Distanza Interviste

Il dubbio, più prezioso della verità

L'epidemia ci ha resi refrattari alla complessità, ma in medicina l'incertezza è un valore

Intervista a Paolo Giordano

Scrittore e fisico

By Giugno 2020Luglio 24th, 2020No Comments
Fotografia di Lorenzo De Simone

Partiamo dal concetto di distanza. La pandemia di covid-19 ci ha fatto capire quanto siamo pericolosamente vicini al resto della popolazione mondiale e, allo stesso tempo, quanto sia forte il nostro bisogno di essere con gli altri.

Abbiamo dato una prova, inedita nei tempi recenti, di saper tenere in considerazione la collettività. Anche se in parte legato alla paura e alle imposizioni arrivate dall’alto, sono convinto che lo sforzo fatto a marzo e aprile sia figlio di un ritrovato senso di responsabilità collettiva. Tutti ci siamo sentiti investiti della protezione dei più deboli, del Servizio sanitario nazionale. Questa mi sembra una grande novità per un paese come l’Italia. Le trasgressioni, poi, fanno parte del quadro: riportano l’attenzione sul nostro essere umani e sull’innaturalità della situazione. È importante ricordare quanto tutto questo sia innaturale, altrimenti corriamo il rischio di idolatrare la bontà del distanziamento sociale, che è una cosa atroce, accettabile solo in quanto temporanea. Non voglio amare nulla di questo sistema; odio la mascherina (anche se la metto) e aspetto gli assembramenti. Questa pandemia avrà anche svelato i rischi della prossimità – tra noi e con il resto del mondo – ma per me questa resta un valore assoluto, non opinabile.

C’è da chiedersi quali siano i confini di questo senso di responsabilità allargato. Si limita alla cerchia dei nostri cari, dei nostri concittadini, o si espande fino al resto del mondo?

Questo è il tentativo dietro quello che ho fatto in questi mesi. Il fatto stesso di scrivere un libro (ndr: Nel contagio, Torino: Einaudi, 2020) andava proprio in questa direzione: sfruttare un momento di disponibilità emotiva per introdurre dei pensieri che allargassero il quadro. Quei pensieri che ci servono per prevenire il verificarsi di situazioni simili in futuro. Per un momento questa disponibilità emotiva c’è stata, anche perché il rumore di fondo politico che normalmente copre tutti i segnali era sparito. Ma è durata poco, oggi non mi sembra ci sia spazio per introdurre pensieri a medio o lungo raggio. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), in questo momento l’epicentro della pandemia è il Sudamerica dove ci sono popolazioni molto più esposte di noi, con strutture sanitarie carenti o inesistenti. Eppure questi temi non sono neanche ai margini del dibattito nel nostro paese. È una constatazione diretta del fatto che il pensiero della dimensione globale di questa emergenza non è passato.

E per quanto riguarda il nostro impatto sull’ambiente? Le evidenze scientifiche descrivono le epidemie come una diretta conseguenza della deforestazione, della perdita di biodiversità…

È sempre molto difficile avvicinare il sentire comune a queste tematiche. È molto più semplice farlo con un virus che è tra di noi, che costituisce un rischio diretto. Le tematiche ambientali sono più elusive, più lente, più contraddittorie. Dovremmo quantomeno evitare che questa crisi abbia l’effetto opposto, quello di rallentare e vanificare le politiche che si stavano faticosamente attuando. L’emergenza economica, industriale, commerciale rischia di metterle in secondo piano. In questo momento si decidono investimenti senza precedenti. La loro natura ci dirà se avremo scelto di affossare o proteggere le politiche climatiche.

Di nuovo, si tratterà di fidarsi o meno della scienza. Eppure, mai come in questo momento sembriamo refrattari alla complessità. Lo si è capito chiaramente nelle fasi più acute dell’emergenza: volevamo certezze, volevamo una data di inizio e una di fine. E in risposta arrivavano solo opinioni, pareri, dubbi. Qual è quindi, in una situazione come quella che stiamo vivendo, il ruolo della scienza?

Il ruolo è proprio quello di riportare al centro il dubbio. L’importanza delle domande invece delle risposte, delle argomentazioni invece dei post assertivi e ipersemplicistici. Sarebbe una grande occasione per arginare questa pandemia di semplicismo. Perché i sistemi in cui siamo immersi sono complessi e lo sono a un livello mai visto in passato. Ma se il nostro pensiero si ritrae da questa complessità, allora sempre più persone vivranno in un mondo che interpretano solo in piccolissima parte. Le scienze decriptano, interpretano, spiegano le innumerevoli pieghe del sistema e, proprio per questo motivo, andrebbero accolte nella discussione pubblica. Tuttavia questo richiede un cambio di prospettiva che va inaugurato nelle generazioni giovani, nell’istruzione di base. Non si può cambiare la struttura di pensiero di una popolazione adulta: bisogna crescere individui più vicini alle scienze, più capaci di leggere questa complessità.

Il ruolo della scienza è proprio quello di riportare al centro il dubbio.

Si è però assistito a un certo rifiuto della complessità anche in ambito scientifico. Di fronte alla necessità di individuare terapie efficaci in modo tempestivo, si è spesso optato per soluzioni semplificate e disegni sperimentali metodologicamente deboli. Pensa che in una situazione di emergenza sia lecito allentare le maglie del metodo?

Mi sembra inevitabile e giusto. Si è dovuta fare sperimentazione mentre si gestiva un’emergenza molto massiccia, in situazioni estreme. Le maglie che non andavano allentate erano altre, quelle relative alla comunicazione dei risultati non validati, non accuratamente testati. In questo senso c’è stato un comportamento scomposto da parte di alcuni medici. Il trovarsi al centro della tempesta mediatica, impreparati a quel tipo di esposizione, li ha resi troppo disinvolti nel comunicare i risultati, nel dare speranze eccessive in merito a determinati percorsi di cura e alla possibilità di sviluppare un vaccino. In questo momento l’Oms sta facendo dei passi indietro sulla clorochina, quando fino a poco tempo fa c’erano persone che la consideravano miracolosa. In questo la comunità scientifica doveva essere più composta.

A un certo punto il messaggio che passava era che dovevamo fidarci di quello che ci dicevano.

Nel suo libro afferma che durante una pandemia “l’informazione trasparente non è un diritto, ma una profilassi essenziale”. Come giudica la gestione della comunicazione del rischio da parte delle istituzioni e dei media italiani?

La comunicazione è stata un disastro. Quella mediatica è stata molto confusa, specie all’inizio. Quella istituzionale è stata a suo modo trasparente, ma c’era un problema nella raccolta dei dati. Inoltre, continuo a trovare molto discutibile la scelta di affidare la comunicazione dei dati epidemiologici alla Protezione civile, che non è un ente con quel tipo di carattere. E anche quando i dati dei contagi erano palesemente discostati dalla situazione di fatto si è continuato a comunicarli, senza fornire spiegazioni. Ma non si tratta solo dei dati, è stata una comunicazione pasticciata, lacunosa. A un certo punto il messaggio che passava era che dovevamo fidarci di quello che ci dicevano. Una forma di paternalismo scientifico che non sopporto.

Allo stesso tempo il moltiplicarsi di opinioni contrastanti da parte degli esperti ha creato un terreno fertile per le fake news. Qual è quindi, in situazioni del genere, il punto di incontro tra un’informazione trasparente e una di qualità?

Quella scientifica è una comunità fatta di essere umani. C’è tutto: dal professionista a quello che cerca visibilità, dall’impacciato al cialtrone. Il percorso scientifico funziona perché ha al suo interno dei meccanismi di validazione molto stretti. Durante l’emergenza era difficile garantire questo processo di validazione interna continua. Forse i media avrebbero dovuto prendersi più in carico questo ruolo di filtro: essere più cauti, più selettivi, e cambiare registro tra una notizia che funziona e una che proviene da fonti autorevoli.

Nelle prime pagine del suo libro dice di aver deciso di impiegare il tempo della quarantena per riflettere su quello che l’epidemia ci stava svelando di noi stessi. Giunto alla fine di questo percorso qual è stata la rivelazione più importante, quella che dovremmo tenerci stretta per affrontare i tempi che verranno?

Personalmente ho scoperto una certa libertà di espressione. E una strana fiducia nel mio istinto. A livello collettivo a farne le spese sono stati sicuramente il nostro senso di invincibilità, che serpeggiava da un po’, e quello di illimitatezza dei desideri e delle risorse. Le scienze cercano da tempo di metterci davanti a questi limiti: questa volta ci sono arrivati addosso. Però non penso che si traggano lezioni da un trauma del genere, a meno che non si continui a parlarne. E per farlo è necessario che non arrivi qualcuno che dichiara concluso il discorso.

Non penso che si traggano lezioni da un trauma del genere, a meno che non si continui a parlarne.

A cura di Fabio Ambrosino

Lascia un commento