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Integrità: tutto parte da qui per combattere il malaffare

Le reti civiche sono il miglior antidoto al network della corruzione.

Leonardo Ferrante

Referente nazionale Anticorruzione civica e cittadinanza monitorante, Libera e Gruppo Abele

i giovani della Scuola Common

By Ottobre 2019Ottobre 1st, 2020No Comments

Per comprendere che cosa siano le reti civiche per l’integrità occorre avere chiari i tre concetti, non così immediati, contenuti nella stessa espressione: la dimensione reticolare dell’azione anticorruttiva contrapposta a una natura altrettanto reticolare del malaffare; la natura civica della proposta, che intende mettere in luce ciò che compete alla società civile organizzata; l’obiettivo dell’integrità.

Vigilare significa porre l’attenzione sul bene collettivo.

Cominciamo quindi proprio dall’ultima parola: integrità. È l’espressione più corretta per riferirsi a tutto ciò che, come cittadini, possiamo fare per contrastare la corruzione. Considerando infatti che la maggior parte di noi non appartiene a un organo di contrasto, che siano le forze di polizia o la magistratura, ne viene che l’anticorruzione, intesa come repressione, non ci compete. Anzi, un cittadino che si improvvisa poliziotto, o si affretta a giudicare secondo diritto, non conoscendo la materia, rischia di andare incontro a errori banali e rischi di non poco conto.

The walls have the eyes. Una ragazza, assieme a un collettivo di altre donne, ha disegnato sui muri del palazzo presidenziale di Kabul un enorme sguardo accompagnato da una scritta in arabo che recita: “La corruzione non può essere nascosta né a Dio né agli uomini”. Un’immagine che racconta il significato del monitoraggio civico e delle reti per l’integrità: vi guardiamo.

Viceversa, l’azione per l’integrità si traduce in due strategie. La prima: mantenersi integri. Occorre cioè vigilare sul proprio comportamento, imparando a conoscere e riconoscere tutte quelle possibilità di abuso di potere per fini privati, di conflitto d’interessi, anteponendo i propri bisogni al bene collettivo, di opacità delle scelte e delle relazioni. Non ci sono (e meno male) abbastanza poliziotti in grado di vigilare continuamente la nostra azione, ragione per cui spetta a noi controllare ciò che facciamo. Seconda strategia per l’integrità: vigilare l’azione della Pubblica amministrazione, che per definizione ha in cura il bene collettivo, e quelle forme del privato che si pongono più o meno indirettamente il medesimo obiettivo dell’interesse diffuso, soprattutto (si pensi alle grandi compagnie di social media) se raccolgono dati sulla nostra persona.

In questo caso, vigilare significa porre l’attenzione sul bene collettivo, fare in modo che non si dissolva, viziato da interessi privati e a danno di tutti noi: questa è la logica della corruzione (e di riflesso dell’anticorruzione) anche quando il diritto non arriva a definirla come tale.

Occorre generare una rete in grado di aumentare il riconoscimento dell’azione che le singole comunità portano avanti.

Risulta quindi più semplice comprendere cosa si intende per “civico” nella formula delle reti civiche dell’integrità, ossia avere chiaro che a ciascuno di noi compete una gigantesca partita, individuale e collettiva, per arginare il diffondersi della corruzione e delle sue sfumature. Con molta difficoltà, però, in Italia riusciamo a parlare di “democrazia monitorante”: è un concetto che può riassumere chiaramente ciò di cui si è parlato finora, ma assai lontano dalla pratica comune e dalla ricerca in merito al tema trattato. Siamo, infatti, ancora molto poco consapevoli tanto del nostro ruolo quanto dei nostri diritti. Diritti che discendono da una normativa, quella sulla prevenzione della corruzione del 2012, che da un lato ancora stenta a superare la natura dell’adempimento burocratico, dall’altro non riesce a tradursi in pratica diffusa. Esiste, cioè, tuttora poca conoscenza degli strumenti per l’esercizio del “diritto di sapere”, quali l’accesso civico (semplice e generalizzato), l’utilizzo dei dati aperti messi a disposizione dagli enti pubblici, la capacità di fare le domande giuste ai delegati giusti proprio alla luce dell’utilizzo dei dati amministrativi e delle informazioni in essi contenute.

In questo scenario, stanno sorgendo e organizzandosi realtà che – lentamente – cominciano a riconoscersi sotto il nome di “comunità monitoranti”, indipendentemente dal fatto che appartengano ad associazioni riconosciute o iniziative più o meno centralizzate. Sono piccoli e medi gruppi di persone che iniziano a diffondere e utilizzare tutti quei diritti figli della legge 190 del 2012, la normativa sulla prevenzione della corruzione, raccolgono dati pubblici rendendoli disponibili online, li riorganizzano per trasformarli in campagne di attivismo, li presentano a un pubblico più ampio, interpellano i candidati elettorali su impegni concreti per l’integrità e infine difendono i loro diritti con forza in caso di violazione.

Il progetto Common prova a tradurre in modo concreto una rete per l’integrità.

Queste piccole comunità, se lasciate da sole, rischiano di venire facilmente strumentalizzate e schiacciate sotto il peso della dimensione locale da cui provengono. Ecco perché occorre generare una rete in grado di aumentare il riconoscimento dell’azione che queste singole comunità portano avanti, che possa sostenerle e difenderle, al fine di organizzare e incoraggiare un progetto comune generato dall’incontro delle stesse, dando loro una voce forte e coesa. Una rete civica per l’integrità si pone proprio questo obiettivo, consapevole che la corruzione abbia anch’essa una natura reticolare. Lo stesso sistema giudiziario è infatti sempre più incapace di risalire a tutta la filiera della corruzione. Le reti si contrastano formando altre reti, quelle civiche per l’integrità sono il miglior antidoto, per quanto ancora parzialmente inespresso, al network della corruzione.

Il progetto Common, curato dalle associazioni Gruppo Abele e Libera, è uno degli esempi che prova a tradurre in modo concreto una rete per l’integrità, forti della territorialità dell’associazione antimafia e della competenza sullo sviluppo di comunità storicamente in capo al Gruppo Abele. La strada è lunga e ci auguriamo che iniziative come questa crescano e vengano diffusamente replicate.

Le reti per l’integrità a livello internazionale

Elisa Orlando

Passando dalla dimensione locale, dove agiscono le comunità monitoranti, alla dimensione nazionale, dove queste si organizzano per costruire una rete per l’integrità, non possiamo dimenticarci di volgere lo sguardo a una prospettiva più ampia, che cerchi di contestualizzare questo impegno nello scenario internazionale. Il monitoraggio fondato sulle comunità, infatti, è solo una delle forme di azione civica per l’integrità, tipiche di quella che possiamo chiamare “democrazia monitorante” (monitory democracy). Questa forma contemporanea di democrazia si caratterizza per una rapida crescita di diversi meccanismi civici di controllo del potere, tutti accumunati dall’obiettivo di evitarne un uso irresponsabile e di definire norme e regole etiche di comportamento per coloro che sono chiamati a decidere per la cosa pubblica. Fra questi meccanismi, molti emergono e si diffondono dal Sud Globale, come il budget partecipativo in Brasile e il social audit in India. Secondo dove ci troviamo nel tempo e nello spazio, quindi, possiamo osservare le diverse forme che il monitoraggio civico può assumere, rispecchiando fortemente gli strumenti, le opportunità e i limiti di un’azione per l’integrità con cui si deve confrontare la società civile. È difficile stabilire in quale misura i cittadini e le cittadine monitoranti, che si attivano nei diversi luoghi del pianeta secondo la stessa logica, stiano già lavorando in rete o, al contrario, quanto queste esperienze rimangano esempi frammentati (e, a volte, destinati a esaurirsi) di lotta alla corruzione e al malaffare.
Una nuova sfida posta a livello globale per raccogliere queste energie è rappresentata dall’Agenda per lo sviluppo sostenibile adottata dalle Nazioni Unite nel 2015 (anche chiamata: Agenda 2030). Fra i diciassette obiettivi che individuano le principali sfide che l’umanità nel suo complesso deve affrontare, l’obiettivo 16 “Pace, giustizia e istituzioni solide” si concentra esplicitamente su tutti quegli “ingredienti” essenziali per le comunità monitoranti e per la loro azione in costruzione di un sistema solido di integrità: lotta alla corruzione, trasparenza, diritto di sapere, processi decisionali reattivi, inclusivi, e partecipativi. Chissà, quindi, che proprio in vista di un impegno condiviso per realizzare gli obiettivi posti dall’Agenda 2030 (soprattutto sulla parte relativa all’obiettivo 16), non si possano rafforzare o creare nuove reti tra comunità monitoranti su scala più ampia, per dare sostenibilità ed efficacia a questo impegno diffuso.

Beni confiscati

Riccardo Christian Falcone

Un obiettivo, un percorso e una serie di strumenti. Ruota attorno a questi tre elementi fondamentali l’impegno di Libera per costruire – ed ecco l’obiettivo – la prima rete civica per l’integrità e la trasparenza dei beni confiscati in Italia.
Una vera e propria community, che sia il risultato del lavoro – e questo è il percorso – per mettere in rete e agevolare il lavoro condiviso di tutti quei gruppi che, dentro e fuori Libera, hanno deciso di spendere una parte del proprio tempo per monitorare i beni confiscati alle mafie.
Per farlo, occorrono strumenti adeguati – il terzo elemento – di conoscenza, indagine e attivazione. Strumenti che, come Libera, in questi mesi abbiamo provato a mettere a disposizione dei territori e che hanno trovato espressione concreta sostanzialmente in due “contenitori”: le Scuole Common – quella nazionale di Torino e quelle regionali in giro per l’Italia – e nel portale confiscatibene.it.
Il primo di questi due contenitori ha consentito di consegnare a quelli che amiamo definire “cittadini monitoranti” una vera e propria cassetta degli attrezzi, una bussola in grado di orientarli nell’impegnativo lavoro di monitoraggio dei beni confiscati. Abbiamo costruito il lavoro di formazione intorno a due poli: approfondimento teorico e laboratori pratici.
Il secondo, confiscatibene.it, raccoglie e mette a disposizione della community strumenti molto concreti per passare alla fase dell’attivazione territoriale. Tra questi, il generatore automatico di domande di accesso civico, la funzione “fai un report” per monitorare le condizioni dei beni confiscati sparsi in tutta Italia, la piattaforma “partecipa” per socializzare i risultati del proprio lavoro di monitoraggio, un blog e un glossario.
Obiettivo, percorso, strumenti. Da qui passa l’impegno del monitoraggio civico dei beni confiscati.
Da qui nasce la rete civica per l’integrità e la trasparenza su questo tema.

A scuola di Opencoesione e Integrity pact a Sibari

Cristina Orefice

Nella rete per l’integrità che, con voci e strategie diverse, lavora in tutta Italia in forme plurali per promuovere il monitoraggio civico, A scuola di Opencoesione si colloca come quel percorso di didattica interdisciplinare, promosso dal Miur in collaborazione con il Dipartimento delle politiche di coesione della Presidenza del Consiglio dei ministri, che vuole raccogliere la sfida di portare questi temi nei luoghi educativi. Si tratta di un progetto volto a promuovere il concetto di cittadinanza attiva, partecipativa e consapevole, nonché a valorizzare il ruolo pubblico all’interno del territorio di appartenenza. Più di tutto, vede gli studenti delle scuole secondarie superiori di tutta Italia protagonisti dell’attività di monitoraggio, unendo competenze di educazione civica, storytelling nonché abilità trasversali quali sviluppo di senso critico, lavoro in team e analisi di dati. A rendere ancora più stimolante il tutto è il concorso di respiro nazionale in cui si inserisce l’iniziativa che premia (con un viaggio a Bruxelles) il team che si distingue per la capacità critica, di analisi e narrazione del progetto stesso. Il percorso si snoda in quattro lezioni frontali, con intense attività di laboratorio, in cui gli studenti sono guidati dai propri insegnanti e dalle organizzazioni e associazioni cosiddette “Amici di ASOC”, attive nella promozione e nel sostegno di tutto il progetto. Gli studenti si assegnano tra loro compiti e ruoli, misurandosi con specifiche attitudini e abilità per definire l’azione del gruppo stesso, che sceglie il progetto finalizzato a monitorare e raccontare il territorio di appartenenza. Hanno a disposizione strumenti digitali con cui ingegnarsi, affinando capacità creative e di analisi, accrescendo conoscenze e competenze.  Sul portale Opencoesione, infatti, sono a disposizione dati relativi a risorse di programmazione, spese, progetti attuati, soggetti beneficiari, stato di avanzamento dei lavori. Partendo da quei dati, usando solo quelli necessari e incrociandoli con altri, raccontano gli esiti della loro ricerca, sintetizzando poi i risultati in un report di monitoraggio pubblicato sul portale Monithon collegato a Opencoesione.
Nelle esperienze di sviluppo del monitoraggio civico c’è un progetto che nasce sulla scia di questa iniziativa: l’esperienza Integrity pact a Sibari, che coinvolge il Parco archeologico e il Museo nazionale della Sibaritide. A differenza di Asoc, il monitoraggio non riguarda un progetto in itinere o concluso o in attesa di compimento, ma l’appalto pubblico fin dal suo inizio. Finanziato dalla Commissione europea, si ispira ai Patti di integrità e, quindi, all’applicazione di quel modello, alla gestione dei fondi europei e realizzato di concerto con il Mibact e il Segretariato generale per la Calabria, responsabile degli interventi. Da tre anni a oggi, grazie ad ActionAid (la quale ha un ruolo cruciale in questa iniziativa, reso possibile attraverso la sinergia con le associazioni Gruppo Abele e Monithon) si sta portando avanti questa importante iniziativa, creando una comunità di cittadini monitoranti e costituendo una vera e propria rete civica, anche grazie all’organizzazione di scuole e laboratori di monitoraggio civico, tra cui vari sopralluoghi e incontri con gli attuatori e beneficiari del progetto stesso. Entrambi questi progetti, che si richiamano nella forma, dimostrano quella nuova fisionomia che sta assumendo la società sempre più attenta e consapevole che vogliamo far crescere grazie alle reti per l’integrità.

Scuola Common 2019: #nonperscontato

Nicola De Lorenzo Poz

Quest’anno la Scuola Common, giunta alla quarta edizione, si è tenuta presso l’oasi di Cavoretto, sulle colline torinesi, dal 18 al 21 settembre. La presente edizione è stata incentrata sul tema del “non per scontato”. Ma che cos’è Scuola Common? Se il progetto Common è quella rete dell’integrità che mette insieme esperienze e pratiche in tutte le parti d’Italia, durante i quattro giorni della scuola la stessa rete si fa comunità di pratiche, discussione, riflessione e formazione congiunta. A tre anni dalla nascita del metodo bussola Common e delle varie esperienze di comunità monitoranti a livello locale è nata l’esigenza di raccogliere coralmente le idee su ciò che troppo spesso diamo, appunto, per scontato. I punti attorno ai quali si è dipanata la riflessione sono non dare per scontato: che per vigilare occorre vigilarsi; il sostantivo di comunità; l’aggettivo monitoranti; l’idea di bene comune; la partecipazione, la prevenzione civica della corruzione e l’open government. Nello specifico, si è riflettuto sull’auto-vigilanza e sui concetti di potere e responsabilità, si è discusso sul concetto di comunità e su quello di “monitoranti”. Ma si è parlato anche di cosa possa essere un bene comune – da una prospettiva economica e giuridica – e dello scenario, nazionale e internazionale, in cui si collocano le comunità monitoranti. Questa edizione della Scuola Common ha saputo far nascere diversi filoni di riflessione che sicuramente verranno rielaborati dalle singole comunità e dalla stessa rete che le unisce. Io, come molti altri presenti, sono ripartito da Torino fortemente arricchito da questa esperienza, e motivato nel continuare il mio impegno nell’organizzare comunità monitoranti nel territorio di appartenenza.

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