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Avviene Interviste

Le nascite sono in calo e la popolazione invecchia. Lo sapevamo?

C′è un problema di disuguaglianze economiche e sociali. E di tutela di un “bene pubblico”

Intervista a Maurizio Franzini

Professore ordinario di politica economica Sapienza università di Roma – Direttore del Menabò di Etica e Economia

By Dicembre 2020Dicembre 17th, 2020No Comments
Fotografia di Lorenzo De Simone

In Italia si fanno sempre meno figli e sempre più tardi. Quando abbiamo iniziato ad accorgercene?

Il problema della denatalità è diventato dominante negli ultimi vent′anni ma i primi segnali risalgono già agli anni Settanta. Dopo il picco di tasso di fecondità di 2,70 registrato del 1964 si è delineata una tendenza molto chiara verso una diminuzione delle nascite a livelli di non equilibrio demografico. Per ora il fenomeno è poco visibile perché parallelamente è aumentata la speranza di vita alla nascita: la popolazione nel complesso resta stabile perché, nonostante nascano meno bambini, mediamente le persone sopravvivono più a lungo. Secondo gli ultimi dati Istat il numero medio di figli per donna è sceso a 1,29, molto al di sotto di 2,1 che è il cosiddetto ‟livello di sostituzione” affinché una popolazione si riproduca. Nel 2010, anno di massimo relativo della fecondità nello scorso decennio, era 1,46. Nel 2018 ci sono stati 440mila nuovi nati a fronte dei 580mila del 2008: un calo di 140.000 su 580.000 in un arco temporale così limitato è considerevole. Secondo alcune stime la popolazione italiana potrebbe ridursi di oltre 7 milioni nei prossimi cinquant′anni. A partire dagli anni duemila l′apporto dell′immigrazione aveva parzialmente contenuto il calo delle nascite. Tuttavia questo effetto sta lentamente perdendo la propria efficacia per la tendenza degli stranieri a una omogenizzazione sociale che li porta ad assumere le stesse abitudini del paese in cui si vive: nel 2018 il tasso di fecondità per le donne immigrate è sceso a 1,94, quando nel 2008 era di 2,65. Nel panorama europeo l′Italia è uno dei paesi con i dati peggiori ma i fenomeni di denatalità sono presenti in pressoché tutti i paesi avanzati, perlopiù quelli ricchi del sudest asiatico, come per esempio la Corea del Sud dove il numero medio di figli è prossimo a 1. Mentre in diversi paesi africani il tasso di fertilità è molto alto, il Niger arriva quasi a 7.

Il numero medio di figli per donna è sceso a 1,29, molto al di sotto di 2,1 che è il cosiddetto ‟livello di sostituzione” affinché una popolazione si riproduca.

La pandemia potrebbe invertire questi tassi di natalità?

È difficile fare delle previsioni ma la pandemia potrebbe accentuare la divaricazione con un′ulteriore diminuzione della natalità nei paesi più ricchi e di aumento in quelli più poveri. Tra i principali problemi ci sono l′esaurimento delle scorte e l′interruzione delle catene di approvvigionamento di pillole contraccettive e preservativi che penalizzano maggiormente i paesi in via di sviluppo. La pandemia rischia di interrompere i servizi per la salute sessuale delle donne in particolare nelle regioni del mondo a basso e medio reddito. Un′altra cosa non banale è che molti migranti ritornano nei loro Paesi e questo aumenta le occasioni per le donne di rimanere incinte. Mentre nei paesi ricchi, molte persone hanno interrotto il trattamento per la fertilità e molte coppie stanno rimandando la maternità perché il periodo è molto incerto. Come è già accaduto con altre pandemie potrebbe esserci una riduzione del numero delle nascite con un leggero recupero al loro termine. Però la durata incerta dell′attuale pandemia e l′entità della crisi economica che ne conseguirà accrescono fortemente l′incertezza che a sua volta pesa sulle decisioni delle coppie.

 

La denatalità nel mondo. Già a partire dagli anni ‘50 le nascite sono in calo a livello globale, in particolare nei paesi del G7. Secondo le stime delle Nazioni Uniti il tasso di fertilità nel 2100 sarà al di sotto del livello di sostituzione, quello in cui il numero di nuovi nati non è sufficiente a sostituire la generazione dei genitori.
Fonte: United Nations, World population prospects 2019.

 

Quale scenario all′orizzonte? Quali le ripercussioni del calo nascite nel breve e lungo termine?

Se proiettassimo il fenomeno su un orizzonte temporale lungo, potremmo arrivare al punto in cui non ci saranno più europei. Uno scenario catastrofico. Ma nel breve termine i problemi da affrontare sono diversi e urgenti. Nel momento in cui la natalità frena e la vita si allunga il rapporto tra persone in età lavorativa e persone inattive, il cosiddetto tasso di dipendenza, non può che peggiorare. Questo compromette la capacità del welfare di garantire materialmente le pensioni o altri servizi che dipendono dai contributi dei lavoratori. In modo analogo viene indebolita anche la sostenibilità del Servizio sanitario nazionale. I giovani hanno un saldo netto negativo in quanto contribuiscono molto al finanziamento del sistema sanitario e lo utilizzano relativamente poco, mentre gli anziani hanno un saldo netto positivo e determinano un aumento della domanda di salute. L′invecchiamento della popolazione mette alla prova anche l′intero sistema di produzione di beni e di servizi e il tasso di innovazione. Se diminuisce la potenziale forza lavoro, la capacità produttiva del nostro Paese è destinata a decrescere fino ad arrivare alla mancanza di beni di consumo. Il rischio che questo accada non è immediato però si profila all′orizzonte. La correzione potrebbe venire con un incremento della produttività da parte dei giovani però, purtroppo, questo dato è negativo da diversi anni in Italia. A questo si aggiunge la capacità di innovazione tecnologica e organizzativa che è strettamente collegata ai giovani, in quanto motori di innovazione e consumatori di prodotti ‟nuovi”. Senza i giovani si indebolisce l′incentivo a innovare. Ma scarsa innovazione implica a sua volta meno produttività. Ci può essere addirittura una sorta di trappola della denatalità e della produttività per cui queste si alimentano reciprocamente: un basso tasso di natalità riduce nel lungo periodo la crescita della produttività, riducendo la crescita della produttività i redditi crescono di meno, riducendo la crescita dei redditi si fanno meno figli e la denatalità aumenta. L′ipotesi che l′Italia si trovi già dentro una trappola di questo tipo forse non è del tutto infondata.

L′invecchiamento della popolazione mette alla prova anche l′intero sistema di produzione di beni e di servizi e il tasso di innovazione.

Non c′è la possibilità di fare una programmazione per non correre ai ripari troppo tardi? Su quali variabili le misure salvifiche dovrebbero incidere?

Abbiamo vari ordini di argomenti. Il primo è che i figli costano, da cui i famosi bonus bebè o simili che, però, risultano avere un effetto molto limitato sulla fertilità delle donne. Un secondo ordine è di natura culturale. Nei paesi ad alto reddito stiamo assistendo a una caduta del tasso di fertilità anche tra le donne che vivono in famiglie più benestanti, non solo quelle in condizioni economiche più disagiate. Questo potrebbe essere in parte spiegato da modelli culturali e stili di vita che si sono radicati nelle fasce medio-alte delle società e che non si vuole vengano messi in pericolo dalla nascita di un figlio. Tutto ciò può accadere più facilmente quando sono le donne stesse a essere portatrici di redditi medio-alti. Ma la gran parte del fenomeno della denatalità ha altre spiegazioni. Diverse indagini condotte in Italia, Francia e altri Paesi rilevano un gap tra il desiderio apparente di fertilità e quello che poi effettivamente accade. Il che vuole dire che non sono le preferenze a limitare il numero di figli ma i ‟vincoli”. Ritengo che il vincolo principale sia la precarietà di reddito familiare che è notevolmente aumentata in Italia come in quasi tutti i paesi europei nel corso degli ultimi decenni. Non è tanto il fatto di guadagnare poco o molto adesso, ma il rischio di vedere interrotto quel flusso di reddito negli anni a venire e di perdere il lavoro in seguito a una maternità. Quella relazione diretta tra fare un figlio e rischiare il posto di lavoro incide fortemente sul tasso di fertilità delle donne e induce a ridurre il numero di gravidanze che si affrontano nel corso della vita.

Quello della denatalità non è solo un problema di disuguaglianza di genere. Ma anche di disuguaglianze economiche e sociali.

Come evidenziato dall′Istituto europeo per l′uguaglianza di genere “il fulcro del problema, oggi in Italia, è la difficile conciliazione tra lavoro e genitorialità”. Cosa ne pensa?

Quello della denatalità non è solo un problema di disuguaglianza di genere. Ma anche di disuguaglianze economiche e sociali. Non risolviamo del tutto il problema con i congedi di paternità e di maternità se la famiglia è povera. La società si deve fare carico anche delle condizioni di vita complessive della famiglia. Un aspetto non secondario è l′aumento della omogamia matrimoniale, cioè la tendenza dei poveri a sposarsi con i poveri e i ricchi con i ricchi, o viceversa. Ne consegue una scarsa mobilità sociale e un consolidamento delle disuguaglianze sociali ed economiche che a loro volta incidono negativamente sulla denatalità sia dal lato dei poveri, per i vincoli collegati alla precarietà e alla mancanza di servizi, sia dal lato dei molto ricchi per i quali una vita all′insegna del benessere tende ad allontanarli da un′idea di famiglia.

Se i figli sono un ‟bene pubblico” la società deve predisporre risorse e politiche di varia natura.

Siamo arrivati a punto di non ritorno oppure c′è ancora un margine di intervento?

Spesso si fa riferimento alla Francia come modello da seguire per le politiche a favore della natalità, sebbene queste politiche abbiano solo impedito un peggioramento. Secondo gli ultimi dati il tasso di fertilità in Francia che nel 2010 era arrivato attorno a 2 è sceso a 1,9. Dovremmo affrontare il problema intervenendo su costi, vincoli e benefici. A questo scopo può essere utile considerare i figli non solo come un bene privato della famiglia ma come un ‟bene pubblico” per la società che ha bisogno di giovani. Serve saldare questo iato tra il valore pubblico della natalità e la delega esclusiva al privato creando le condizioni per agevolare le donne che lavorano a contribuire a questo bene pubblico. Non bastano interventi spot e isolati. Non c′è un singolo intervento che da solo risolva tutto, si tratta di ragionare su una priorità di interventi complementari tra di loro. Però il punto dal quale partire è che se i figli sono un ‟bene pubblico” la società deve predisporre risorse e politiche di varia natura per avere un tasso di fertilità più elevato, senza dover gravare troppo sulla vita dei singoli e senza dover penalizzare troppo chi svolge anche questa funzione sociale.

Non prendere sul serio questi segnali che ‟qualcosa sta già avvenendo” è un grave atto di irresponsabilità che deriva dalla mancata adesione al principio di precauzione.

Se da un lato si pone il problema della denatalità dall′altro abbiamo il problema di un pianeta sempre più popolato. Come trovare il giusto equilibrio su scala globale?

Il giusto equilibrio si raggiunge con una allocazione più razionale della popolazione mondiale evitando che ci sia una pressione enorme di presenza umana nei paesi poveri con scarse risorse economiche e l′opposto avvenga nei paesi più ricchi. Ciò richiede una politica dei flussi migratori coordinata, attenta e ragionata. Ma su questo fronte siamo in enorme ritardo, a partire dalla riforma del regolamento di Dublino proposta dall′Unione europea ancora nel 2016. Viviamo in un′epoca in cui ci accorgiamo quando è già tardi per agire su una molteplicità di problemi esplosivi ma prevedibili. Ne è un esempio la pandemia sars-cov-2. Già a settembre del 2019 il rapporto ‟World at risk” del Global preparedness monitoring board aveva allertato del rischio di un agente patogeno atmosferico che avrebbe contagiato 80 milioni di persone. Non potevamo averne la certezza ma avevamo una serie di indizi molto forti, come avevamo indizi di un forte calo della natalità in alcune regioni del mondo e di un aumento dei flussi migratori. Non prendere sul serio questi segnali che ‟qualcosa sta già avvenendo” è un grave atto di irresponsabilità che deriva dalla mancata adesione al principio di precauzione riconosciuto dal trattato sul funzionamento dell′Unione europea. Anche se questi segnali sono basati sull′incertezza è doveroso agire, anche con qualche costo, per prevenire lo scenario peggiore. Ma vogliamo considerare che stiamo perdendo enormemente di più ora rispetto a quello che avremmo potuto perdere se avessimo preso sul serio quel rapporto che invitava a prepararsi per le emergenze sanitarie globali? Tra le cose di cui abbiamo bisogno c′è una formazione e un′educazione ad hoc per la classe dirigente mondiale così poco avvezza a ragionare in termini di precauzione.

A cura di Laura Tonon

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