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I due paradossi del concetto di distanza sociale

Espressioni antiche, esperienze nuove

Davide Bennato

Sociologo dei media digitali, Dipartimento di scienze umanistiche, Università di Catania

By Giugno 2020Ottobre 14th, 2020No Comments
Fotografia di Lorenzo De Simone

Uno dei termini ricorrenti che hanno popolato il panorama comunicativo della fase 1 della pandemia e che sta continuando a caratterizzare la fase 2 – anche se con meno forza – è senza dubbio quello di distanza sociale, ovvero l’idea della necessità di mantenere un distanziamento dalle altre persone per cercare di abbassare il tasso di riproducibilità del contagio, il famoso parametro R0.

Il distanziamento sociale, inteso come processo di riduzione dei contatti, è un concetto tecnico di tipo non farmacologico dell’epidemiologia, che consiste nel limitare le situazioni di vicinanza fisica tra le persone per ridurre la probabilità di infezione e controllare la diffusione di una malattia contagiosa. Da un punto di vista teorico è piuttosto intuitivo: se si entra in contatto con meno persone ci sono meno probabilità di infettare o essere infettati. Ciononostante sulle prime battute della pandemia, pur essendo un concetto semplice da capire era molto difficile da giustificare perché – come abbiamo avuto modo di sperimentare sulla nostra pelle – riduce notevolmente la libertà di circolazione delle persone. Questa situazione ha dato vita a un vero e proprio sottogenere giornalistico in auge durante i mesi di lockdown che potremmo definire “esegesi del distanziamento sociale”, in cui gli articoli si sforzavano di spiegare non solo le motivazioni scientifiche alla base, ma anche la necessità di prendere confidenza con un concetto controintuitivo che si scontrava con il buonsenso della vita quotidiana.

Il Washington Post a marzo ha pubblicato un articolo dal titolo “Why outbreaks like coronavirus spread exponentially, and how to flatten the curve[1], in cui, attraverso una semplice simulazione grafica di una malattia fittizia chiamata “simulite”, mostra come una situazione di contatto sociale priva di controllo potesse portare a una crescita esponenziale dei contagi. Inoltre l’articolo ha sdoganato la metafora del “flattening the curve” (appiattire la curva), ovvero diminuire il numero dei contagi per evitare di sovraccaricare i reparti di terapia intensiva degli ospedali. L’articolo – chiamato in gergo corona simulator – ha funzionato talmente bene da essere non solo uno degli articoli online del Washington Post più letti di sempre, ma ha anche spinto la redazione a tradurlo in diverse lingue (tra cui l’italiano).

La distanza sociale non esiste se non come esplicita scelta, mentre la distanza fisica è una possibilità piuttosto concreta.

Lontani ma vicini

C’è però una profonda ambiguità linguistica nel concetto di distanziamento sociale: l’insistere sull’idea di distanza nel senso sociale del termine. Se facciamo attenzione alle dinamiche sociali che hanno caratterizzato la fase 1 orientate a evitare la propagazione del contagio, più che la distanza sociale è stata praticata la distanza fisica: ovvero abbiamo limitato i contatti fisici con le altre persone pur mantenendo un contatto sociale grazie alle opportunità permesse dai media digitali e dai social media.

Questo ragionamento ci porta alla seguente osservazione: perché si usa il termine distanziamento sociale quando in realtà è un distanziamento fisico? Perché l’epidemiologia è una disciplina del XIX secolo. Nel XIX secolo la vicinanza sociale presupponeva la vicinanza fisica: per interagire con le persone dovevo essere fisicamente presente nello stesso spazio-tempo delle persone con cui interagivo.

Il XX secolo prima – lettere, telefono – e il XXI secolo poi – internet, social media – ci hanno abituato alla possibilità di interagire con le persone anche in mancanza della loro presenza fisica. In pratica il XXI secolo ha disaccoppiato il rapporto fra spazio fisico e interazione sociale, vero dogma delle scienze sociali del XIX secolo (a cui l’epidemiologia deve una parte del suo vocabolario tecnico). Nel XXI secolo la distanza sociale non esiste se non come esplicita scelta delle persone, mentre la distanza fisica è una possibilità piuttosto concreta (come abbiamo amaramente imparato).

La (dis)connessione sociale

Questo però ci porta al secondo paradosso: i social media sono strumento di connessione sociale intenzionale.

Ce lo ha detto la pubblicità in tutti i modi (“lontani ma vicini”), ce lo hanno fatto notare le attività della nostra vita quotidiana durante la fase 1: i social media hanno permesso di stare in contatto con gli altri. È stato un tripudio di esperimenti di socialità alternativa in un contesto di reclusione forzata: aperitivi su Skype, compleanni festeggiati virtualmente, lezioni scolastiche e universitarie frequentate in remoto, live streaming di eventi su Facebook. Perfino le trasmissioni televisive hanno dovuto scoprire lo streaming come elemento del palinsesto, nell’impossibilità di invitare fisicamente gli ospiti in studio. E tutti hanno notato una cosa: non è vero che i social media sono strumenti di isolamento sociale.

A ben vedere, questa è un’osservazione tipica di un giornalismo poco avvezzo all’uso di internet, o da un modo superficiale di guardare i ragazzi con le loro teste calate nei telefonini mentre sono immersi ora su Instagram, ora su TikTok, ora su Fortnite. In realtà le scienze sociali che studiano i media digitali questa cosa la sanno da tempo: i social media sono lo strumento più potente per esprimere la socialità online. Basti pensare che le piattaforme come Facebook o LinkedIn nel linguaggio delle scienze sociali vengono definite social networking sites, ovvero siti per la creazione di reti sociali [2]. Quindi una cosa apparentemente controintuitiva per un certo tipo di opinione pubblica, è assolutamente ovvia per chi queste cose le studia da tempo.

Ma c’è un ma.

L’aver traslato – volenti o nolenti – la nostra socialità online, ha reso molto più semplice la disconnessione sociale: se io ho uno strumento tecnico che mi permette di gestire i miei contatti sociali, potrò sfruttare le funzioni di questo strumento per limitare, circoscrivere o evitare questi stessi contatti sociali. Grazie alle opportunità tecniche permesse dalle piattaforme social costruirò una gerarchia di relazioni sociali digitali, alcune che non vedo l’ora di incontrare fisicamente alla fine del periodo di isolamento forzato, altre che mi guarderò bene dall’incontrare fisicamente.

Detto in soldoni, tutti i contatti che ho su Facebook si chiamano amici, ma alcuni sono rapporti veri e profondi, la distanza fisica dai quali è qualcosa che soffro – i congiunti, gli amici, gli affetti. Altri sono contatti che fanno parte della mia cerchia di relazioni – conoscenti, contatti professionali – con cui Facebook mi permette di stare in contatto “a bassa intensità”, senza cioè subire tutte le implicazioni di una relazione più stretta. Un sintomo di come la connessione sociale sia diventata più efficiente e con meno implicazioni emotive è il fenomeno del ghosting [3], ovvero il processo della progressiva scomparsa dalla vita di una persona che prende forma nella mancanza di interazioni nelle piattaforme digitali: non si mettono più like nei post di Facebook, si smette di rispondere ai messaggi WhatsApp e così via.

Questo però non ci deve portare alla conclusione che i rapporti negli spazi social siano meno “umani” (qualunque cosa voglia dire) dei rapporti faccia a faccia, semplicemente cambiano le strategie di relazione. Se voglio farmi coinvolgere da un qualunque rapporto sociale, le piattaforme digitali fungono da rinforzo a questa situazione; se io non voglio farmi coinvolgere, le piattaforme consentono di avere una relazione educata che però si mantiene superficiale. Alla fine siamo noi che decidiamo che peso dare ai nostri contatti sociali, e usiamo le piattaforme digitali in questa direzione.

È qui che prende forma il nostro prossimo uso degli spazi social in questa fase 2. In pratica dovendo contingentare i nostri contatti sociali useremo le possibilità permesse dagli incontri faccia a faccia con parsimonia, investendo solo in quei rapporti che davvero valgono lo sforzo: parenti, amanti, amici. Mentre lasceremo l’uso delle piattaforme a tutte quelle situazioni in cui il contatto sociale non lo possiamo evitare, ma lo possiamo gestire “a bassa intensità”: riunioni di lavoro, relazioni sociali funzionali, contatti professionali.

Verso una nuova socialità

Se la pandemia ci ha insegnato qualcosa dal punto di vista sociologico, sono i due paradossi della distanza sociale.

Il primo è l’impossibilità della distanza sociale. Quando sentiamo dire in televisione “distanza sociale” in realtà vogliono intendere “distanza fisica”. Ovvero stiamo ascoltando un linguaggio da XIX secolo, in un medium del XX secolo, in una situazione sociale da XXI secolo.

Il secondo è l’uso dei social network per la disconnessione sociale. Le piattaforme digitali nascono per metterci in contatto con un numero di gran lunga maggiore di persone di quante ne potremo mai gestire, ed è proprio per questo che rendono più facile gestire i rapporti che per noi hanno un valore (emotivo e relazionale) con i rapporti che questo valore non ce l’hanno.

Prepariamoci a un futuro di riunioni di lavoro fatte in streaming. A meno che i nostri colleghi non siano anche i nostri amici.

Quando sentiamo dire in televisione “distanza sociale” in realtà vogliono intendere “distanza fisica”. Ovvero stiamo ascoltando un linguaggio da XIX secolo, in un medium del XX secolo, in una situazione sociale da XXI secolo.

Bibliografia
[1] Stevens H. Why outbreaks like coronavirus spread exponentially, and how to “flatten the curve”. Washington Post, 14 marzo 2020.
[2] Boyd DM, Ellison NB. Social network sites: definition, history, and scholarship. Journal of Computer- Mediated Communication 2007;13:210-30.
[3] LeFebvre LE. Phantom lovers: ghosting as a relationship dissolution strategy in the technological age. In: Punyanunt-Carter N, Wrench JS (eds.). The impact of social media in modern romantic relationships. London: Lexingon Books, 2017.

 

 

Vedi anche

A distanza di sicurezza

Il 29 aprile scorso sembrava che un’altra minaccia dovesse scagliarsi sul nostro pianeta: l’incontro ravvicinato dell’asteroide OR2 1998 con la Terra. La sua distanza dal nostro punto di osservazione era di appena 0,04 unità astronomiche che corrispondono a circa 6.000.000 di chilometri. Per dare una misura, la distanza che ci separa dalla Luna è circa quindici volte minore. L’asteroide ha permesso di riflettere sul valore e sulla percezione della distanza. Sei milioni di chilometri sono vicinanza nella prospettiva astronomica, ma nella prospettiva terrestre sono una distanza enorme.

Abbiamo così scoperto che al variare dell’ampiezza dei confini varia la notazione. Fuori dalla nostra atmosfera, entro la nostra galassia, la misura della distanza si rapporta alla velocità della luce per percorrerla (anno luce). D’altronde, per la percezione umana e più comprensibile immaginare la distanza percorsa alla “velocità della luce” piuttosto che spazi di miliardi di chilometri. E se andiamo oltre la nostra galassia, ai confini dell’universo, la distanza si misura in base alla velocità di fuga delle galassie.

Il nostro limite è che tendiamo a misurare le cose per come le conosciamo sulla Terra, nella ricerca di dare centralità all’essere umano senza considerare che molto probabilmente l’universo ha tanti e diversi “centri”.

Scopriamo di fatto che più ci allontaniamo da noi, più diventiamo piccoli. Ma come scriveva Arthur Schopenhauer: “La lontananza che rimpicciolisce gli oggetti per l’occhio, li ingrandisce per il pensiero”.

A cura di Claudia Bolaffi

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