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Gli spazi della cura in giro per la città

Per restituire dignità ai luoghi e valorizzare le cure primarie: la timeline di Forward

By Maggio 2020Luglio 24th, 2020No Comments

Dietro una libreria della Biblioteca lancisiana, nel complesso monumentale del Santo Spirito a Roma, una finestrella permetteva ai commendatori di guardare cosa accadeva nel grandissimo salone al piano terra, dov’erano allineati i malati accolti in uno dei più antichi ospedali della città. A poche centinaia di metri, il ponte Cestio collega il lungotevere e l’isola Tiberina con le due arcate laterali discendenti: qualcuno dice fossero state pensate per il trasporto dei malati verso l’ospedale. I carri erano portati fino alla sommità dell’arco centrale e poi lasciati andare verso la chiesa di San Bartolomeo per limitare il rischio di contagio. Ancora due passi lungo il fiume e si arriva al San Giacomo degli Incurabili, ospedale nel centro della città chiuso nel 2008 con una decisione che sollevò mille polemiche. Prosegui e prosegui lungo il fiume, ti lasci sulla riva opposta l’architettura fascista dell’Istituto di medicina dello sport fino a uscire dalla città, fin quando la Flaminia e poi una strada nel verde circondata da papaveri ti portano al Sant’Andrea che dal 2001 è il simbolo romano di ospedale universitario monoblocco. Si pensava fosse la soluzione, ma l’ultima emergenza ha creato difficoltà in molti contesti anche per la complessità di separare le zone “sporche” dalle pulite.

Andare in giro per la città traccia la timeline degli spazi della cura. Ma dietro ai nomi – van der Weiden, Luigi XIV, Leopoldo di Toscana, gli Hopkins o i Mayo – si nascondono precise visioni del mondo e della cura/malattia. Il ricovero nel basso medioevo era già un congedo dal mondo e le pale dei grandi fiamminghi, come gli affreschi di Santa Maria della Scala a Siena, accompagnavano le ultime ore dei moribondi. Gli esordi del metodo scientifico stimolavano a fine ottocento i lasciti dei primi grandi filantropi statunitensi.

Cosa ci dice, oggi, un attraversamento cittadino riguardo ai luoghi della cura? Alle cattedrali della terapia lungo il grande raccordo anulare corrisponde l’invisibilità dei consultori, la precarietà delle sale d’attesa dei centri vaccinali, la riconoscibilità dei servizi per le tossicodipendenze segnati dai writer, la distanza dei camper delle ong che assistono i senza dimora allontanati dalle zone di passaggio fino a nasconderli, la discrezione delle serrande socchiuse delle finestre degli hospice.
C’è una cura diffusa ma sotto traccia, nelle città, nel territorio, nelle dimenticate aree interne. Restituirle dignità e valorizzare le cure primarie può essere un modo giusto per ripartire.

 

 

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