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Per una distanza che sia prossimità di diritti

Serve una memoria disincantata, e al futuro, dell'emergenza covid-19, per essere consapevoli delle pandemie senza vaccini in vista che separano dal diritto umano a una vita nella dignità

Gianni Tognoni

Medico, Dipartimento di anestesia-rianimazione e emergenza-urgenza Fondazione Irccs Ca' Granda Ospedale maggiore, Milano – Segretario generale tribunale permanente dei popoli

Alice Cauduro

Ricercatrice, Dipartimento di giurisprudenza Università di Torino

By Giugno 2020Luglio 24th, 2020No Comments
Fotografia di Lorenzo De Simone

Prendere un minimo di distanza da covid-19, per averne uno sguardo non dall’interno dell’emergenza, è necessario, ma solo per meglio vedere le scarse certezze e le tante, apertissime, domande [1]. Quelli che seguono sono appunti per un lungo “dopo”, la cui diversità, importante certo, ma senza futuro, rischia di essere solo l’eccesso concentrato nel tempo e nei luoghi della mortalità.

1. La prima distanza è fondamentale: da numeri, stime, bollettini, che danno la stessa importanza a morti, tamponi, mascherine, ordinanze, chiusure, ecc. Qualcuno, chi sa, ne farà la storia: o tanti, e saranno tante storie: sperando solo che tutte lascino intravedere l’unica cosa certa: la distanza tra la grandezza della tragedia umana e la sostanziale pochezza delle politiche (con le rare eccezioni) che l’hanno gestita.

2. Covid-19 non è ormai più un capitolo principalmente sanitario: questa componente ha avuto nell’incredibile e concreta comunità delle “persone di cura sul campo” le/i protagoniste/i assolute/i. Speriamo resti la loro richiesta più gridata: “dire no” al sistema sanitario esistente, cambiandolo, non esercitandosi ad evidenziarne le falle. Ben note, perché perseguite attivamente da tanto tempo.

3. Covid-19 è stata, ed è ogni giorno di più, una diagnosi di cultura-civiltà: svela i tanti volti della profonda fragilità di un modello che per essere globale pretende(va) di essere inviolabile, e rende ora esplicita la necessità di una scelta, che non può che essere radicale e di lunga durata, tra due strategie:

– imporre, costi quello che costi, da tutti i punti di vista, una continuità, distanziandosi solo apparentemente (magari solo per confondere un po’ la rabbia di chi sta male, e garantire la copertura di ulteriori guadagni per i soliti pochi) dal modello di cui l’emergenza ha fatto vedere la non-sostenibilità e la violenza;

– prendere la “richiesta gridata” sopra ricordata per la sanità come indicatore della distanza più di fondo da affrontare: quella dal diritto alla vita (in tutte le sue declinazioni di dignità umana) di tutte quelle popolazioni esposte alle pandemie permanenti, con o senza virus, delle “pestilenze”, antiche e tanto celebrate di questi tempi: disuguaglianza fino alla miseria, fame, guerra, inaccessibilità ai beni vitali…

4.Come in clinica, quando il male è incurabile, senza novità in vista immediate o prevedibili: dirlo o no, e come, al paziente e a chi gli sta intorno? O continuare, per un accanimento terapeutico, che trasforma la sofferenza in investimenti e guadagni? Con o senza la formalità-giustificazione di un consenso informato che mima partecipazione e democrazia? Non ci sono risposte facili, lineari, garantite per un “dopo” che ormai viviamo, e che non è certo solo italiano. Una distanza chiara deve essere però garantita. Ovvia, ma difficilissima: quella dai venditori di soluzioni (scientifici, industriali, politici…) che propongono di fidarsi di loro, perché sono le minoranze proprietarie dei saperi e dei capitali che conoscono gli algoritmi decisionali vincenti. Questa distanza ha un nome (forse un po’ screditato, perché usato da tanto tempo più per promettere che per fare): ricerca comune, sperimentazione di idee e di orizzonti che coincidano con passi reali di discontinuità, e ponti sulle distanze delle pandemie strutturali sopra ricordate.

5. Il dopo covid-19 di cui si è spettatrici o spettatori più o meno coinvolti nel campo riguardante farmaci, vaccini, diagnostica è senz’altro un osservatorio globale molto istruttivo per quanto riguarda una parola così densa di immaginario come distanza. Tutti gli attori, i produttori, i garanti, i sorveglianti, istituzionali o privati (in fondo, ma ci sono, anche i cittadini, soggetti, destinatari) sono presenti: con tutti i loro interessi e con tutti i loro poteri: di capitali, di politica, di immagine pubblica. Gli incroci e i conflitti (buoni o meno) sono quelli di sempre. La distanza vera da superare coincide con una domanda di fondo al sistema giuridico ed economico globale: c’è spazio nella concretezza del mondo, attuale o futuro, per l’emergenza o la normalità del vivere, per la salute (modello dei beni comuni imprescindibili per la vita, ma protagonisti del mercato), per una economia che consideri la vita delle persone come un valore non facoltativo od opzionale?

Al di là dell’aggressività del termine lockdown divenuto globale come un mantra (pur sapendone la falsità offensiva per tutti gli abitanti di favelas e dei senza casa), la distanza è rimedio antico, di buon senso, ragionevolmente efficace, perfino didattica se condivisa non solo come misura di sicurezza, ma strumento per ampliare e proteggere (pur violandone, spesso inutilmente, tanti altri) i diritti di salute minacciati da un “nemico” imprevisto e poco noto. Ad un patto: che anche i buoni principi del diritto (nazionale e internazionale) si riconoscano bisognosi, per divenire realtà, fruibile soprattutto dopo l’emergenza, da chi più ne è escluso, di mettersi in ricerca: al proprio interno, nei suoi rapporti (ora intollerabilmente subalterni) con l’economia, nella definizione di livelli essenziali di assistenza, sulla obbligatorietà dei diritti ambientali, e quello di avere un loro futuro delle nuove generazioni.

La distanza – scelta, non imposta, in una sanità che sia indicatore del vivere sociale – definisce lo spazio e la direzione di un orizzonte verso cui andare, per condividere diritti di dignità di vita.

Con una piccola conclusione. La distanza è stata chiamata “sociale”. Non poteva esserci aggettivo che meglio ne mascherasse l’ambivalenza. La distanza imposta è separazione, assenza, privazione, asocialità. Dice povertà e ignoranza, non sapere che fare: che in tutta la nostra prosopopea scientifica e desiderosa di far vedere che abbiamo risposte e che siamo benefattori, non abbiamo nient’altro che raccomandazioni antiche. Auguriamo a questo aggettivo il compito, più difficile, ma urgente per ora e per il dopo: ricordare la durezza e la lunghezza del cammino necessario per superare la distanza tra le affermazioni del diritto e i soggetti concreti, sociali, dell’articolo 3 della Costituzione (e dei suoi collegati, od equivalenti, o complementari nelle legislazioni europee e internazionali).

La distanza – scelta, non imposta, in una sanità che sia indicatore del vivere sociale – definisce lo spazio e la direzione di un orizzonte verso cui andare, per condividere diritti di dignità di vita, e non gradini più alti e protetti nella pandemia della disuguaglianza; e definisce un riconoscersi nell’icona vivente di Francesco solo e affaticato nel buio di piazza San Pietro: sapere, non da depressi, ma da soggetti di futuro, di essere tutte e tutti, nessuna o nessuno scartato, nella stessa, precaria, barca.

 

Bibliografia 
[1] Tognoni G, Cauduro A. Salute, farmaci, vaccini. Volere la Luna, 27 maggio 2020.

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