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Avviene Interviste

Covid-19, per non sbagliare più

Programmazione, coordinamento e unione. Tempestività e lungimiranza

Intervista a Giuseppe Ippolito

Direttore scientifico Istituto nazionale per le malattie infettive “Lazzaro Spallanzani”, Irccs

By Dicembre 2020Nessun commento
Fotografia di Lorenzo De Simone

Covid-19 ci ha trovati impreparati. Come è potuto accadere?

È potuto accadere perché nessuno crede che le cose possano succedere. E perché, nonostante le diverse avvisaglie e messe in guardia sul possibile arrivo di una grande epidemia, o addirittura di una pandemia, nessuno si è preparato e nemmeno ha finto di prepararsi. Il virologo statunitense Anthony Fauci lo diceva da sempre che sarebbe arrivata un’epidemia: non gli ha creduto nessuno. Invece una malattia infettiva è come un incendio: non si sa quando può accadere ma si sa per certo che prima o poi accadrà, e in assenza di un’adeguata programmazione un paese arriva impreparato. Nonostante alcuni programmi di preparedness siano stati messi in atto è mancata un’integrazione tra chi fa scienza e chi organizzazione. Il risultato è stato che nessun paese al mondo si è trovato preparato: nemmeno gli Stati Uniti che dispongono di un’agenzia federale ad hoc per la preparedness, a metà tra il Dipartimento di stato e il Dipartimento della salute. In tutto questo vero bailamme l’Italia ha reagito meglio di altri paesi; basta guardare cosa sta succedendo ancora oggi negli Stati Uniti o in altri paesi vicini al nostro – come l’Inghilterra, la Francia e parte della Spagna – per renderci conto che abbiamo saputo reagire a questa emergenza con coraggio e anche con una certa efficienza.

Le malattie infettive sono come un incendio. In assenza di un’adeguata programmazione un paese arriva impreparato.

Un ruolo dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) dovrebbe essere quello di preparare gli stati ad affrontare situazioni come la covid-19….

Sono state rivolte gravi critiche all’Oms e ad altre agenzie delle Nazioni Unite. Il bilancio del paper value, ovverosia di quanto ci costano per quello che ci danno, sembra essere negativo. D’altronde però è indispensabile la figura di un coordinatore, tuttavia nonostante l’attuale direttrice de The BMJ, Fiona Godlee, scriva da almeno trent’anni che l’Oms necessita di una buona riorganizzazione tutto questo non è mai accaduto.

Dobbiamo lavorare su un modello di efficienza e su un forte coordinamento centrale.

Tornando all’Italia, come spiegare la frammentazione regionale che si è osservata nella gestione della covid-19?

Alcune regioni sono state più colpite dall’epidemia covid-19, alcune sono state più virtuose nel dare una risposta pubblica. La lettura dei dati rilasciati dall’Anac, l’Autorità nazionale anticorruzione, sul costo per caso di covid-19 trattato, evidenzia che i costi più bassi riguardano proprio le regioni che hanno dimostrato una migliore capacità di risposta, anche tra quelle maggiormente colpite dall’epidemia. La mia opinione è che dobbiamo lavorare su un modello di efficienza e su un forte coordinamento centrale. La Germania ne è un esempio: le regioni (länder) sono fortissime ma il ruolo centrale del Governo e del Ministero della salute è tale per cui durante l’emergenza covid-19 abbiamo visto una sola faccia e una sola decisione, quella della cancelliera Angela Merkel.

Secondo Richard Horton “non c’è una lezione finale da imparare. Non c’è un significato ultimo che possa giustificare tutte le vite perse inutilmente. Tranne forse questo pensiero: che la covid-19 abbia definito l’inizio di una nuova epoca”. Secondo lei c’è qualcosa da imparare?

Con la covid-19 dovremmo avere appreso che le cose accadono e che i paesi non possono pensare di fare conto su quello che fanno gli altri ma hanno la responsabilità di dover fare conto sulle proprie risorse e capacità: non possiamo demandare ad altri paesi la preparazione, l’organizzazione e la produzione di servizi. Un’altra lezione per noi europei è che l’Unione europea dovrebbe prendersi “cura” anche della sanità e dirigere scelte e azioni condivise: la sanità deve rientrare nel mandato dell’Unione europea perché senza un coordinamento della sanità dei paesi membri ci si limita a fare regolamenti e a gestire attività in tempi di pace, quando invece è in tempi di guerra che serve agire. Un esempio per tutti: la Francia ha deciso autonomamente di ridurre la quarantena sotto pressioni economiche, ma se viviamo in Europa le decisioni si prendono insieme. Un’altra lezione da apprendere è che fare preparedness significa anche preparare un modello di comunicazione, stabilendo cosa bisogna dire e come dirlo. Se non capiamo questo abbiamo sbagliato tutto.

I virus non rispettano i confini. Senza un minimo di decisione condivisa ci troveremo sempre e solo a dover gestire le situazioni in emergenza.

Infine, vorrei concludere sottolineando che in piena urgenza abbiamo riorganizzato un servizio sanitario come se oltre alla covid-19 non ci fossero altre malattie, che invece come ben sappiamo continuano ad esserci e a colpire. Covid-19 deve essere l’occasione per una riforma globale della sanità: chi pensa soltanto ad aumentare i posti letto in rianimazione o a investire sul territorio senza una vera riorganizzazione e senza un minimo di coordinamento tra i paesi – perché i virus non rispettano i confini – ci troveremo sempre e solo a dover gestire le situazioni in emergenza.

A cura di Laura Tonon

 

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