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Alimentazione sostenibile: di che cosa parliamo?

Un’intuizione di ieri, un’evidenza di oggi e un’azione per il futuro.

Enrica Lapucci

Dipartimento di epidemiologia, Servizio sanitario regionale del Lazio, Asl Roma 1

By Maggio 2019Luglio 29th, 2020No Comments

Il concetto di dieta sostenibile risale alla fine degli anni ottanta con riferimento a una alimentazione aderente alle raccomandazioni nutrizionali e, allo stesso tempo, a basso deterioramento e consumo delle risorse naturali [1]. Da allora il concetto si è ampliato e nel 2010, al simposio internazionale della Fao, vengono esplicitate tutte le dimensioni coinvolte nel concetto di dieta sostenibile: “diete a basso impatto ambientale che contribuiscono alla sicurezza alimentare e nutrizionale, nonché a una vita sana per le generazioni presenti e future. Le diete sostenibili concorrono alla protezione e al rispetto della biodiversità e degli ecosistemi, sono culturalmente accettabili, economicamente eque e accessibili, adeguate, sicure e sane sotto il profilo nutrizionale e, contemporaneamente, ottimizzano le risorse naturali e umane” [2]. In altri termini si sposta la visione da un approccio unidimensionale, ovvero quello dell’adeguatezza nutrizionale, a un approccio multidimensionale, che mette in connessione le tre dimensioni della dieta – disponibilità, accessibilità e scelta degli alimenti – con il mantenimento della salute nel lungo periodo e la sostenibilità ambientale. Nell’era del contrasto ai cambiamenti climatici il concetto di alimentazione sostenibile soddisfa, dalla sua stessa formulazione, i requisiti per possibili interventi che mirano ai cosiddetti cobenefici di salute, che consentano cioè di mitigare il cambiamento climatico e contemporaneamente di prevenire molte malattie croniche. D’altra parte, l’importanza di un approccio che promuova la qualità della vita umana e l’integrità dei sistemi naturali rappresenta oggi, una tra le sfide più importanti del ventunesimo secolo [3].

Alimentazione, salute e ambiente
Sotto il profilo della salute, il recente Global burden of disease study ha stimato che diete più sane potrebbero salvare una vita su cinque ogni anno, con il beneficio maggiore in termini di riduzione dei decessi e anni persona vissuti in disabilità (daly) in particolare per malattie cardiovascolari, tumori e diabete [4]. A livello globale, i principali fattori di rischio legati alla dieta sono un’assunzione giornaliera di sodio eccessiva e un inadeguato consumo di frutta, verdura e cereali. Se dal livello globale si passa a un’osservazione regionale, nei paesi industrializzati emergono peculiari fattori di rischio legati alla dieta, tra cui un eccessivo consumo di bevande zuccherate, alimenti industriali ad alto contenuto i acidi grassi trans e, in particolare, carne processata e carne rossa [4]. Quest’ultime riconosciute rispettivamente come cancerogeno certo e cancerogeno probabile, soprattutto in relazione ad alcune forme di tumori quale il colon-retto [5].

Anche in Italia, l’ultima indagine sui consumi alimentari ha messo in evidenza un progressivo allontanamento dalla dieta di tipo mediterranea facendo registrare un attuale consumo settimanale medio di carne rossa quasi doppio rispetto al raccomandato (700 grammi alla settimana rispetto ai 400-450 grammi raccomandati), mentre il consumo medio giornaliero di frutta è ancora in linea con le raccomandazioni (418 grammi al giorno rispetto ai 400 grammi raccomandati) [6].

L’impatto delle nostre diete si riversa anche nei sistemi naturali rappresentando un fattore rilevante per l’aggravamento del cambiamento climatico, la perdita di biodiversità, il degrado del suolo e la scarsità di acqua. I sistemi di produzione e la lavorazione agricola, da cui le nostre diete derivano, fanno sì che, a livello globale, l’agricoltura sia responsabile fino al 30 per cento delle emissioni di gas a effetto serra, di origine antropogenica, di circa il 70 per cento dell’uso di acqua destinata al consumo umano, e occupa più di un terzo di tutti i terreni potenzialmente coltivabili [7]. Gli alimenti di origine animale, contribuiscono in modo particolare con circa l’80 per cento delle emissioni del settore agricolo attribuibili proprio agli allevamenti intensivi [8,9].

L’impatto delle nostre diete si riversa anche nei sistemi naturali.

Azioni a basso impatto
La sovrarappresentazione degli alimenti di origine animale, tanto nelle abitudini alimentari quanto nell’impronta ambientale, sembra tracciare una naturale linea di intervento per minimizzare l’impatto ambientale e di salute attraverso modificazioni del consumo di alimenti che rappresentano importanti fattori di rischio. Uno studio del Dipartimento di epidemiologia del Lazio [10] ha stimato che un ritorno in Italia a un consumo settimanale di carne tipico della dieta mediterranea (150 gr di carne rossa e non più di 50 gr di carne processata) ridurrebbe i decessi per tumore del colon-retto di un valore compreso tra l’1 e il 7 per cento e i decessi per malattie cardiovascolari tra l’1 e il 9 per cento, inoltre potrebbe tradursi in un guadagno di salute a lungo termine (al 2030) per le nuove generazioni di nati, con un aumento della speranza di vita compreso tra i 4 e i 9 mesi. Dal lato ambientale, invece, la sostituzione della parte eccedente del consumo di carne con cibi a minore impronta ambientale (carne bianca, legumi e cereali) permetterebbe di ridurre le emissioni di gas serra attribuibili alla dieta del 30 per cento.

Seppure in linea con quanto osservato in altre ricerche condotte a livello nazionale [7], questo studio è uno dei pochi a evidenziare importanti eterogeneità subnazionali negli impatti sanitari e ambientali derivanti dalle modifiche della dieta. Affinché gli obiettivi di un cambiamento nei consumi alimentari siano raggiungibili vanno quindi definite priorità di intervento diverse, da un paese a un altro, ma anche al loro interno vista l’eterogenea composizione per età, sesso, stili di vita e contesto sociale e culturale della popolazione di riferimento. L’eterogeneità nelle abitudini alimentari, e di conseguenza negli impatti che ne derivano, sintetizza quella che è la sfida principale per elaborare una concreta strategia sanitaria e ambientale: saper guardare all’c in un’ottica “glocale”, ovvero pensare azioni locali per la condivisione di obiettivi a livello globale. 

Serve guardare all’alimentazione sostenibile in un’ottica “glocale”, ovvero pensare azioni locali per la condivisione di obiettivi a livello globale.

Bibliografia

[1] Gussow JD, Clancy KL. Dietary guidelines for sustainability. J Nutrit Education 1986;1:1-5.
[2] Burlingame B, Dernini S. Sustainable diets and biodiversity: directions and solutions for policy, research and action. Roma: Fao, 2012.
[3] Costello A, Abbas M, Allen A, et al. Managing the health effects of climate change: Lancet and University college London institute for Global health commission. Lancet 2009;373:1693-733.
[4] GBD 2017 Diet Collaborators. Health effects of dietary risks in 195 countries, 1990–2017: a systematic analysis for the global burden of disease study 2017. Lancet, published online April 3, 2019.
[5] Bouvard V, Loomis D, Guyton KZ, et al. International agency for research on cancer monograph Working group. Carcinogenicity of consumption of red and processed meat. Lancet Oncol 2015;16:1599-600.
[6] Leclercq C, Arcella D, Piccinelli R, et al; INRAN-SCAI 2005–06 Study group. The Italian national food consumption survey INRAN-SCAI 2005–06: main results in terms of food consumption. Public Health Nutr 2009;12:2504-32.
[7] Aleksandrowicz L, Green R, Joy EJ, et al. The impacts of dietary change on greenhouse gas emissions, land use, water use, and health: a systematic review. PloS One 2016;11:e0165797.
[8] Pachauri RK, Allen MR, Barros VR, et al. Climate change 2014: synthesis Report. Contribution of Working groups I, II and III to the Fifth assessment report of the Intergovernmental panel on climate change. Geneva, 2014.
[9] Clune S, Crossin E, Verghese K . Systematic review of greenhouse gas emissions for different fresh food categories. J Clean Prod 2017; 140:766-83.
[10] Farchi S, De Sario M, Lapucci E, et al. Meat consumption reduction in Italian regions: health co-benefi ts and decreases in GHG emissions. PloS One 2017;12:e0182960.

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