(In)successo Interviste

Senza storia. Fallimenti normali di campioni

Raccontare solo i successi rischia di restituire una visione parziale del mondo sportivo

Intervista a Daniele Manusia e Emanuele Atturo

l’Ultimo Uomo

By Ottobre 2020No Comments
Fallimenti di campioni

In ambito sportivo a noi giungono soprattutto storie di successo. Perché, invece, è importante parlare anche dei fallimenti e degli insuccessi?

Sarebbe importante parlare dello sport, e degli uomini che fanno sport, nella loro completezza. Anzitutto una volta che si guarda da vicino una storia come quelle raccontate nel libro “La caduta dei campioni” è difficile ragionare con categorie troppo rigide. Successo e fallimento sono concetti relativi, non è detto che coincidano con i nostri giudizi di osservatori esterni. Voglio dire che fallimenti di campionimolti atleti superano un gradino, due gradini, o un centinaio di gradini, prima di fermarsi, e non penso possano essere considerati dei falliti perché non ne hanno superati mille come i migliori della storia. Bisogna tener presente che ci sono dei “livelli” sportivamente ma anche umanamente, non tutti accettano o sono tagliati per le pressioni di alto livello. E spesso non teniamo neanche abbastanza conto del contesto sociale, economico, culturale, o delle contingenze che indirizzano una carriera in un modo o in un altro (trovarsi al posto giusto al momento giusto, o viceversa capitare sull’allenatore e il club sbagliati).
Le storie di successo sono quasi sempre incentrate sull’individuo, come se uno sportivo abbia fatto tutto da solo, è come un treno troppo veloce per vedere il paesaggio, mentre quando si studiano storie meno felici si finisce sempre per tirare dentro quello che c’è intorno. Forse in questo senso sì, è importante parlare di questo tipo di storie, per uscire dalla retorica stantia dello sport come metafora di uomini che “superano i propri limiti”.

Quali sono i fattori per cui un insuccesso può diventare un’opportunità invece che portare alla fine della carriera?

Se l’insuccesso, o il rallentamento, porta a una presa di consapevolezza, quando se ne capiscono le ragioni, può essere più utile di una vittoria fortunata. Può portarti sia a correggere gli errori e migliorare, ma anche a capire magari che la strada che stai percorrendo non fa per te. Nel libro ci sono figure che nonostante per noi rappresentino “talenti sprecati” in realtà sembrano serene, tipo Bojan, che invece viveva molto male la pressione che si prova in cima.

Le storie di successo sono quasi sempre incentrate sull’individuo, mentre quando si studiano storie meno felici si finisce sempre per tirare dentro quello che c’è intorno.

Francesco Piccolo ha scritto sulla Lettura del Corriere che non è l’avversario il primo nemico del campione, ma la propria personalità. Per questo, continua, il campione non è chi fa di più, ma chi non fa di meno. Siete d’accordo?

Per certi casi è molto vero. Ma in generale non vorrei diventasse un messaggio un po’ conservatore, che non bisogna esprimere la propria personalità o che dentro ognuno di noi c’è un malessere che va tenuto a bada. Se qualcuno ha qualcosa che non va con la sua vita, con il suo lavoro, penso al contrario che abbia tutto il diritto di esprimerlo e soprattutto di fare qualcosa al riguardo. Senza contare, poi, che molti campioni hanno avuto personalità ribelli o persino autodistruttive, specie in passato. Ecco non vorrei che si confondesse il talento, l’amore che uno sportivo può generare, il bene che può fare alle persone anche arrivando secondo, con l’efficienza di chi riesce ad arrivare sempre primo per molti anni.

In una TEDx Martin Hagger – docente negli Stati Uniti di psicologia della salute – sostiene che è fondamentale per un campione conoscere e avere rispetto per l’avversario, le tecniche di rilassamento e la figura del mental coach. Che ne pensate? Quanto influisce la figura di un mental coach nella carriera di un giocatore?

In generale tutti gli aspetti psicologici sono stati sottovalutati negli ultimi decenni. L’idea è che lo sportivo abbia bisogno di professionisti per mangiare e allenarsi, ma che dal punto di vista mentale debba fare tutto da solo. E non sono neanche convintissimo che la psicologia debba essere usata solo per “migliorare” le proprie capacità performative. Magari quella può essere una conseguenza dello scopo principale, che deve essere sempre la salute mentale dell’atleta.

Andare avanti senza poter scegliere, anche dentro carriere di successo, prima o poi ha un costo.

In un documentario su Anelka viene sottolineato come sia un giocatore che ha vinto tutto, ma che viene poco ricordato. Forse, sostengono, la causa potrebbe essere che i suoi fratelli, che si occupavano della sua carriera, lo gestivano come merce”. Non è lunico caso in cui sono i familiari di un giocatore a gestire la carriera del figlio: può essere controproducente? Può essere anche questo uno dei motivi del fallimento di un giocatore?

Nel caso di Anelka penso ci fossero anche molti pregiudizi nei confronti di una famiglia di immigrati della periferia parigina. Nel caso del Liverpool, ad esempio, non c’è stata nessuna pressione da parte loro per ottenere più soldi o benefit, ma comunque Gérard Houllier non si fidava di loro, ha detto che “non gli piacevano” alcune figure intorno al calciatore. Dipende sempre dal punto di vista da cui si guarda una storia, ma in quel caso ad esempio ci ha rimesso anche il Liverpool, per una scelta sbagliata e forse su qualche pregiudizio del suo allenatore. Se gli sportivi scelgono i propri familiari come agenti o consiglieri è perché molto spesso si possono fidare solo di loro, perché gli agenti possono usarli come pedine nel loro scacchiere, perché sono più le persone che vogliono approfittarsi di loro piuttosto che quelle che vogliono sinceramente aiutarli.

Nella storia di Marat Safin – che raccontate nel libro “La caduta dei campioni” – viene fuori come lui ricordi la vittoria del suo primo slam dicendo “sentivo un vuoto dentro: avevo tutto, ma non avevo niente”. E a lui la decisione di giocare a tennis è stata imposta dai genitori. Quanto influiscono le scelte, la possibilità di scegliere, sul successo o l’insuccesso di un giocatore?

La maggior parte delle storie di sportivi definiti “predestinati”, cioè con un talento eccezionale, hanno alla radice un problema di “scelta”. Stiamo parlando di sportivi che cominciano così presto a praticare attività sportiva che è impossibile sostenere sia stata una loro decisione. Safin è stato portato sul campo da tennis dalla madre dopo tre giorni dalla nascita; per rimanere al tennis, il padre di André Agassi gli mise delle palline da colpire sopra la culla. Alla radice c’è l’idea che l’apprendimento precoce è anche quello più efficace; ma anche Jean Paul Sartre diceva che l’esistenza precede l’essenza, nel senso che noi prima veniamo al punto e poi troviamo il nostro senso nel mondo. Per questi tennisti non è stato possibile scegliere cosa diventare. Safin per esempio dice spesso nelle interviste che in diversi momenti ha pensato di lasciare il tennis, ma che sua madre sapeva cosa era meglio per lui.
Non credo che tutto questo influisca in maniera diretta sul successo o l’insuccesso di uno sportivo, credo però influisca sui loro crolli. Questi tennisti, presto o tardi, vivono crolli – mentali e sportivi – improvvisi e spettacolari, forse nel momento in cui cominciano a guardare sé stessi da fuori, a interrogarsi su sé stessi e la propria identità. Safin è andato avanti senza farsi domande e quando è arrivato all’apice del successo, vincendo il primo slam a 19 anni, il senso di inappagamento gli ha fatto domandare il senso del suo percorso. Andare avanti senza poter scegliere, anche dentro carriere di successo, prima o poi ha un costo.

A cura di Rebecca De Fiore

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