Paura/Coraggio Timeline

Paura: un’emozione tra due secoli

Percezione, narrazione, media ed effetti sulla società.

Davide Bennato

Sociologo dei media digitali, Dipartimento di scienze umanistiche, Università di Catania

By Luglio 2019Luglio 24th, 2020No Comments

Quando pensiamo alle emozioni, siamo tentati a immaginarle come qualcosa che ci riguarda personalmente o comunque che ha a che fare con la nostra sfera personale e individuale. Amore, felicità, odio: sono tutti termini che sembrano rimandare alla nostra interiorità, a qualcosa che ci appartiene ed è solo nostro. In realtà le emozioni sono fenomeni sociali per due motivi. In primo luogo perché noi impariamo dai nostri rapporti sociali a dare un nome alle emozioni. Nell’educazione dei bambini, ad esempio, prima interagiamo con le emozioni attraverso il corpo, essenzialmente con le espressioni del viso. Solo successivamente – quando il bambino è in grado di parlare – gli insegniamo a dare un nome: tristezza, gioia, rabbia. La capacità di dare un nome alle nostre emozioni è una competenza sociale, sia perché è socialmente appresa sia perché è socialmente condivisa, ovvero la usiamo per interagire con i nostri simili. Volendo ricorrere a un’immagine cinematografica, potremmo ricordare i novelli sposi, Ivano e Jessica, del film di Carlo Verdone Viaggi di nozze, in cui Jessica conclude il periodo della luna di miele dicendo di sentirsi “apatica”, termine usato per la prima volta in una coppia in cui l’uso del vocabolario emozionale è assolutamente limitato (“Lo famo strano” è la battuta tormentone del film).

In secondo luogo le emozioni hanno delle conseguenze sociali, ovvero sono alla base di comportamenti collettivi che cambiano sia il nostro rapporto con gli altri sia la società in cui viviamo. Pensiamo agli effetti della gelosia, frutto di un particolare modo di intendere il rapporto di coppia che in alcuni ambienti sfocia in fenomeni violenti. O alla felicità, il cui spasmodico raggiungimento di questa emozione piuttosto sfuggente porta a comportamenti come la ricerca del benessere, anche attraverso l’aiuto farmacologico. Senza dimenticare poi la terminologia che è andata imponendosi negli ultimi anni per descrivere la situazione economica, legittimata dal successo scientifico e mediatico dell’economia comportamentale, in cui per descrivere la volatilità e l’instabilità dei mercati si ricorre a termini come “fiducia”, “attesa”, “paura”. E proprio la paura è una delle emozioni più caratteristiche di questo periodo, un lascito velenoso ma anche carico di responsabilità del XX secolo. C’è un motivo culturale per cui la paura è una delle emozioni che meglio si presta a descrivere la contemporaneità: viviamo in un mondo troppo grande, troppo complesso e troppo fuori dal nostro controllo, in totale assenza di guide (religiose, scientifiche) che ci aiutino a orientarci nel quotidiano. In pratica una variante ancora più complessa di quello che diceva Woody Allen: “Dio è morto, Marx è morto e anche io non mi sento troppo bene”. Ma procediamo con ordine.

La sociologia della paura
La psicologia ci aiuta a definire la paura come la sensazione di pericolo che abbiamo rispetto a una minaccia. Il termine che si usa per definire questa situazione sono le fobie: ovvero le paure per elementi o situazioni avvertiti come non controllabili. Pericolo e percezione sono anche alla base dell’analisi sociologica della paura, con un elemento aggiuntivo: il concetto di “agency”. Detto in maniera molto semplice, la paura è un’azione sociale che nasce come risposta a una condizione percepita come rischiosa o pericolosa. Descritta in questi termini, la paura è anche frutto della rappresentazione sociale, ovvero di come la società descrive una situazione come pericolosa e di come suggerisce di affrontarla. In pratica è la società che dice non solo di cosa avere paura ma anche come fronteggiarla.

Il coraggioso non è chi non ha paura del pericolo, ma chi conosce il pericolo.

Il linguaggio sociologico della paura ha diversi autori – Mary Douglas, Ulrich Beck, Anthony Giddens – ma è stato Niklas Luhmann a sviluppare un linguaggio analitico [1]. Luhmann distingue tra rischio, ovvero i danni che derivano da una specifica azione, e pericolo, ovvero i danni che dipendono da elementi esterni non controllabili. Consideriamo, ad esempio, la situazione in cui si trova una persona che si lancia da un aereo con un paracadute: se è preparata a quell’azione e la svolge consapevolmente, sta compiendo un’azione rischiosa; ma se non è preparata all’azione, e quindi non sa come comportarsi, l’azione è pericolosa perché i danni potrebbero essere colpa di un mancato controllo. Da qui emerge il fatto che il coraggioso non è chi non ha paura del pericolo, ma chi conosce il pericolo, si assume i rischi e sa quali sono gli elementi che gli permettono di controllare ciò che è controllabile. La differenza sostanziale, quindi, è la categoria di scelta: il rischio è un pericolo calcolato.

Questa conseguenza è molto importante perché porta al secondo elemento della sociologia della paura: le narrative del controllo. Se il pericolo, infatti, è frutto di qualcosa che non conosciamo, uno dei modi per ridurre la paura derivante da esso sono le cosiddette “narrative del controllo”. Queste non sono altro che discorsi – con diversi tassi di legittimazione – con cui cerchiamo di contenere la componente ignota del pericolo facendola diventare nota e dando indicazioni su come comportarsi. Ad esempio, uno dei rituali a cui ci sottoponiamo quando prendiamo un aereo è la spiegazione delle procedure di sicurezza: gli assistenti di volo ci danno indicazioni precise su come affrontare qualsiasi evento che potremmo percepire come pericoloso. Identificare le uscite di sicurezza, sapere come allacciare un giubbotto salvagente, saper usare una maschera di ossigeno sono le componenti della narrativa del controllo della paura di volare. Ma chiunque abbia paura di volare sa bene che nulla tranquillizza più di una preghiera fatta durante la fase di decollo, che si trasforma in un applauso catartico non appena il velivolo tocca la pista di atterraggio. Anche le preghiere possono essere considerate delle narrative del controllo: modi per affrontare l’ignoto del volo aereo. Le strutture di queste narrative possono essere formali – teorie della probabilità, procedure di emergenza, protocolli – oppure informali – stereotipi, preghiere, complotti – e, nonostante siano due cose molto diverse, sociologicamente svolgono lo stesso compito: ridurre il timore di ciò che non conosciamo.

Questo ragionamento porta al terzo elemento della sociologia della paura: il ruolo dei media. I media – non importa se mass media o social media – sono lo strumento attraverso il quale ci costruiamo una immagine del mondo. Noi non viviamo nel mondo reale, così come costruito dalla nostra esperienza, ma nel mondo rappresentato – cioè raccontato – dai media e dalla nostra esperienza. Anche qui è un problema di percezione: sono i media che ci aiutano a definire cos’è pericoloso (percezione) e ci danno una mano su come affrontare il pericolo (narrative del controllo). Esistono moltissimi casi storici in cui i media sono causa e soluzione delle paure collettive. Nel 1938, un racconto radiofonico eccessivamente realistico, messo in scena da un giovanissimo Orson Welles, fece credere a milioni di radioascoltatori che gli Stati Uniti fossero stati invasi dai marziani con relative scene di panico e disordine, ad eccezione di coloro che avevano capito che ciò che stavano ascoltando era una fiction e non la realtà [2]. Fake news diremmo oggi [3].

Gli effetti della paura
Nel 1972 il sociologo americano Stanley Cohen [4] usò il termine “panico morale” per descrivere la paura collettiva ingiustificata costruita dai media negli anni sessanta contro i gruppi giovanili dei mods e dei rockers, che li etichettò come soggetti pericolosi portatori di comportamenti antisociali (violenza, droghe, sesso). Nel 1980, lo studioso americano George Gerbner nel suo studio sulla rappresentazione della violenza nella fiction televisiva (soprattutto nei telefilm polizieschi) coniò il concetto di “sindrome del mondo cattivo”, ovvero la sensazione di essere vittime di violenza e la paura a camminare soli di notte, di cui soffrivano coloro che guardavano molte ore di televisione al giorno [5]. Negli anni novanta due studiosi – Frank Furedi [6] e Barry Glassner [7] – arrivano entrambi a definire la nozione di cultura della paura, una situazione costruita da un particolare contesto mediale e politico in cui emerge una forte ossessione per la sicurezza e in cui viene alimentata la paura verso una specifica categoria sociale per raggiungere obiettivi politici o economici attraverso pregiudizi emotivi.

Sono i media che ci aiutano a definire cos’è pericoloso e ci danno una mano su come affrontare il pericolo.

Il pericolo come frutto della percezione collettiva, uso di narrative del controllo, ruolo dei media: sono questi i tre elementi per una sociologia della paura che ci consentono di analizzare quelli che potremmo chiamare gli effetti sociologici della paura. Gli effetti politici della paura sono l’idea di essere una società sottoposta a una minaccia – un qualcosa percepito come pericolo – e la conseguente richiesta di una risposta forte rappresentata da leader e partiti politici percepiti rispettivamente come potenti e come decisionisti. Gli effetti economici sono quelli che prendono la forma della sfiducia nel futuro e nella propria condizione sociale, con conseguente riduzione dei consumi e crescita dell’acquisto di beni rifugio (metalli preziosi, pietre preziose, immobili). Gli effetti culturali si riconoscono nella diffusione di un costante senso di instabilità che spesso prende la forma del meccanismo di ricerca di colpevoli immaginari che abbiano la caratteristica di essere considerati estranei alla società (streghe, untori, minoranze politiche e religiose, migranti). In definitiva la principale conseguenza collettiva della paura è la sospensione dei valori sedimentati nei periodi di stabilità sociale: tolleranza, apertura, fiducia si trasformano in intransigenza, chiusura, diffidenza. Ma c’è una cosa che emerge con forza dall’analisi sociologica della paura: il vero problema non è avere paura di qualcosa, ma è la paura della paura. Su questo elemento, infatti, non è possibile intervenire e serve solo prendere atto che avere paura, così come non avere paura, è frutto della nostra percezione. Basterebbe cambiare la nostra percezione delle cose per cambiare la sensazione di paura, se non fossimo così impegnati ad averla.

Bibliografia

[1] Luhmann N. Sociologia del rischio. Milano: Mondadori, 1996.
[2] Cantril H. The invasion from Mars: a study in the psychology of panic. Princeton: Princeton University Press, 1940.
[3] Bennato D. L’emergere della disinformazione come processo sociocomputazionale. Il caso Blue Whale. Problemi dell’Informazione 2018;3:393-420.
[4] Cohen S. Folk devils and moral panics: the creation of the Mods and Rockers. Londra: Routledge, 2002.
[5] Gerbner G, Gross L, Morgan M, Signorielli N. The “mainstreaming” of America: violence profile no.11. Journal of Communication 1980;30:10-29.
[6] Furedi F. Culture of fear. Risk taking and the morality of low expectation. Londra: Continuum, 1997.
[7] Glassner B. The culture of fear: why Americans are afraid of the wrong things. New York: Basic Books, 1999.

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