Fake e postverità Interviste

La sfera emozionale della disinformazione

Dal pregiudizio di conferma all’eco chamber, dalla polarizzazione delle narrazioni alla loro strumentalizzazione.

Intervista a Walter Quattrociocchi

Responsabile Laboratory of data science and complexity Università Ca’ Foscari, Venezia

By Ottobre 2018Luglio 30th, 2020No Comments

Iniziamo dall’espressione “fake news”. Che cosa intendiamo per fake news?
Una comunicazione scorretta di un problema che è molto più complesso e più articolato, quale conseguenza dell’effetto della disintermediazione prodotto dai social e del suo impatto sul business model della informazione.

Le informazioni false ci sono sempre state anche nell’era della comunicazione analogica. Ciò che fa la differenza oggi è il mezzo in cui circolano che ne amplifica e velocizza la diffusione e, allo stesso tempo, rende alla portata di tutti smascherare il falso verificando i fatti e le fonti?
Il presupposto che il web e la diffusa accessibilità delle fonti rendano più semplice svelare le notizie false è una fake news. La rete e i social network hanno avuto un ruolo determinante nell’abbattere le barriere della fruizione dell’informazione: sono aumentate esponenzialmente la quantità di informazione e la velocità con cui si diffonde, ed è venuta meno la figura dell’intermediario e dell’esperto. La filiera della informazione è completamente cambiata: si è passati dal meccanismo dell’agenda setting in cui pochi professionisti selezionavano gli argomenti “notiziabili” alla condizione in cui tutti gli utenti stessi da un lato possono ricoprire il ruolo di emittenti dell’informazione e dall’altro hanno un ruolo determinante nella popolarità dei contenuti.

I vostri studi dimostrano che in questo ambiente ibrido si crea inevitabilmente una echo chamber. Ce lo può spiegare?
Su Facebook e Twitter prendono forma due narrazioni, quella ufficiale e quella populista più emotiva. L’utente tende a cercare l’informazione a supporto della narrazione che più lo aggrada e a ignorare la narrazione antagonista. E così si crea l’echo chamber, uno spazio nel quale le opinioni scambiate si confermano le une alle altre. Il determinante è la polarizzazione: più alta è la polarizzazione dell’argomento e più è probabile che si formi l’echo chamber. Abbiamo riscontrato che questa dinamica accomuna tutte le discussioni che avvengono online, dalla Brexit al referendum costituzionale fino ai vaccini.

Paradossalmente la rete non dovrebbe favorire la curiosità e con essa il superamento dei confini dei propri pregiudizi?
La rete favorisce la curiosità mettendo a disposizione una quantità di informazioni che prima non c’erano. Ma il fruitore di news sceglie più sulla base della propria emotività che della razionalità, andando alla ricerca involontariamente di quelle informazioni che più gli piacciono e che più gli danno fiducia: è il cosiddetto bias di conferma. Ciò che guida l’essere umano è un driver evolutivo e autoconservativo che molto semplicemente cerca di soddisfare i propri bisogni i quali, anche per come si formano, hanno poco a che fare con il razionale. Pensare di poter superare il pregiudizio è un po’ ingenuo perché siamo tutti, in un certo grado, esseri irrazionali. La possibilità di essere esposti a più punti di vista grazie alla rete sembra non fare altro che radicare le nostre posizioni invece che aprirci ad altri mondi.

Queste dinamiche favoriscono la proliferazione di notizie non verificate e contribuiscono a generare la disinformazione digitale…
Il problema non è la maggiore circolazione di informazioni false o prive di verifica all’interno del circuito informativo, ma l’aumento della polarizzazione, cioè l’estremizzazione delle opinioni degli utenti, e l’uso strumentale che viene fatto delle discussioni sui temi importanti come per esempio la geopolitica e le questioni sociali. Siamo infatti in un contesto in cui gli utenti possono accedere alle fonti di informazioni che preferiscono, unirsi alle persone che condividono la loro posizione e insieme cooperare per strutturare e rinforzare la narrativa condivisa, non importa se l’informazione utilizzata dal supporto sia vera o falsa.

Il problema non è la circolazione di informazioni false o prive di verifica ma l’estremizzazione delle opinioni degli utenti e l’uso strumentale che ne viene fatto.

Non c’è modo di disinnescare questo meccanismo? Per esempio, non si può fare cambiare idee agli utenti dei social contrapponendo informazioni basate sui dati scientifici o correggendo notizie false per mezzo di dati?
Assolutamente no. Più alto è il coinvolgimento dell’utente sulla problematica, più alta è la resistenza. C’è chi propone di contrastare il problema delle fake news con attività di fact checking e di debunking, ma abbiamo evidenze empiriche che dimostrano come oltre a non risolverlo lo accentua no. L’istituzione di un sistema che distingue l’informazione falsa da quella vera o che smonta le argomentazioni contrarie attraverso delle prove andrebbe a creare un’ulteriore polarizzazione che come dicevamo è la causa stessa delle false informazioni: l’utente che aveva pregiudizi continuerà a rifiutare la figura istituzionale o giornalistica che diffonde una narrazione percepita come antagonista. Abbiamo una fake news che è una ripetizione sbagliata, abbiamo un antidoto a un problema sbagliato che neanche risolve quel problema, stiamo quindi creando una narrazione fake. Credo che sia irrealizzabile un controllo dei contenuti su internet né sia possibile limitare la libertà di espressione. Il problema da risolvere è la mancanza di fiducia negli organi istituzionali. Quello che gli utenti chiedono è una maggiore trasparenza: se la scienza è fatta bene non avrà paura di mettersi in discussione, urlare che è stato affermato il falso non farà altro che aumentare quella polarizzazione ormai radicalizzata.

Quindi la parola chiave per recuperare la fiducia degli utenti è “trasparenza”…
Credo ma non ne ho la certezza.

Serve ricostruire la fiducia tra le istituzioni e gli utenti.

Nel libro Liberi di crederci affermate che il dibattito sulle fake news sta diventando esso stesso una fake news. Dobbiamo credervi?
Il dibattito sulle fake news è in parte un atto strumentale per un establishment che fa fatica a integrarsi con i cambiamenti che avvengono a livello globale. Davanti al “supermercato dell’informazione” la risposta più intelligente è stata quella di etichettare con un bollino le persone più brave a verificare le informazioni. Questo è un paradosso mostruoso, nonché molto ignorante. Da tempo abbiamo superato il positivismo: sappiamo che la realtà è articolata e complessa e che la scienza stessa evolve secondo il criterio di falsificabilità e non per induzione. Quindi proporre qualcuno che si metta sul trespolo per giudicare cosa è vero e cosa è falso – data a monte una realtà così incerta – è una contraddizione: primo per l’impossibilità di “certificare” questioni complesse; secondo perché questa pretesa, a mio avviso, è in un certo qual modo strumentale a mantenere condizioni pregresse che ormai non sono più riconosciute. Come dicevo abbiamo perso l’autorevolezza delle istituzioni e invece di recuperarla costruendo un rapporto di fiducia con gli utenti si ricorre al dogmatismo. Proporre la scienza sulla base di un dogmatismo che si pretenderebbe “scientifico” è una contraddizione in termini.

Secondo Evgeny Morozov le fake news si collegherebbero alle questioni di potere dei grandi media company della Silicon Valley, e per contrastare il “mercato” delle fake news dovremmo combattere il capitalismo digitale. Condivide la posizione del sociologo bielorusso?
Il fenomeno delle fake news è un fenomeno embedded nell’essere umano che ha bisogno di informazioni che completino la sua visione parziale sulla realtà: è un meccanismo cognitivo. Quando vivevamo nelle caverne e sentivamo i fulmini non avevamo cognizione dell’elettrostatica ed era più facile pensare che fosse Zeus arrabbiato con noi. Di fronte a questi meccanismi molto complessi e articolati in cui non esiste un processo di evoluzione lineare è facile pensare che sia colpa di qualcuno. Ma chi pro pone queste soluzioni mette in atto gli stessi meccanismi che vuole combattere. Decidere di combattere le fake news chiudendo i social sarebbe come cercare di svuotare il mare con un bicchiere.

Quale soluzione allora?
Noi stiamo conducendo degli studi per monitorare le dinamiche della polarizzazione ed eventualmente per capire come abbassarla. Abbiamo già raccolto dei primi segnali ma servirà ancora del lavoro per poter arrivare a dei risultati definitivi. La questione è che il pregiudizio di conferma è un nostro meccanismo innato di difesa che non possiamo di certo modificare. Dovremmo quindi da un lato puntare alla formazione dei cittadini, a partire dalla scuola, per sviluppare una maggiore capacità di discernimento sulle informazioni veritiere attraverso lo studio della logica e del pensiero formale, dall’altro progettare una comunicazione più efficace.

Per concludere, considera la verità un’utopia?
Quello della verità è un concetto profondo molto dibattuto. Il modo di vedere la realtà si basa su percezioni e queste percezioni sono a loro volta influenzate dal nostro sistema cognitivo che non è esente da bias, scorciatoie ed errori. Possiamo cercare di correggerci riconoscendo però i nostri limiti cognitivi. L’idea che l’essere umano possa avere un accesso completo alla verità è un po’ utopistica. Pensare che esistano per ogni cosa delle verità assolute è un’assunzione forse errata e in totale contrapposizione con il metodo scientifico che ci porta a conoscere la realtà. Il concetto fondativo della scienza è l’incertezza, il dubbio.

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