Skip to main content
Avviene Interviste

Quanti medici avremo nel 2030?

Dalla sproporzione tra i giovani laureati e le borse di specializzazione, fino a stipendi inferiori alla media europea: è avvenuto che non ci sono più medici

Intervista a Filippo Anelli

Presidente Federazione nazionale ordine dei medici chirurghi e odontoiatri

By Dicembre 2020No Comments
carenza di medici
Fotografia di Lorenzo De Simone

Secondo l’Associazione nazionale aiuti assistenti ospedalieri – Associazione Medici Dirigenti (Anaao Assomed) nel 2023 ci saranno 10.173 medici specialisti in meno. Come è potuto succedere?

Fino a due anni fa erano previste 6000 borse di specializzazione a cui si aggiungevano le 1000 borse per la medicina generale, mentre si laureavano ogni anno tra i 9.000 e i 10.000 ragazzi in medicina. La differenza di circa 3000 laureati che non riuscivano a proseguire il percorso formativo ha dato origine a quello che abbiamo chiamato “imbuto formativo”, una specie di limbo dove i laureati in medicina rimanevano in attesa di trovare una soluzione alla loro necessaria formazione post laurea perché richiesta dal nostro Servizio sanitario nazionale. La formazione, infatti, si correla con la qualità delle prestazioni e del servizio e il nostro sistema sanitario eroga livelli di qualità grazie all’alto livello formativo che i medici hanno. Nel tempo questo sistema ha aumentato il numero dei ragazzi che non hanno la possibilità di specializzarsi, e oggi più di 15.000 medici sono in attesa di formazione. All’ultimo concorso ai 14.500 posti messi a disposizione dal Ministero della salute hanno partecipato 23.000 laureati in medicina, il che significa che ci sono quasi 10.000 persone oggi che, nonostante l’aumento del numero di borse, non riescono a finire la loro formazione.

Dunque, andrebbe cambiato il sistema di formazione del personale sanitario?

Andrebbe cambiata prima la programmazione e poi il progetto formativo. Bisognerebbe programmare a dieci anni perché tanto dura il percorso formativo del medico, più precisamente tra i nove e gli undici a seconda della formazione. Quello che decidiamo oggi nel 2020, infatti, avverrà nel 2030 e non è una programmazione semplice da fare. In più l’accesso a medicina e l’accesso alle specializzazioni vanno correlati: chiediamo che per legge ci sia un posto di specializzazione, includendo anche la medicina generale, per ogni laureato in medicina. Solo in questa maniera riusciremo a fare una valutazione complessiva degli specialisti disponibili nella nostra società e a organizzare un buon livello di assistenza senza che vi sia danno alcuno. Oggi abbiamo sicuramente una grave carenza perché all’aumento esponenziale del numero di medici che stanno andando in pensione non è seguito nel tempo un aumento del numero di posti che avrebbe compensato oggi l’uscita. Bisogna pensare, però, che se noi aumentiamo troppo nel 2030 avremo un esubero, rischiando di avere un gran numero di specializzandi che non sapremo dove collocare stante ai numeri di posti letto che sono oggi disponibili e che secondo noi sono sottodimensionati rispetto alla media europea.

Oggi abbiamo una grave carenza di medici perché all’aumento esponenziale dei pensionamenti non è seguito nel tempo un aumento del numero di posti

Molti ragazzi, una volta finito il percorso di studio, scelgono di andare a studiare all’estero. A cosa è dovuto? Come potremmo trattenerli in Italia?

Innanzitutto questo vuol dire che la nostra formazione è buona e lo dimostra anche il fatto che i nostri ragazzi che vanno all’estero sono accolti con entusiasmo. Tra il 15 e il 20 per cento dei ragazzi laureati sceglie di partire perché qui in Italia i posti nelle scuole di specializzazione sono pochi e perché gli stipendi sono inferiori. Oggi, infatti, abbiamo in Italia stipendi al di sotto della media europea.

Quali sono le specialità che risentono di più della carenza dei medici?

Non abbiamo avuto per molto tempo la specializzazione in emergenza-urgenza, con la conseguenza di una grande carenza al punto che quest’estate abbiamo vissuto la spasmodica ricerca da parte dei presidenti di Regione di personale che lavorasse nel pronto soccorso, chiedendo ai neolaureati di andarvi a lavorare. Noi pensiamo che anche in questo caso ci sia bisogno di una formazione specialistica perché chi lavora in emergenza deve decidere in poco tempo della nostra vita. L’altra carenza evidente è quella degli anestesisti. In questo momento il Governo ha deciso di portare al 110 per cento i posti di rianimazione, ma non abbiamo la bacchetta magica per raddoppiare anche i posti degli anestesisti. Sono stati aumentati con l’ultimo concorso di specializzazione, ma purtroppo è ancora fermo per i ricorsi. È una situazione che ci preoccupa e credo che i 23.000 partecipanti dovrebbero essere totalmente riassorbiti così da compensare quella carenza prevista dallo studio Anaao. Se tutti entrassero avremmo svuotato l’imbuto formativo e avremmo colmato la carenza prevista per il 2023.

Risparmiare in sanità significa compromettere la nostra salute

Cosa comporta la mancanza di medici nella gestione di una pandemia come quella di covid-19?

Qualsiasi tipo di assistenza deve essere effettuata con un numero adeguato di medici e di personale sanitario per evitare un rischio clinico, un rischio di errore, di non avere il tempo necessario per pensare bene a quello che si deve fare. Le drammatiche immagini registrate tra marzo e aprile negli ospedali di Cremona, Piacenza, Parma, Bergamo, Lodi mostrano come i medici e gli infermieri facessero turni massacranti che talvolta superavano le 24 ore. Questo significa contare solo sulla passione, sul senso di abnegazione, ma la stanchezza determina un abbassamento dei livelli di qualità e di assistenza. Pensiamo, ad esempio, agli infermieri che devono essere pronti ad assistere malati che si sentono soli senza la possibilità di colloquiare con qualcuno. Credo che al termine della pandemia dovremmo fare tutti insieme una grande riflessione per dire che forse risparmiare in sanità significa compromettere la nostra salute e che un’organizzazione così frammentata tra Regioni non garantisce quel diritto all’uguaglianza che la Costituzione prevede.

A cura di Rebecca De Fiore

Lascia un commento