Paura/Coraggio Interviste

Quando è il medico a chiedere aiuto

Minacce, aggressioni e violenze in ospedale e durante le guardie mediche: una roulette russa.

Intervista a Ombretta Silecchia

Medico di famiglia a Bari, medico di continuità assistenziale a Alberobello, Gruppo di lavoro sicurezza della Fnomceo

By Luglio 2019Ottobre 30th, 2020No Comments

La paura è un nemico per il professionista sanitario. Quali sono le principali paure dei medici?
La paura principale è proprio quella di avere paura. Il timore di perdere la serenità e la lucidità necessarie all’esercizio della nostra professione, a causa della consapevolezza di lavorare in condizioni che spesso non rispettano neppure i criteri minimi di sicurezza. Ma è una paura che allontaniamo nel momento stesso in cui indossiamo il camice per iniziare il nostro turno, perché sempre più forti di essa sono l’amore per la professione e la volontà di prestare le cure migliori a chi ne ha bisogno.

Lei è stata vittima di un’aggressione e minaccia… Cosa ha provato e come ha reagito?
Circa due anni e mezzo fa, durante un turno di lavoro nel servizio di continuità assistenziale, ho subito una minaccia a mano armata da parte di un pregiudicato, un utente abituale che richiedeva ormai quotidianamente la prescrizione e la somministrazione di analgesici da cui era dipendente. Quell’individuo aveva già aggredito verbalmente e minacciato più volte me e le mie colleghe ma, quella sera, dopo il mio rifiuto di un’ennesima prescrizione impropria, si presentò in ambulatorio mostrandomi il manico di una pistola che aveva nella cintura dei pantaloni, ricordandomi che “non aveva nulla da perdere”. In quella sede si lavorava da sole, dalle 20 di sera alle 8 del mattino; ogni notte con la paura di non riuscire a tornare a casa alla fine del turno. Dopo quell’episodio, ho trovato la forza di reagire nell’amore per la mia professione, nella solidarietà dei colleghi e nella rabbia nei confronti di un sistema aziendale che avrebbe dovuto tutelarmi e invece mi negava il trasferimento e, senza preavviso, sospendeva il servizio di vigilanza dopo poche settimane dalle minacce. Ho denunciato quell’uomo, che è stato poi tradotto in carcere, e dopo qualche giorno ho ripreso a lavorare. Non potevo permettere che la paura condizionasse la mia vita e che mi impedisse di svolgere la mia professione. Certo, per i miei familiari è stato più difficile accettare le mie scelte: ancora oggi hanno paura.

Non potevo permettere che la paura condizionasse la mia vita e che mi impedisse di svolgere la mia professione.

L’aggressione nel settore sanitario è un fenomeno arrivato alla cronaca. Quali le dimensioni?
L’escalation di violenza contro i medici e gli altri operatori sanitari deve essere considerata una vera e propria emergenza della sanità pubblica. Nel 2017 sono stati denunciati all’Inail più di 1200 casi (più di tre al giorno) su un totale di 4000 casi di violenza sul luogo di lavoro. Due vittime su tre sono donne. Tra le aree più a rischio sul territorio abbiamo la continuità assistenziale, il 118 e i servizi psichiatrici e, in ambito ospedaliero, il pronto soccorso. I motivi delle aggressioni possono essere diversi: una mancata priorità di accesso al servizio, il rifiuto di una prescrizione inappropriata, una diagnosi o un referto sgraditi spesso bastano a scatenare la violenza da parte dei pazienti stessi o dei parenti. Il pronto soccorso certamente subisce le conseguenze della mancanza di personale e del sovraffollamento. La continuità assistenziale spesso, invece, diventa il luogo della violenza premeditata contro medici, spesso donne, che lavorano in completa solitudine in ambulatori periferici o al domicilio di sedicenti pazienti.

Quali sono le aggressioni più comuni?
Nella maggior parte dei casi si tratta di aggressioni di natura verbale, ma vengono denunciate
anche molestie, aggressioni fisiche e rapine; che hanno come conseguenza depressione, ansia, disturbi del sonno e quindi assenza dal lavoro e necessità di cure e sostegno psicologico. Ricordo che nel settore dove tutt’oggi lavoro, la continuità assistenziale, ci sono stati tre casi di omicidio.
Secondo un questionario messo online lo scorso anno da Fnomceo e rivolto a tutti i medici e operatori sanitari italiani, il 50 per cento dei lavoratori ha subito aggressioni verbali, il 4 per cento violenza fisica. Circa la metà delle vittime ritiene che l’aggressione potesse essere prevista e la considera un evento “abituale”. Dalla survey emerge in maniera inequivocabile e allarmante il sentimento di rassegnazione che spesso è alla base di una mancata denuncia dell’aggressione. E purtroppo, anche quando la denuncia viene fatta, spesso resta inascoltata per poca sensibilità sul tema da parte delle autorità competenti, per inadeguatezze strutturali e organizzative o per carenza di fondi.

È un rischio connesso al mestiere che c’è sempre stato o che si è acuito negli ultimi anni?
Questa escalation di violenza, come ha più volte sottolineato il presidente della Fnomceo, Filippo Anelli, è anche frutto di un cambiamento culturale secondo cui la sanità è considerata alla stregua di un supermercato e la salute un bene di consumo. La “medicina delle cure”, che prevedeva una fiducia totale nei tempi e nelle capacità del medico, è stata soppiantata dalla “medicina dei desideri”, che deve essere in grado di curare tutto e subito, non prevedendo né l’attesa né la morte come evento inevitabile della vita.

Ogni notte si continua a rischiare la vita. E questo è inaccettabile.

Come si sta muovendo la Fnmoceo per contrastare il fenomeno della violenza contro gli operatori sanitari?
La Fnomceo si sta impegnando da tempo e su più fronti. Ha chiesto con forza e ottenuto nel marzo 2018 l’insediamento, presso il Ministero della salute, dell’Osservatorio permanente per la garanzia della sicurezza e per la prevenzione degli episodi di violenza ai danni di tutti gli operatori sanitari, con lo scopo di monitorare il fenomeno, raccogliere dati e analizzare i casi di aggressione per individuare i fattori di pericolosità e proporre soluzioni per la prevenzione, nuove norme di legge, misure organizzative e legislative. Inoltre, ha formato un gruppo di lavoro sicurezza che, unitamente al tavolo intersindacale permanente di consultazione, affronta il problema della violenza allo scopo di definire una strategia comune per la prevenzione delle aggressioni e il monitoraggio dei rischi e dei margini di intervento. Un’altra iniziativa è la giornata nazionale contro la violenza sugli operatori sanitari istituita col fine di sensibilizzare l’opinione pubblica e le istituzioni. La giornata è stata celebrata per la prima volta a Bari, lo scorso 13 settembre, ed è stata dedicata alla memoria della collega barese Paola Labriola, uccisa da un paziente mentre era in servizio. In quell’occasione è stata anche presentata la campagna “Prima di aggredire, Pensa”, promossa da Fnomceo e Omceo di Bari, con l’obiettivo di una riconciliazione tra medici e cittadini, entrambi vittime delle inefficienze del Servizio sanitario nazionale. Perché non basta rendere più sicuri i luoghi di lavoro ma è necessaria una rivoluzione culturale per recuperare il rapporto di fiducia con i pazienti, che si è incrinato negli anni.

Si stanno prendendo dei provvedimenti legislativi, e non solo, per la sicurezza nei posti di lavoro più esposti?
La Fnomceo ha chiesto da tempo che il reato di aggressione contro gli operatori sanitari fosse perseguibile d’ufficio perché, nella maggior parte dei casi, le vittime non denunciano per rassegnazione, vergogna o paura di ritorsioni da parte dell’aggressore. Per questo giudica positivamente la proposta di legge sulle misure di contrasto alle aggressioni del personale sanitario, che vede tra i firmatari i deputati Marco Lacarra, Paolo Siani, Vito De Filippo e Ubaldo Pagano. È un passo avanti dal punto di vista legislativo che deve però necessariamente essere accompagnato da un profondo cambiamento strutturale e organizzativo dei servizi, purtroppo ancora molto lontano. Nel servizio di continuità assistenziale, ad esempio, nulla è cambiato dallo stupro della collega e amica Serafina Strano, che per tutti noi avrebbe dovuto rappresentare il punto di non ritorno. Ogni notte si continua a rischiare la vita. E questo è inaccettabile.

Fonte: Dati preliminari della survey nazionale sulla violenza contro gli operatori della Fnomceo 2018.

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