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La salute: non costo ma investimento

Contrastare il mercato del benessere e rafforzare il settore pubblico per il nostro futuro.

Nerina Dirindin

Dipartimento di Scienze economico-sociali e matematico-statistiche, Università di Torino

By Maggio 2019Luglio 29th, 2020No Comments

L’immagine che abbiamo della sanità italiana è peggiore di quella reale: la narrazione prevalente parla di un eccesso di spesa, di sprechi diffusi e ingenti, di corruzione sempre più estesa, di inappropriatezza presente a ogni livello, tanto che si ha l’impressione che se sommassimo tutti i risparmi possibili derivanti da un intervento su questi fattori, che potremmo definire “determinanti di insostenibilità”, si arriverebbe a scoprire che il servizio sanitario potrebbe funzionare con un ammontare di denaro molto inferiore a quello attuale. Ma è difficile crederlo.

Se confrontiamo il nostro Servizio sanitario nazionale (Ssn) con quello di altri paesi simili all’Italia, scopriamo che le risorse da noi destinate alla salute sono molto inferiori a quelle di cui godono i cittadini tedeschi e francesi, nonostante gli esiti dell’assistenza nel nostro paese non siano inferiori a quelli delle altre nazioni. Ugualmente, contando i professionisti impegnati nel Ssn italiano vediamo che sono assai meno numerosi di quelli che sostengono il sistema in altri paesi, come anche che il numero di posti letto a disposizione degli italiani è circa la metà di quelli a disposizione degli abitanti della Germania (vedi “Meno ospedali, sempre più piccoli e sempre più privati”): di nuovo, senza alcun rilevante contraccolpo in termini di qualità delle cure. La nostra sanità pubblica è il solo settore della pubblica amministrazione che negli ultimi anni è stato capace di darsi un sistema di governance, e l’impegno per un complessivo governo della sanità è almeno, in certa misura, condiviso da diverse realtà regionali che cercano – in molti casi riuscendoci – a mantenere il migliore equilibrio possibile tra una domanda di assistenza e prestazioni sanitarie troppe volte artificialmente sostenuta dal marketing industriale ed esiti delle cure che rendono comunque affidabile il sistema sanitario.

Meno ospedali, sempre più piccoli e sempre più privati

Dal 1980 l’offerta ospedaliera in Italia si è notevolmente ridotta, ma parallelamente non è aumentata l’offerta di servizi sul territorio (extra-ospedalieri). La contrazione dell’offerta di posti letto pubblici si è realizzata attraverso una drastica riduzione del numero degli ospedali e un contenimento della loro dimensione media. Nel 2012, per la prima volta il numero degli ospedali pubblici era uguale a quello delle strutture private. Le aspettative dei cittadini non sono invece cambiate: si continua a pensare all’ospedale come la principale struttura sanitaria di riferimento, anche se le condizioni in cui sono erogate le prestazioni tendono progressivamente a scoraggiarne il ricorso. Allo stesso modo, i professionisti sanitari continuano a privilegiare il lavoro in ospedale – e dunque la medicina specialistica – rispetto al territorio.


Il primo importante punto da sottolineare è dunque che il nostro Ssn non ha un costo eccessivo e, pertanto, il contenimento della spesa o l’introduzione di diverse forme di finanziamento integrative o, addirittura, sostitutive, non è assolutamente un imperativo. La spesa sanitaria pubblica dell’Italia non è eccessiva neanche rispetto al finanziamento annuale dello stato e da tempo gli studi sulla performance complessiva dei sistemi sanitari confermano un giudizio positivo sul nostro paese, soprattutto se consideriamo le risorse impiegate. Eppure, negli ultimi anni la sanità pubblica è stata maggiormente sacrificata rispetto ad altri settori pubblici. Dal 2010 al 2016 la spesa sanitaria è rimasta immutata, mentre la spesa pubblica primaria (al netto degli interessi sul debito pubblico) è cresciuta al tasso medio annuo dello 0,5 per cento. Inoltre, gli ultimi governi hanno regolarmente adottato l’espediente di tagliare la spesa nell’anno in corso facendo sperare però aumenti per gli anni a venire, senza ovviamente che tali promesse fossero successivamente mantenute. La pesante dimensione dei tagli al sistema sanitario si è tradotta in una maggiore spesa per le famiglie, che sono state spesso costrette – o indotte – a sostituire la minore offerta pubblica di servizi e interventi sanitari con un più frequente ricorso a prestazioni private.

Il secondo aspetto da non trascurare è che facendo leva sulla salute sono incoraggiati, in modo colpevolmente ingannevole, consumi e prestazioni che in realtà non migliorano il benessere delle persone ma, molto spesso, lo peggiorano. I decisori politici e sanitari assistono senza prendere parte a un’intensa campagna di promozione degli interessi di potenti operatori economici la cui attività è una minaccia diretta per la salute della popolazione: pensiamo all’industria alimentare che produce e promuove alimenti o bevande ipercaloriche o all’industria del tabacco, senza contare le attività tanto remunerative quanto dannose come il gioco d’azzardo.

“Sviluppo non è uno strumento per aiutare poche persone ad arricchirsi (…) Significa trasformare le società, migliorare la vita dei poveri, dare a tutti una possibilità di successo e garantire a chiunque l’accesso ai servizi sanitari e all’istruzione.
– Joseph Stiglitz[1]

Guardando al settore della diagnostica e della cosiddetta diagnosi precoce, quella che viene definita la “medicina industriale”[2] sollecita il ricorso a prestazioni sempre più frequenti e sofisticate, spesso non giustificate. Il più delle volte il risultato è il ricorso a prestazioni private e questo può essere motivo di preoccupazione. In primo luogo perché è evidente che la sanità pubblica non riesce a garantire su tutto il territorio nazionale adeguati livelli di assistenza, in particolare in settori – come l’odontoiatria, la specialistica ambulatoriale o la long term care – che sono notoriamente trascurati. In secondo luogo, per ragioni di equità: la spesa privata grava anche sulle famiglie a basso reddito. La conseguenza naturale dovrebbe essere il rafforzamento del settore pubblico con un progressivo aumento del finanziamento del Ssn, ma al contrario l’attenzione si concentra sulle modalità di intervento sulla spesa privata per incanalarla nel settore assicurativo. Nel 2016 erano circa 18 milioni i contribuenti che beneficiavano per sé e per i propri familiari di agevolazioni fiscali riconosciute alle spese sanitarie private: un impatto sul bilancio dello stato – in termine di minor gettito – stimato in 3,4 miliari di euro.

Tutto questo ci invita a guardare con favore al progetto Benessere equo e sostenibile avviato dall’Istat nel 2010 allo scopo di valutare il progresso di una società non soltanto guardandone gli aspetti inerenti lo sviluppo economico, ma anche sociale e ambientale, attraverso l’individuazione e la misurazione di 130 indicatori appartenenti a 12 ambiti, tra cui la salute, che tengono conto di aspetti che hanno un diretto impatto sul benessere della popolazione. Così come sembra promettente l’impegno del nostro paese nel progetto Sustainable development goals delle Nazioni Unite, che prevede l’individuazione di obiettivi di sviluppo sostenibile e il monitoraggio dei progressi compiuti dalle singole nazioni entro il 2030.

I 17 obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030

L’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile è un programma d’azione sottoscritto il 25 settembre 2015 dai governi dei 193 paesi membri dell’Onu: 17 obiettivi, per un totale di 169 traguardi, che vogliono rappresentare un quadro di riferimento condiviso per contribuire allo sforzo globale necessario per assicurare un futuro al nostro mondo.

Ogni paese deve impegnarsi a definire una propria “strategia di sviluppo sostenibile” che gli consenta di raggiungere i 17 obiettivi entro 2030. Tra le grandi sfide del secolo: il cambiamento climatico, le crisi sanitarie, la migrazione e la povertà.


Bibliografia

[1] Stiglitz J. La globalizzazione e i suoi oppositori. Torino: Einaudi, 2002.
[2] Montori V. Perché ci ribelliamo. Roma: Il Pensiero Scientifico Editore, 2018.

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