Paura/Coraggio Articoli

Anche gli animali hanno paura?

Studiare la personalità delle specie animali per migliorarne il benessere e conservarle in natura.

Eleonora Degano
By Luglio 2019Luglio 24th, 2020No Comments

Fino a pochi decenni fa, alcuni filoni di studio che oggi indagano la mente animale sarebbero stati impensabili. Non avremmo potuto parlare di cultura animale senza ottenere scetticismo e magari l’accusa di voler umanizzare le altre specie, né sarebbe stato semplice studiare come tra due esemplari di una stessa specie ci siano differenze anche dal punto di vista della personalità. Ovvero, quando l’individualità di un singolo si manifesta in modo consistente in diversi contesti attraverso il tempo. Chi vive insieme a un animale difficilmente ha dubbi sul fatto che abbia una personalità: fifone, coraggioso, curioso, pigro. Ma possiamo studiarlo in modo sistematico? E cosa fare dei risultati ottenuti? Oggi sappiamo che la personalità ha una componente ereditaria, che studiarla nelle varie specie ci aiuta a migliorarne il benessere e potenzialmente a conservarle in natura. Due degli “estremi” più studiati sono il tratto fearful/shy (pauroso/timido) e fearless/bold (coraggioso/audace) in quello che nel linguaggio tecnico prende il nome di boldness/shyness axes.

“Se le differenze nella personalità si evolvono insieme ad altri tratti, come quelli morfologici, possono facilitare la speciazione e la conservazione degli adattamenti. La presenza di diversi tipi di personalità in una popolazione ne determinerà l’abilità di perdurare”, spiega a Forward Marie-Antonine Finkemeier, che al Leibniz institute for farm animal biology (Fbn) di Dummerstorf, in Germania, studia la personalità negli animali [1]. Dal punto di vista della paura, per esempio, “questo significa che una popolazione in natura può persistere solo quando ci sono stabili proporzioni di individui che mostrano in modo consistente comportamenti paurosi, coraggiosi e intermedi tra i due”. Da un punto di vista evolutivo, dice Finkemeier, la paura è fondamentale per la sopravvivenza di un individuo ed è influenzata da molti fattori ambientali. Che si tratti di fuggire o nascondersi da un predatore, non essere audaci è spesso la scelta migliore per salvarsi la vita. Al contempo, esserlo può permettere di scoprire nuove fonti di cibo o di trovare un partner più rapidamente. “Gli studi su cinciallegre, spinarelli e guppy hanno mostrato che i singoli si adattano a queste situazioni e che una certa capacità di adattarsi è fondamentale per la sopravvivenza. Anche i conspecifici possono influenzare il coraggio, la timidezza e l’esplorazione”. Nel caso degli spinarelli in cattività, per esempio, quelli che vivono da soli sono più audaci di quelli che condividono la vasca con altri.

La presenza di diversi tipi di personalità in una popolazione ne determinerà l’abilità di perdurare. – Marie-Antonine-Finkemeier

“Misurare e definire i comportamenti legati alla paura è sempre strettamente legato alla specie che si sta studiando e alla nicchia ecologica che occupa. Questi comportamenti quindi possono essere simili tra specie, ma non vengono manifestati allo stesso modo. Al momento sto lavorando con le capre nane nigeriane per trovare i tratti di personalità della specie e scoprire se sono legati alle performance cognitive”. Per capirlo, insieme ai colleghi, Finkemeier ha osservato il comportamento delle capre in un ambiente aperto in presenza di un oggetto nuovo ed “esplorabile”; la misura della boldness era legata ai comportamenti indirizzati all’oggetto nuovo, potenzialmente rischiosi proprio perché le capre non l’avevano mai incontrato prima. Misurare le differenze individuali nei comportamenti legati alla paura, in situazioni diverse, “è, in un certo senso, il punto di partenza per accettare che gli animali abbiano personalità differenti”.

Per esempio, studiando i porcellini d’India selvatici, Finkemeier e colleghi hanno visto che normalmente i maschi sono più temerari delle femmine. Altresì nelle iene i maschi sono più timorosi e nervosi delle femmine, perché il rango di dominanza è trasmesso con un sistema matrilineare e le femmine sono più grosse.

“Spesso queste differenze – spiega la ricercatrice – si trovano in specie che durante la vita adottato strategie diverse: nelle cavie, dopo la maturazione sessuale i maschi devono disperdersi per cercare nuove femmine e formare il proprio harem”. Essere audaci, dunque, torna loro molto utile. Finkemeier racconta che una cavia in particolare, incontrata anni fa mentre lavorava alla tesi, le è rimasta impressa. Un maschio, “completamente diverso dalle altre cavie, era curioso e voleva esplorare. Non mostrava alcuna paura nei miei confronti, il che è atipico per questi animali selvatici, e io avevo bisogno di qualche foto da portare a una conferenza: l’ho potuto prendere dalla gabbia senza stress, è venuto lui da me. L’ho messo a terra e lasciato esplorare per scattare le foto. Guardava sempre nella mia direzione, poi mi è saltato sulle ginocchia per annusare la fotocamera e l’ho potuto accarezzare. Le cavie in genere odiano essere toccate e non ritornano da un umano”.

Personalità animali
Ci è voluto molto tempo per arrivare a parlare di personalità animale e, in alcuni casi, i ricercatori preferiscono ancora usare il termine temperamento o coping, ovvero le strategie messe in atto per risolvere un problema. Ma il temperamento non è la stessa cosa, avverte Finkemeier: sono tendenze ereditarie che si manifestano molto presto, per continuare durante tutta la vita e fare da fondamenta per la personalità. Quest’ultima, invece, è un set di tratti fisiologici e comportamentali del singolo individuo, coerenti nel tempo e in diversi contesti. Se è ormai normale parlare di personalità per un pet o un animale incontrato allo zoo, l’uso del termine per quelli “da fattoria” come bovini, ovini e suini inizia a crescere solo ora. Le informazioni sulla personalità per migliorare il benessere negli allevamenti “sono considerate sempre di più”, rassicura Finkemeier, “per via degli interessi pratici ed economici. La percezione della situazione può rilasciare un’intera cascata di meccanismi fisiologici e ormoni dello stress, come il cortisolo, che influenza negativamente la qualità della carne”. La personalità, dunque, ha un impatto verificabile. Un possibile approccio per usarla in allevamento – migliorando i risultati e al contempo il benessere animale – è considerarla nella riproduzione. Alcuni tratti sono altamente ereditabili, come per esempio l’aggressività nei maiali. “In Francia il docility test [test della docilità] viene usato ormai dal 1992 per selezionare gli animali della razza bovina Limousin. Il temperamento, definito come la disponibilità alla mungitura e la velocità di mungitura, è stato incluso negli obiettivi d’allevamento di alcuni paesi come Norvegia e Regno Unito. Anche i cavalli, soprattutto gli stalloni da riproduzione, vengono valutati in base alla performance – salto, salute, resistenza – e alla personalità – attenzione e reattività, comportamento durante le attività di gestione, interesse e capacità di apprendimento”.

Gli equini sono un ottimo esempio se parliamo di paura, coraggio e personalità in generale: nell’ambiente equestre permangono convinzioni più legate a vecchie tradizioni che alla scienza, come l’idea che i cavalli –in quanto prede – ci vedano come predatori e che su questo si possa far leva nell’addestramento. È sensato? “Trovo che sia un’offesa per i cavalli pensare che non siano in grado di distinguere una persona da un lupo o da un leone; certo se poi la persona prende il manico della scopa, non è un predatore ma semplicemente un essere vivente che provoca del dolore e dal quale è meglio stare lontani. I cavalli sono perfettamente in grado di riconoscere una persona da un gatto, da un cane o da un gabbiano e di capire se ci si può stare accanto perché questa porta benefici, come di comprendere che è meglio tenersi alla larga da un cane mordace”, spiega Paolo Baragli, che si occupa di etologia e fisiologia del cavallo presso il Dipartimento di scienze fisiologiche dell’Università di Pisa [2]. “Non credo che il cavallo abbia paura nell’accezione che intendiamo noi, è più corretto parlare di comportamenti volti a tutelare la propria incolumità e perciò finalizzati alla salvaguardia della specie. Essendo una preda, per il cavallo è normale usare cautela nell’affrontare una situazione nuova o approcciare un oggetto nuovo. Tutto ciò che non conosce potrebbe essere una minaccia e, in molti casi, potrebbe essere utile prima fuggire (allontanarsi) e poi cercare di capire la situazione. In natura aspettare può essere estremamente pericoloso”. Tutto questo va considerato anche nella gestione quotidiana del cavallo e nella sua relazione con noi. “L’obiettivo dovrebbe essere far capire al cavallo che nelle nostre azioni non troverà una minaccia. Non antropomorfizzando il suo comportamento, ma con la corretta applicazione delle regole psicologiche dell’apprendimento animale. Cosa che praticamente nessuno fa, ad oggi”, spiega Baragli. “Ogni volta che il cavallo si sente minacciato e cerca la fuga o la difesa, è bene sapere che in quel momento l’unica cosa che apprende è come uscire da una situazione che ritiene dannosa per la sua incolumità. Non imparerà nient’altro. Per questo qualsiasi ricorso alla forza e alla costrizione – non solo fisica – da parte umana è assolutamente controproducente”. Se siamo nervosi o preoccupati, poi, capita di sentirsi dire che è bene tranquillizzarsi perché il cavallo la nostra paura la sente.

È più corretto parlare di comportamenti volti a tutelare la propria incolumità. – Paolo Baragli

“Tornando agli aspetti evolutivi della paura – continua Baragli – ci verrebbe da ipotizzare che saper leggere il comportamento di altri animali potrebbe essere vantaggioso. Le informazioni che abbiamo lasciano supporre che ci siano meccanismi simili e che ne esista uno di comunicazione fra specie diverse più profondo del semplice comportamento esteriore macroscopico. È molto probabile che le persone che hanno paura si comportino in maniera diversa da chi non ce l’ha, dall’espressione del volto fino alla dinamica corporea”.

Habitat contaminati
La presenza umana influenza il comportamento animale, persino quando non vorremmo fosse così. È il caso dei ricercatori che studiano fauna selvatica sul campo: quanto sono affidabili i dati raccolti, se gli animali si comportano in modo meno naturale in nostra presenza? Quali conseguenze per la loro tutela, se dovessero abituarsi troppo a noi? Raccogliere i dati con fototrappole, magari mimetizzate nell’ambiente, può essere una soluzione. “Sempre più studi usano le fototrappole, perché permettono di ottenere informazioni per un gran numero di specie con un costo limitato”, conferma Mattia Bessone, biologo, che ha studiato le grandi scimmie nell’ambito di un imponente progetto, The Pan African programme – The cultured chimpanzee, coordinato dal Max Planck institute for evolutionary anthropology. “La ricerca in questo senso è frenetica, soprattutto nello sviluppo di metodi per monitorare le popolazioni animali e stimarne le densità/abbondanze a partire dai video registrati. La reazione che la specie ha verso la macchina è di grande importanza, perché generalmente si assume che la videocamera non alteri il comportamento degli animali”.

Una comunità abituata alla presenza dei ricercatori potrebbe diventare un facile bersaglio. – Mattia Bessone

Si è osservato per esempio che questi primati, oltre a essere perfettamente consapevoli della presenza delle fototrappole, reagiscono in modi diversi: se gli scimpanzé sono quasi indifferenti, bonobo e gorilla sembrano più preoccupati e si tengono a distanza [3]. In generale, commenta Bessone, i primati che vivono a stretto contatto con i ricercatori “mostrano una ridotta diffidenza verso oggetti estranei al loro ambiente. Il fatto che siano meno paurosi non dovrebbe avere una grande influenza nel breve termine, perché in genere la presenza di ricercatori porta a minor pressione antropica, bracconaggio in particolare”. E se i ricercatori dovessero lasciare l’area di studio? “In questo caso, un inasprirsi del bracconaggio esporrebbe le comunità con una ridotta percezione del pericolo a un maggior rischio. Una comunità abituata alla presenza dei ricercatori potrebbe diventare un facile bersaglio. Questo, verosimilmente, è già accaduto in molte realtà africane a seguito del deteriorarsi della stabilità politica e securitaria di un’area. La prolungata presenza di gruppi armati nella parte orientale della Repubblica democratica del Congo sta avendo un impatto catastrofico sui primati e non solo. Se una comunità abituata agli umani dovesse far fronte a una situazione simile, le possibilità che venga annientata sono più alte”.

Studiare le grandi scimmie in natura è fondamentale anche per questo. “Gli oranghi in cattività mostrano una forte attrazione verso oggetti nuovi, tuttavia questo non accade in natura. Allo stesso modo, molti studi in cattività si basano su singoli individui ma il comportamento di un individuo può cambiare radicalmente quando è in gruppo – maggiore coraggio, minore interesse – e le grandi scimmie sono animali molto sociali”. Sapere che una specie è diffidente aiuta a fare stime più attendibili dei loro numeri in natura. Per esempio, sapere che i bonobo osservano le fototrappole da una distanza di alcuni metri “permetterà di sviluppare tecniche che considerino il loro comportamento quando si stimano le popolazioni a scopi di conservazione”, conclude Bessone.

[1] Finkemeier MA, Langbein J, Birger P. Personality research in mammalian farm animals: concepts, measures, and relationship to welfare. Frontiers in Veterinary Science 2018; 5. 10.3389/fvets.2018.00131.
[2] Baragli P, Vitale V, Sighieri C, et al. Consistency and flexibility in solving spatial tasks: different horses show different cognitive styles. Scientific Reports 2017;7:16557.
[3] Kalan AK, Hohmann G, Arandjelovic M, et al. 2019. Novelty response of wild African apes to camera traps. Curr Biol 2019;2:1211-7.

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