è un primo, positivo e concreto segnale, di una politica sociale di sostegno alla natalità.

Quali cambiamenti si rendono necessari per adattarsi alle realtà in continua evoluzione?

Sotto lo stretto profilo demografico occorre, evidentemente, interrompere la spirale negativa delle nascite in diminuzione che a distanza di un paio di decenni si trasformano in meno giovani in età riproduttiva, che avendo scarsa propensione a mettere al mondo figli, ne generano sempre di meno. Insomma, occorrono politiche che determinino condizioni tali da rendere meno gravosa la nascita e l’allevamento dei figli. L’assegno unico per i figli a carico, che entrerà in vigenza tra qualche mese, è un primo, positivo e concreto segnale, di una politica sociale di sostegno alla natalità. Si è giunti a questo provvedimento con almeno trent’anni di ritardo, perché le forze politiche hanno colpevolmente lasciato sottofinanziate, confuse e contraddittorie le politiche sociali per famiglie e figli. In linea generale sono almeno tre le linee di politica che andrebbero seguite e rafforzate senza oscillazioni dai futuri governi, qualsiasi il loro colore. La prima: più donne al lavoro, e più fonti di reddito nei nuclei familiari. Questo significa meno incertezza per il futuro e maggiore serenità per le scelte riproduttive. Secondo: maggiore autonomia dei giovani, quelli italiani vantano il record mondiale per quanto riguarda l’età alla quale si esce dalla famiglia, si consegue l’indipendenza economica, si fanno scelte riproduttive. Terzo: parità di genere, dalla quale siamo molto lontani. Sulla donna grava sproporzionatamente il peso dell’allevamento dei figli, e questo influisce negativamente sulla natalità.

Una popolazione è alimentata anche dall’immigrazione che in Italia, nonostante la crisi generate dalla pandemia, ha ancora segno positivo. Gli immigrati sono mediamente giovani e hanno, in media, più figli degli italiani. Se l’Italia vuole contrastare il declino demografico – e quello economico e sociale con esso connesso – deve mettere in conto una politica migratoria in grado di programmare flussi di immigrazione rilevanti, utili per l’economia e in grado di bene integrarsi nella società.

Se l’Italia vuole contrastare il declino demografico – e quello economico e sociale con esso connesso – deve mettere in conto una politica in grado di programmare flussi di immigrazione rilevanti, utili per l’economia e in grado di bene integrarsi nella società.

“La pandemia è la prova generale di quello che ci aspetta con il cambiamento climatico”, scriveva un anno fa l’ex direttore de The Guardian, Alan Rusbridger. Cosa ci insegna la storia della demografia?

Molte, varie e interessanti considerazioni si stanno facendo sull’arrivo del coronavirus, “l’ospite inatteso”; occorrerà raccoglierle e discuterle con pazienza. Ne scelgo una, di natura molto generale e di particolare rilevanza, secondo la quale il sorgere dell’epidemia è la conseguenza dell’intrusione umana nei delicati equilibri naturali, a riprova dell’insostenibilità delle attività produttive e consumistiche di una massa crescente di persone, oramai prossima alla soglia degli 8 miliardi. E, per di più, in un mondo sempre più mobile, interconnesso e globalizzato. L’epidemia è, dunque, il sintomo dell’insostenibilità dello sviluppo. Ci sono sicuramente alcuni elementi di verità in questa considerazione, ma l’emergenza di nuove patologie – come quella attuale – non ne è l’inevitabile conseguenza. L’intrusione degli umani negli ambienti naturali è antica quanto l’umanità, e l’interazione umani-animali e le zoonosi che ne sono sorte, sono all’origine di gran parte delle patologie trasmissibili, dall’influenza alla peste. Anzi, forse, questa interazione era, nel passato, assai più intensa: si pensi nelle nostre campagne, ai pastori con le loro greggi, alle famiglie contadine conviventi con gli animali da cortile e coabitanti con gli animali nelle stalle, ai cacciatori nei boschi e nelle paludi. Quanto alla globalizzazione, è vero che essa mette in contatto anche gli angoli più remoti della terra, fa viaggiare rapidamente microbi e virus da un gruppo umano a un altro. Le popolazioni americane non avevano mai conosciuto né il vaiolo né il morbillo fin quando gli imprudenti navigatori misero in contatto l’Eurasia e l’Africa col Nuovo Mondo, completando quella che Le Roy Ladurie aveva chiamato “unification microbienne du monde”. Peraltro, il resto del mondo era già unificato prima di Colombo: la peste bubbonica originaria dell’estremo oriente in pochi anni fece il giro dell’Europa, della Russia e dell’Africa settentrionali, sette secoli prima che si sentisse parlare della Via della Seta (o belt and road initiative) cinese. L’influenza spagnola, che nella sua forma più blanda prese avvio, sembra, nel cuore degli Stati Uniti nella primavera del 1918, a fine anno si era già diffusa in quasi tutto il mondo, pur in assenza di un traffico aereo che accorciasse le distanze. Possiamo dire perciò che le condizioni per la veloce diffusione di un virus esistevano già da tempo, assai prima che la mobilità delle merci e delle persone prendesse il ritmo frenetico degli ultimi decenni.

Secondo le previsioni demografiche delle Nazioni Unite la popolazione mondiale crescerà di tre miliardi nei prossimi ottant’anni, a meno che non intervengano alcuni fattori demografici che potrebbero frenare il rialzo intorno al 2060. I grandi cambiamenti della popolazione mondiale deriveranno da Asia e Africa. Nel 2100 la popolazione africana potrebbe quasi raggiungere quella asiatica. L’Europa tenderà al ribasso, a differenza di Nordamerica, America Latina/Caraibi e Oceania.
Fonte. United Nations. World population prospects 2019.

Oggi il declino demografico in alcuni parti del mondo si accompagna al sovraffollamento in altre parti del modo. Due fenomeni insostenibili?

Se vivessimo in un mondo statico, nel quale la situazione attuale si stabilizzasse indefinitamente, direi che si, sono insostenibili: di qui alla fine del secolo le popolazioni europee diminuirebbero nettamente, mentre l’Africa sub-sahariana quadruplicherebbe di numero. Ma il mondo è dinamico, le situazioni cambiano e con esse mutano i comportamenti demografici. Lo sviluppo porta con sé, inevitabilmente, una sostenuta diminuzione delle nascite, la diffusione del controllo della riproduttività, un rallentamento della crescita demografica. La Cina che aveva una demografia esuberante alla metà del secolo scorso, comincerà a declinare numericamente tra qualche anno. Quasi tutti i paesi che un tempo chiamavamo del “terzo mondo”, poi pudicamente “in via di sviluppo”, hanno fortemente moderato la loro crescita. Né è escluso che accorte politiche sociali possano rinvigorire la curva declinante delle nascite nei paesi ricchi. La storia c’insegna che, sia pure con gradualità e con lentezza, le regioni del mondo procedono con dinamiche cicliche e spesso sfasate nel tempo.

C’è una relazione tra invecchiamento della popolazione e resistenza al cambiamento e all’innovazione nel nostro Paese?

Sicuramente questa relazione esiste, anche se adeguate politiche possono renderla meno stringente. Le scoperte scientifiche, le innovazioni tecnologiche, le attività imprenditoriali di punta sono il territorio dei giovani. La produttività decresce con l’età, e così la capacità e la propensione a innovare. È una legge di natura. Una società invecchiata è una società che procede col freno a mano tirato: procede, ma più lentamente. Il freno può essere parzialmente “rilasciato” man mano che il grado di cultura degli anziani si accresce, le loro conoscenze si approfondiscono, e se vivono in un ambiente stimolante, partecipando attivamente alla vita sociale.

Una società invecchiata è una società che procede col freno a mano tirato: procede, ma più lentamente.

C’è una contrapposizione nel fatto che negli ultimi venti anni l’elettorato dei partiti di sinistra è relativamente più anziano di quello di destra?

A ragione, o a torto, non saprei, ma alla sinistra viene rimproverata una certa rigidità e incapacità di corrispondere alle esigenze delle giovani generazioni con prontezza. Di difendere chi è “in”, più che di sostenere chi è “out”. Di esprimersi con un linguaggio ideologico e fuori moda. Insomma la sinistra non è moderna, e tantomeno postmoderna. Non so se sia vero, ma questa è la mia “lettura”.

Il dialogo vecchi/giovani è utile proprio perché le “culture” sono diverse e, dal confronto, una può apprendere dall’altra. Devono esistere valori condivisi dalle generazioni: libertà, solidarietà, rispetto per gli altri, civismo…

Il neo ministro Enrico Giovannini afferma che “la spinta al cambiamento in chiave sostenibile e responsabile deve arrivare dal basso e chiamare in causa tutte le generazioni”. La resistenza al cambiamento e la spinta al cambiamento sono entrambi condizionati dalla cultura oltre che dell’età anagrafica. Andrebbe ristabilito un giusto equilibrio tra le generazioni a livello culturale?

L’appello di Giovannini è un poco generico, non capisco cosa voglia significare che il cambiamento “deve arrivare dal basso”. Che vuol dire basso? E, stando alla domanda, che cos’è il “giusto equilibrio tra generazioni a livello culturale?” Io semmai sono dell’avviso che il dialogo vecchi/giovani sia utile proprio perché le “culture” sono diverse e, dal confronto, una può apprendere dall’altra. Certo devono esistere valori condivisi dalle generazioni: libertà, solidarietà, rispetto per gli altri, civismo… ma mi fermerei lì.

A cura di Laura Tonon

 

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