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Cambiamenti Interviste

Come è cambiata la comunicazione con covid-19?

Ascoltiamo una giornalista d’inchiesta nel campo della salute pubblica e della medicina basata sulle prove

Intervista a Serena Tinari

Cofondatrice di Re-Check.ch*

By Aprile 2021Giugno 17th, 2021Nessun commento
Fotografia di Lorenzo De Simone

In questo periodo complicato ha continuato a lavorare come giornalista d’inchiesta, cercando di portare alla luce aspetti nascosti della pandemia. In relazione a questo, ma più generalmente negli ultimi anni, come pensa sia cambiata la comunicazione e il mestiere del giornalista scientifico?

Io credo che negli ultimi anni si siano accentuati alcuni problemi cronici di questo settore, e l’elefante nella stanza durante questa crisi globale è stata la mancanza di conoscenze di base, non solo nel giornalismo in generale ma purtroppo anche in quello scientifico. Voglio precisare che provo grandissima solidarietà per tutti i colleghi che si sono dovuti improvvisare nel giro di una notte giornalisti nel settore della medicina e della sanità pubblica, ma non è un mestiere che si può svolgere senza un’adeguata preparazione. Purtroppo c’è tanta cattiva informazione su ciò che sta accadendo nel mondo ormai da un anno, e ritengo che questo sia gravissimo perché non stiamo mettendo le persone in condizione di comprendere cosa stia succedendo.

Durante covid-19, fino alla scorsa primavera, abbiamo visto virologi, scienziati, epidemiologi, medici e figure sconosciute alla maggioranza dei cittadini  diventare improvvisamente il volto della comunicazione al tempo della pandemia, ben più di quanto lo siano stati probabilmente per il cittadino figure istituzionali e politiche. Lasciare la comunicazione scientifica agli “esperti” porta con sé diversi pro, ma anche una discreta lista di contro, e la situazione di emergenza ha mostrato tutti i limiti della comunicazione pubblica di alcune figure di scienza. Alla luce di questo, i giornalisti come dovrebbero scegliere l’esperto a cui riferirsi, con cui parlare?

Qui c’è un problema all’origine, ovvero la cosiddetta sindrome del camice bianco: di fronte a persone che hanno un titolo relativo alla medicina, alla salute pubblica o alla scienza la maggior parte dei giornalisti prova una sorta di timore reverenziale, però è importante ricordare che l’opinione dell’esperto di per sé non è una prova. In secondo luogo, durante questa crisi globale c’è stato anche un tragico equivoco, perché questi esperti sono stati elevati allo statuto di “star”, ma non è così che funzionano la scienza e la medicina. I media e i giornalisti hanno spesso preso lucciole per lanterne, perché anche se può sembrare intuitivo associare virus a virologo, non è questa la figura a cui riferirsi per capire come funzionano le epidemie. Nella medicina e nella scienza ci sono tantissime specialità differenti e c’è una ragione per questo, pertanto nella situazione attuale la figura di riferimento dovrebbe essere un epidemiologo delle malattie infettive, e non un virologo che si occupa di scienza di base e di dati, della parte più teorica della vicenda. Si tratta di un errore clamoroso che si ripete quotidianamente perché in ogni paese ci sono i virologi star, e questo per giunta mette in difficoltà la popolazione, che non ha modo di capire cosa stia succedendo. Molti giornalisti lo fanno con le migliori intenzioni, tuttavia è assurdo vedere in prima serata il neurologo o la biologa parlare di malattie infettive. Credo che le persone abbiano il diritto di conoscere la verità e di ricevere un messaggio corretto, ma soprattutto quello che mi sta particolarmente a cuore e mi manca molto nella comunicazione è la mancata definizione di cosa sia “normale”. Se non lo spieghi, il cittadino come fa a distinguere ciò che è normale da ciò che non lo è? Invece veniamo bombardati da numeri senza alcuna messa in prospettiva, quando in realtà nessun numero ha un significato di per sé e deve essere sempre messo in relazione a un denominatore, e spesso non vengono forniti al lettore gli strumenti per leggere questi dati. In particolare credo sia molto grave che alcune questioni importanti vengano presentate come se fossero assolutamente uniche, nonostante abbiamo alle spalle centinaia di anni di gestione delle epidemie. Ogni malattia di origine virale potrà avere degli strascichi, ma la narrazione di massa sta presentando una serie di fatti che conosciamo abbastanza bene come se fossero unici, contribuendo a far salire la paura collettiva, che purtroppo non può che essere cattiva consigliera.

Si dovrebbe tener conto della customer satisfaction quando si fa comunicazione, in particolare quando si parla di emergenza. Anche la comunicazione si vende, comprando di conseguenza la fiducia del cittadino e per riuscire in questo bisogna essere affidabili. “Affidabilità” è la vera parola chiave della comunicazione e può diventare nevralgica da un punto di vista istituzionale, perché cambia la disponibilità delle persone, dall’indossare una semplice mascherina a sottoporsi a un vaccino. Ritiene che il continuo disaccordo tra i suddetti esperti e i loro cambi di rotta abbiano influito, in qualche modo, sulla disponibilità delle persone ad adeguarsi alle giuste norme di prevenzione della covid-19?

Noi sappiamo che la comunicazione dei rischi e dei benefici in salute pubblica è opera complessa e difficile, pertanto molto delicata. C’è anche parecchia differenza tra la comunicazione di un’autorità di salute pubblica che fa una campagna perché vuole implementare una certa misura, e la comunicazione delle migliori prove di evidenza scientifica. Qui un problema fondamentale, tra i molti, è che c’è tanto che noi non sappiamo, nell’ambito della medicina e delle politiche sanitarie, invece ormai da un anno si tende a non presentare le incertezze, bensì a dire “è così”. Questo non è un messaggio vincente: se c’è una grande paura collettiva tenderemo a seguire l’esperto e credere ai media, ma rischiamo che la gente finirà per perdere completamente la fiducia nelle autorità sanitarie e negli scienziati. Per esempio, sappiamo che i vaccini contro covid-19 sono arrivati sul mercato con procedure accelerate, infatti non parliamo di omologazione ma di autorizzazione di emergenza, autorizzazione condizionata. Quindi anziché dire alle persone che va tutto bene, questo vaccino è senza alcun dubbio sicuro ed efficace, dovremmo dire che le autorità di regolazione ritengono che il profilo di sicurezza ed efficacia sia accettabile, alla luce dell’attuale situazione. Che poi è esattamente quello che hanno scritto la Food and drug administration, l’Autorità europea, o quella svizzera. I regolatori, del resto, non usano le parole a caso.

Da un anno si tende a non presentare le incertezze, bensì a dire “è così”.

Stavo per chiederle se dovrebbero cambiare le procedure per migliorare la trasparenza e l’accessibilità dei dati, ma credo che la risposta sia implicita…

Ritengo che la mancanza di trasparenza sia uno dei più grandi problemi che abbiamo in quest’epoca storica. Sappiamo che a livello mondiale ci sono tante iniziative che chiedono di migliorare l’accesso alla totalità delle informazioni. L’articolo che ho appena pubblicato sul BMJ va esattamente in questa direzione. Abbiamo scoperto che la percentuale di integrità della molecola mRNA in questi nuovi vaccini è considerata segreto commerciale, e non credo sia una buona idea, perché stiamo di fatto escludendo la comunità scientifica da un tema di assoluta rilevanza per l’interesse pubblico. La trasparenza dei dati è fondamentale, altrimenti resta soltanto la fiducia. Può andare tutto bene, ma non è detto che sia così. Soprattutto in un’epoca in cui l’accesso alle informazioni è cambiato radicalmente, la mancanza di trasparenza e una comunicazione incoerente non possono che rivelarsi controproducenti.

Anche la comunicazione attraverso i social, e più in generale attraverso il web, sta cambiando. Come è stato gestito questo aspetto durante la pandemia? Parlando dell’Italia, per esempio, il fatto che il Ministero della salute non abbia fornito delle chiare linee guida sulla comunicazione ha fatto sì che ogni Regione si sia organizzata autonomamente e in modo diverso e non sempre in maniera efficiente.

Sono estremamente preoccupata per un nuovo fenomeno che sta prendendo una piega inquietante, ovvero il fatto che i social network decidano cosa è fondato sulle prove e cosa no. Innanzitutto, non è una buona risposta perché ai dubbi dei cittadini è giusto rispondere con empatia e un grande sforzo di alfabetizzazione. Ricordiamoci poi che la scienza significa fare domande: il dibattito è da sempre il cuore del discorso scientifico ed è da qui che spesso si arriva al consenso. In alcuni casi non c’è un consenso scientifico, dunque il fatto che ora i social media si arroghino il diritto di decidere cosa è vero e cosa non lo è, mi pare assurdo. Ci sono stati casi eclatanti, come quello del direttore del Center for evidence-based medicine (Cebm) dell’università di Oxford, Carl Heneghan, che è stato censurato da Facebook. Insieme a Tom Jefferson, Heneghan ha scritto per un quotidiano inglese un articolo sui risultati del recente studio randomizzato controllato danese sull’effetto dell’uso di mascherine nella popolazione generale. Facebook l’ha bollato come fake news, impedendone la lettura. Non ritengo giusto che siano YouTube, Facebook o Twitter a dirmi cosa corrisponde a verità scientifica. Che le persone abbiano domande è giusto e sano, e non possiamo risolvere la questione con un bavaglio, anche perché in scienza e medicina molto spesso è più quello che non sappiamo, rispetto a quello che sappiamo.

Inoltre, capisco che le autorità sanitarie debbano tendenzialmente manifestare certezze, ma sarebbe giusto dire che c’è una quota di rischio nella vita che va tenuta in considerazione. Sono preoccupata per il fatto che invece apparentemente molti scienziati o ricercatori sembrano averlo dimenticato. Aiutati anche da giornalisti pandemici che sparano numeri e dati, con un uso morboso delle immagini di terapie intensive, quando oltretutto nella nostra società quel tipo di immagini è sempre stato un tabù. Presentare i messaggi in modo crudo e sensazionalistico fa male all’interesse pubblico, e non facciamo un buon servizio. In sostanza, c’è stata una grande confusione e non solo in Italia. Un conto è dire alle persone “abbiamo grandi incertezze e temiamo per la tenuta del sistema sanitario e vi chiediamo di stare due settimane a casa”, un altro è cambiare criteri di continuo.

La mancanza di trasparenza è uno dei più grandi problemi che abbiamo in quest’epoca storica.

Comunque, al di là di tutto, uno dei pochi aspetti positivi della pandemia è stato forse il riconoscere universalmente l’importanza della comunicazione. Il Centre for employee relations and communication (Cerc) dell’università Iulm di Milano ha condotto uno studio su un campione di aziende e di communication manager fra luglio e novembre 2020, che ha rilevato in linea generale come il ruolo strategico della comunicazione interna di enti e aziende sia cresciuto molto durante la pandemia.

Certo, anche se resterà da vedere con quali risultati. Sappiamo che uno studio randomizzato controllato in doppio cieco ti può dare delle risposte che uno studio osservazionale non è in grado di fornire, ma su questo aspetto non ho visto un grande sforzo di comunicazione di qualità quasi da parte di nessuno. Noi giornalisti abbiamo il dovere di fare le pulci alla comunicazione, e invece pare sia diventato normale fare un copia e incolla di comunicati stampa di case farmaceutiche, autorità di salute pubblica. Praticamente in tutto il mondo la conferenza stampa governativa è diventata il verbo: ma da quando? In particolare sui vaccini contro covid-19 tutti hanno copiato e incollato i comunicati stampa delle aziende, mentre in realtà sappiamo che un’azienda scrive un comunicato stampa per dare un’immagine positiva del suo prodotto. Allora che deve fare un normale cittadino? Fare il lavoro di inchiesta al posto nostro?

Tornando un po’ da dove siamo partiti in questa chiacchierata, e guardando alla figura del giornalista scientifico, ritiene che in Italia siano diffusi percorsi adeguati per formare una nuova generazione di “comunicatori scientifici”?

Sinceramente non ho informazioni estremamente accurate su questo. In generale credo che l’esigenza più importante in Italia sia quella di alfabetizzare la popolazione ma soprattutto i giornalisti, fornire conoscenze di base che consentano di avvertire i cosiddetti campanelli d’allarme. Mi auguro che le autorità sanitarie si mettano una mano sulla coscienza e che, quando si dà un messaggio, si inizi a pensare: “Cosa percepirà una persona che non ha un background specifico in questo settore e quale effetto a catena provocherà tutto ciò?”

A cura di Tiziano Costantini

 

Fare giornalismo d’inchiesta su salute e medicina.
A cura di Catherine Riva e Serena Tinari / Re-Check.ch
Roma: Il Pensiero Scientifico Editore, 2021.

 

*Re-Check.ch è un’organizzazione svizzera senza scopo di lucro che indaga su temi che riguardano salute e medicina.

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