Avviene Interviste

In fondo al pozzo: quando il male arriva inaspettato

Accade che due ragazzi della Roma “bene” torturano e uccidono un altro ragazzo, inspiegabilmente

Intervista a Nicola Lagioia

Scrittore e direttore del Salone del libro di Torino

By Dicembre 2020No Comments
Fotografia di Lorenzo De Simone

Marzo 2016. In un appartamento della periferia romana viene ritrovato il cadavere di Luca Varani. A ucciderlo sono stati Manuel Foffo e Marco Prato, due ragazzi “normali”, di buona famiglia, dopo averlo torturato per ore sotto l’effetto dell’alcol e delle droghe. Un gesto apparentemente inspiegabile, di assurda ferocia che turba profondamente l’opinione pubblica. Ne “La città dei vivi” Nicola Lagioia, Premio Strega e direttore del Salone del libro di Torino, immerge il lettore in un teso reportage letterario che ripercorre le tappe di quello sconvolgente fatto di cronaca. Lagioia per quattro anni ha girato per Roma in lungo e in largo alla ricerca di indizi, materiali, testimonianze e persone. Un’indagine che lo ha portato ad avvicinarsi progressivamente a quell’abisso di incomprensibilità che tiene prigionieri i fatti e le persone coinvolte nella storia.

L’omicidio di Luca Varani ha avuto un impatto molto forte sull’opinione pubblica ed è stato percepito da subito come un fatto di cronaca diverso dagli altri. È un caso che ha agito a un livello profondo sulle persone… te compreso. Perché?

Il fatto che fosse un omicidio così violento in un contesto urbano. È quasi barbarico il modo in cui si consuma… ore e ore di tortura. Sembra un omicidio da zona di guerra dove il diritto è sospeso più che un delitto metropolitano. Poi la mancanza di un movente, e che Foffo e Prato fossero persone “normali”, non dei criminali almeno. Infine penso che abbia colpito che loro faticassero a ricondurre l’omicidio alla sfera del libero arbitrio. A livello personale, invece, anche se forse è secondario, la casa dove si sono svolti i fatti è a venti minuti di motorino da dove abitavo…

Chi punta alla persuasione deve armarsi di risposte sempre definitive. La letteratura invece solleva quesiti e gira intorno alle risposte.

Hai scelto di avvicinarti con gli strumenti della letteratura a una storia tragica e senza spiegazioni. Quanto è stato difficile provare a guardare “in fondo al pozzo” facendo i conti con i limiti di un’inchiesta del genere?

Credo che rispetto a questioni così grandi la letteratura non sia fatta per dare risposte ma per sollevare tutta una serie di domande giuste. La letteratura non dà mai risposte definitive. Sui personaggi dei romanzi che ci piacciono le interpretazioni si sprecano, come si sprecano le interpretazioni sulle persone su cui concentriamo l’attenzione nel nostro quotidiano.

Il discorso pubblico è sempre assertivo, punta alla persuasione, e chi punta alla persuasione deve armarsi di risposte sempre definitive. La letteratura invece solleva quesiti e gira intorno alle risposte. È vero però che oltre un certo limite diventa mistificazione. Io mi ero dato due regole: da una parte di non andare mai oltre ciò che potevo documentare e dall’altra di non spingermi mai oltre ciò in cui mi potevo immedesimare. Non perché ovviamente io sia mai stato un assassino, ma perché cerco di far risuonare l’interiorità dei personaggi nella mia, come dovrebbe fare la letteratura. Oltre una certa soglia è difficile andare, per mancanza di talento o di documentazione, ma se la storia di cui ti stai occupando la lavori ai fianchi, raccogli sempre più elementi e ricorri al tuo bagaglio emotivo, secondo me qualcosa si riesce a estrarre.

Con quale personaggio ha funzionato di più il meccanismo dell’immedesimazione?

Uno che non è difficile avvicinare è Manuel Foffo perché è un tipo che vive di frustrazioni, si sente la pecora nera della famiglia, sente di non valere abbastanza, di non essere abbastanza riconosciuto. Si tratta di un demone contemporaneo che serpeggia in quasi tutti noi, il demone del fallimento, del non sentirsi all’altezza della situazione o di attribuire agli altri la colpa di non essere all’altezza della situazione. La tendenza a subire molto le aspettative che supponiamo abbia per noi il mondo esterno in Manuel Foffo è a livello patologico, ma tutti viviamo in un mondo che mette a dura prova la nostra capacità di resistere a quella sensazione.

Lo sfondo dell’omicidio di Luca Varani è una Roma lugubre, mortifera, quasi infernale, avvolta da una pesante cappa di male, come un correlativo oggettivo della terribile storia che racconti. La Roma che emerge dalle pagine è insieme un’ambientazione, una dimensione dell’essere e una condanna per i suoi abitanti. Esiste un modo per sbarazzarsi di Roma (risparmiando se stessi)?

È più facile che Roma si sbarazzi di te che il contrario. Roma nel bene e nel male è destinata a sopravviverti. Certo puoi scappare da Roma. Io ho provato ad andarmene ma non ce l’ho fatta a liberarmene, perché è una città con cui ho un legame fortissimo, e sono tornato.

Mi sembra una città sempre duplice. Da una parte è cinica perché sembra che nulla valga la pena di essere fatto a Roma, ma in quel cinismo c’è anche una specie di saggezza perché la città eterna è quella più consapevole di tutti che ogni cosa è destinata a passare, che tutto è transitorio, in particolar modo la gloria… quindi nessuno può montarsi la testa.

A volte ti dà un senso di libertà travolgente rispetto a città più disciplinate e più fredde, ma poi quella libertà può diventare tossica perché è anche una libertà dai propri doveri nei confronti della collettività. È una città che in ogni manifestazione mi sembra che contenga il suo contrario. Nell’ultimo periodo sta attraversando senza dubbio una fase di decadenza. Ma Roma è già risorta tante di quelle volte…

Con “La città dei vivi” ti inserisci in un filone che probabilmente ha come riferimento più noto “In a cold blood” di Truman Capote…

Il primo a dedicarsi a questo genere fu Meyer Levine, qualche anno prima di “In a cold blood”, con “Compulsion”, che poi ispirò Hitchcock per il film “Nodo alla gola”, bellissimo tra l’altro. Si tratta di casi specifici che riguardano omicidi. Ma più in generale rispetto alla letteratura che indaga sulla realtà l’Italia ha una tradizione abbastanza robusta e antica. Il romanzo borghese non si è sviluppato come in Francia e in Inghilterra perché non c’era una borghesia solida, però l’Italia tende a dare vita a queste forme ibride che le sono molto congeniali. Carlo Levi, Primo Levi, Anna Maria Ortese di alcuni racconti de “Il mare non bagna Napoli”, Sciascia quando scrive “La scomparsa di Majorana”, Saviano di “Gomorra”, Veronesi di “Superalbo”… la lista è lunga. Indagano su altro, non su un omicidio, ma c’è comunque in Italia una matrice di questo tipo.

Tra “La ferocia”, il tuo romanzo precedente, e “La città dei vivi” c’è un bel salto dal punto di vista stilistico. È stato complicato decostruire una lingua letterariamente così elaborata per avvicinarsi alla cronaca…

No, non è stato complicato. Avevo bisogno di una lingua che fosse al tempo stesso semplice ma in grado di evocare una certa complessità. Però ci sono degli usi della lingua che sono molto amici dell’invenzione, che tendono a creare anziché rimanere fermi sui fatti. Mi ha aiutato che, trattandosi di una storia vera, non potevo giocare troppo con la lingua per evitare di dire cose imprecise.

Tra i tanti cerchi concentrici con cui assedi la storia alla ricerca di una spiegazione, entra in gioco anche il rapporto tra i figli e i genitori dei protagonisti. A volte sembra che l’abisso che separa Foffo, Prato e Varani dalle generazioni che li precedono renda ancora meno comprensibile quello che è accaduto…

Non mi piacciono le spiegazioni sociologiche perché non c’entrano con la letteratura. Per seguire comunque questo filo, i giovani si sentono per definizione esclusi dal mondo dagli adulti, ma, mentre per diversi decenni hanno sentito di avere il futuro nelle loro mani per una congiuntura storica che poi è finita, adesso invece sentono di non avere un futuro. Mentre quella conflittualità nei confronti delle altre generazioni aveva una consapevolezza molto forte che loro sarebbero sopravvissuti, che avrebbero ereditato il mondo, ora la sensazione è che il mondo non gli apparterrà mai, e da qui un diverso tipo di reazione.

Lo strato di ghiaccio che ci divide da quella ferinità, da quella violenza sommersa è molto sottile e non è difficile ricaderci dentro.

Nel romanzo ritorna l’idea del caso Varani come un’intrusione del male nella realtà, con una qualità quasi metafisica, inafferrabile, che sembra trascendere i protagonisti della storia, una specie di possessione o di virus…

Che il male possa esser contagioso sì, tra i due c’è in effetti un contagio psichico. Si fomentano tra loro e a un certo punto mettono in moto un’escalation psicologica che non riescono più a fermare. Anche il male visto come possessione è una dinamica che noi non controlliamo. Ma è anche nel nostro patrimonio genetico. L’istinto di prevaricazione, della violenza è stato a lungo una garanzia per la sopravvivenza della specie. Serviva per cacciare, per sfuggire usando la forza ai tentativi di predazione degli altri. Poi con la civiltà non ne abbiamo avuto più bisogno per sopravvivere ma ci è rimasto addosso, ci è rimasto dentro. Un po’ come la sensazione di spaesamento che ci coglie quando ci troviamo in una pianura vuota e senza alberi: è la nostra antica memoria di prede che riemerge. Lo strato di ghiaccio che ci divide da quella ferinità, da quella violenza sommersa è molto sottile e non è difficile ricaderci dentro.

Ci conosciamo attraverso l’altro, ci differenziamo attraverso l’altro, riconosciamo nell’altro una parte di noi.

Questo strato così sottile significa che siamo tutti potenziali Foffo e Prato?

No. Significa che l’istinto violento appartiene a tutti quanti noi e dobbiamo addestrarci a tenerlo a bada. Foffo e Prato si allenano pochissimo a farlo semplicemente perché tendono a lavorare poco sulla costruzione della loro identità. Sono identità deboli e fragili, si guardano continuamente allo specchio, ma non ci conosciamo attraverso lo specchio, ci conosciamo attraverso l’altro, ci differenziamo attraverso l’altro, riconosciamo nell’altro una parte di noi. Se gli riconosciamo pari umanità, lo rispettiamo e non lo uccidiamo… La colpevolezza di Prato e Foffo sta nella loro debolezza, nella loro identità debole, che non significa rigida. Il contrario di debole in questo caso è “stabile”, non “rigido”. Lo dimostrano per esempio quelli che cambiano spesso identità per ragioni artistiche. David Bowie poteva avere mille volti diversi ma aveva un grande senso di equilibrio, di gestione della propria umanità mutevole.

La discontinuità, la rottura che porta alla violenza si verifica quando soccombiamo a quei flussi ctoni che ci portiamo dietro come patrimonio di specie… quando il ghiaccio si assottiglia troppo.

A cura di Alessio Malta

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