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Avviene Articoli

Programmazione d’emergenza

La paradossale carenza di medici denunciata da anni

Mirko Claus

Presidente di FederSpecializzandi 

Federica Viola

Vicepresidente vicario di FederSpecializzandi 

By Dicembre 2020Gennaio 8th, 2021Nessun commento
carenza di medici
Fotografia di Lorenzo De Simone

Al termine di questo 2020 possiamo con certezza dire che la pandemia in corso ha mantenuto alta l’attenzione sulla sanità italiana, facendo luce su problemi strutturali, organizzativi e tecnologici che per troppo tempo sono rimasti inascoltati.

La carenza di medici specialisti rappresenta senza dubbio uno di questi. Nonostante se ne parli da molto e spesso siano state evidenziate delle criticità quali la sofferenza dei pronto soccorso e l’inadeguatezza del turnover a fronte dei pensionamenti previsti, in questi ultimi anni abbiamo assistito solo a timidi tentativi di arginare il problema. L’emergenza sanitaria in atto ha obbligato però a una più ampia riflessione in merito e ha costretto la politica e gli attori istituzionali coinvolti ad affrontarlo.

L’inadeguatezza programmatoria, esplosa durante questa pandemia, già ne minava però le fondamenta: un decennio di cospicui tagli lineari ha condotto a riforme che, se da un lato, hanno reso più efficiente il sistema, dall’altro lo ha fatto sulla pelle del personale sanitario, che dopo anni e complice il perdurare della pandemia è stremato.

Dal nostro punto di vista sembra chiaro però che le soluzioni adottate ad oggi per contrastare queste difficoltà non possano e non debbano diventare la norma: l’utilizzo indiscriminato di medici neolaureati e specializzandi con contratti precari nei reparti covid per esempio, qualora dovesse diventare strutturale e finalizzato esclusivamente all’assistenza, comporterebbe nel medio-lungo periodo uno scadimento della qualità delle cure.

È sicuramente il momento di agire ora, di dare una spinta forte e necessaria nella direzione dell’integrazione dei servizi con al centro unicamente la persona.

Già ora la formazione dei giovani colleghi ne sta risentendo e il timore che, terminata questa pandemia, tale situazione si fossilizzi è presente e reale. Lavorare in emergenza ha implicato trovare rapide soluzioni alle carenze, ma il rischio – come già vediamo da anni – è che le improvvisate misure temporanee diventino strutturali e definitive per inerzia.

Sul fronte della formazione apprendiamo ancora una volta, purtroppo, che l’incremento dei fondi stanziati per il prossimo triennio per la formazione specialistica è minimo, se comparato al numero di medici neolaureati e ai fabbisogni di salute della popolazione che si prevedono nel futuro: l’imbuto formativo permane come realtà paradossale – tutta italiana – del nostro sistema. Servono almeno dieci anni per formare un medico, e abbiamo già dimostrato di essere in tremendo ritardo.

La carenza di medici specialisti, dunque, non è affatto inaspettata ed è uno degli elementi che costituisce il puzzle più grande dei problemi organizzativi e gestionali. Non è infatti solo il medico a mancare, sono le condizioni: mancano un adeguamento degli stipendi che mantengano attrattivo il servizio pubblico e una formazione adeguata ai bisogni presenti e futuri, senza dimenticare la piena valorizzazione del territorio e del suo ruolo all’interno del Servizio sanitario nazionale.

È sicuramente il momento di agire ora, di dare una spinta forte e necessaria nella direzione dell’integrazione dei servizi con al centro unicamente la persona, come la pandemia ha dimostrato essere necessario. Non bastano più i titoli dei giornali, o i proclami: servono azioni concrete e sforzi notevoli per indirizzare gli adeguati investimenti nella qualità della formazione, nell’integrazione dei servizi e nelle politiche per il personale, per poter garantire un Servizio sanitario nazionale in grado di rispondere, grazie ai suoi operatori sanitari, ai bisogni della popolazione.

 

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