Fake e postverità Articoli

La speranza è Lercio?

Dalla disinformazione potremo salvarci soltanto da soli e, ridendo, potremmo imparare a difenderci meglio.

Roberta Villa

Laureata in medicina e giornalista

By Ottobre 2018Luglio 30th, 2020No Comments

L’ anno scorso, nel pieno della polemica sulle fake news, il sito satirico Lercio fu penalizzato da Facebook per aver pubblicato per scherzo la falsa notizia che la figlia del virologo Roberto Burioni non fosse vaccinata. Lo stesso trattamento venne riservato dal social network a David Puente, noto debunker, che effettivamente pubblica bufale, ma solo per smontarle. D’altra parte, distinguere il tono e il senso di un messaggio dal suo significato letterale, riconoscendo la presenza di sarcasmo o critica, a volte non è facile nemmeno per alcuni esseri umani. Pretenderlo da un algoritmo è davvero troppo. Come difendersi allora dai rischi della disinformazione che corre rapidissima e penetrante soprattutto online, e soprattutto quando si parla di salute? Basta un “bollino di qualità”? Chi può conferire una simile autorevolezza a priori, quando il limite tra vero e falso è spesso e volentieri arbitrario, sommerso nel grigio dei distinguo, dei “dipende”, dei titoli, delle semplificazioni, delle interpretazioni o di una sempre più frammentata specificità delle competenze?

Anche il metodo delle segnalazioni degli utenti, tentato dalla polizia postale, oltre che dallo stesso Facebook, non può funzionare: fin dall’Atene dei tempi di Pericle si è dimostrato con quanta facilità l’ostracismo può diventare un mezzo per eliminare un avversario politico più che per fare emergere verità e giustizia. Nell’agorà di internet è ancora più semplice programmare migliaia di bot, gli account robotizzati, per segnalare in massa, e mettere così a tacere, qualunque voce scomoda.

E così, la lotta alla fake news di cui tutti oggi si fanno paladini può diventare un’arma a doppio taglio. Se la disinformazione e la manipolazione delle notizie sono reali minacce alla convivenza democratica, perché tolgono ai cittadini gli strumenti per compiere scelte consapevoli, sventolarne lo spauracchio etichettando come bufala qualunque notizia che non sia veicolata dalla comunicazione istituzionale o che non sia concorde con la narrazione dominante può essere perfino più pericoloso, sopprimendo ogni forma di controllo del potere.

La lotta alla fake news di cui tutti oggi si fanno paladini può diventare un’arma a doppio taglio.

Qual è il rischio?
Il rischio è reale. Alcune delle bufale più pericolose in ambito di salute nascono da un atteggiamento complottista nei confronti delle aziende farmaceutiche, ma a scoperchiare scandali che hanno permesso a volte di salvare vite umane sono stati whistleblower (coloro che denunciano attività fraudolente) che hanno sollevato sospetti fondati. Che esista una cura efficace contro il cancro tenuta nascosta alla popolazione per interesse economico di qualcuno o che nei vaccini vengano introdotte sostanze finalizzate a rendere meno fertili le bambine sono assurdità. Ma smentire queste fandonie non significa che all’industria farmaceutica si debba sempre e comunque riconoscere il ruolo di fonte autorevole e veritiera. Anzi. Se la cosiddetta Big pharma è diventata un soggetto di per sé poco affidabile non è colpa di internet, né del cosiddetto “analfabetismo funzionale” che oggi si diagnostica con sempre maggior leggerezza a chi la pensa diversamente da noi. La sua reputazione è stata compromessa soprattutto dopo le sentenze che in passato hanno riconosciuto ad alcune multinazionali del farmaco gravi responsabilità, per aver occultato dati o condotto campagne pubblicitarie ingannevoli. Ciò ha contribuito a erodere la fiducia delle persone e ad alimentarne lo scetticismo anche nei casi in cui non dovrebbero averne, perché questa ostilità minaccia la salute loro e dei loro figli. Far passare però l’idea che ogni notizia potenzialmente contraria agli interessi delle aziende sia a prescindere una fake news, e che anche solo prenderla in considerazione sia da imbecilli, potrebbe diventare un potente strumento di controllo della stampa e dell’opinione pubblica, per evitare il ripetersi di danni economici e di immagine di questo genere.

Come uscirne?
Il complottismo non è altro che la versione estrema, e controproducente, di un meccanismo mentale innato e indispensabile alla nostra vita quotidiana che ci permette di collegare le cose tra loro. I bambini uniscono i puntini per gioco, gli antichi, dagli oggetti e animali immaginari che riconoscevano nella disposizione delle stelle, interpretavano il presente e il futuro, ma noi tutti in fondo tendiamo a notare le coincidenze e ad attribuire loro un significato. Questa attitudine del nostro cervello è preziosa. Prima di diventare un tormentone online, l’espressione: “Un caso? Non credo” ha permesso di osservare il mondo in cui viviamo con occhio aperto e notare associazioni interessanti. Gli innumerevoli casi di serendipità raccontati dalla storia della scienza ce lo ricordano, con tanti altri esempi oltre a quello classico delle famose piastre di coltura contaminate dalla muffa, in cui non crescevano più i batteri, da cui Fleming partì per isolare la penicillina. Ma osservare l’associazione tra due fenomeni è solo il primo passo. Occorre poi formulare un’ipotesi, dimostrarla, ed essere in grado di confermarla. Le scorciatoie mentali che a volte ci fanno arrivare rapidamente a una conclusione non devono poi impedirci di tornare indietro a riverificare ogni passaggio.

Il sovraccarico informativo a cui siamo esposti ormai tutto il giorno spesso non consente questa fase di analisi. Tra le tante notizie che riceviamo dai media tradizionali, dai social network o attraverso lo smartphone, dobbiamo quindi inevitabilmente fare una scelta. E altrettanto inevitabilmente succede che la scelta ci porti a condividere, ma prima ancora a credere alle notizie che confermano i nostri pregiudizi precedenti, che sono in linea con il nostro schema di valori, i nostri interessi economici o identitari, o con la nostra esperienza personale. Anche qui, un meccanismo atavico di rassicurazione, di rinforzo dell’appartenenza al gruppo, può portarci fuori strada, facendoci convincere di notizie false, ma che sono proprio quelle che avremmo voluto sentirci dare.

In primo luogo, occorre volersi difendere dalle fake news e non accettare il loro potere rassicurante.

Come difendersi?
Prima di tutto, come in ogni altra cosa, occorre volerlo. A molti fa piacere, in fondo, crogiolarsi nella propria “bolla”, come si dice di queste tribù che si formano, soprattutto in rete, intorno a un nucleo condiviso, che può essere il tifo per la Juventus come l’amore per la scienza o l’ostilità verso gli stranieri. Ci si sente al sicuro, e dalla parte della ragione, quando tutti intorno a noi la pensano allo stesso modo e ci danno sempre ragione. Questo stesso meccanismo di risonanza tuttavia fa sì che all’interno di ogni bolla qualunque notizia coerente con i desideri di chi vi appartiene sia accolta e riverberata. Che sia vera o falsa, fondata o inventata, ingigantita o distorta non importa. Anche quando la sua natura di fake news viene svelata, gli appartenenti alla comunità non si turbano più di tanto: “Anche se fosse così, resta vero quel che c’è dietro” si sente spesso dire.

Tutti, indipendentemente dalla nostra età, intelligenza, livello di scolarità, possiamo cadere in questo meccanismo, non appena usciamo dal campo ristretto degli argomenti che conosciamo più a fondo. Solo la consapevolezza di questa vulnerabilità ci può, almeno in una certa misura, preservare dal cascarci, o almeno aiutarci a capire quando lo abbiamo fatto. Ed è quindi questa stessa consapevolezza che a mio parere va coltivata con maggior cura, partendo dalle scuole ma anche tra gli adulti, più sicuri di sé e talvolta meno accorti ai tranelli della rete rispetto ai nativi digitali.

Davanti alla notizia di una reazione avversa a un vaccino, la reazione di un attivista anti-vax o a favore dei vaccini sarà speculare: l’uno tenderà subito ad amplificarla, l’altro a non crederci, anche quando rientrasse tra quelle possibili. Viceversa accadrà davanti a un dato che conferma l’importanza delle vaccinazioni. La sfida consiste nel provare a spogliarsi del frame, della cornice personale in cui inquadriamo ogni pezzo di informazione, e provare a considerarla per quel che è, non per quel che può significare a conferma o a smentita delle nostre idee. Solo così si possono individuare le fake news che si infiltrano in ogni ambiente, anche quelli che in totale buona fede portano avanti battaglie giuste. È importante individuarle, smascherarle, non diffonderle, perché nel momento in cui chi invece porta avanti battaglie pericolose per la salute scoprirà che sono false, la fiducia nelle istituzioni e nelle autorità sanitarie subirà un altro duro colpo. Il fine non giustifica i mezzi, se i mezzi sono bufale, per quanto a fin di bene.

Tutto questo però si può fare solo conoscendo le scorciatoie che la nostra mente tende a prendere e imboccando al loro posto la strada di una valutazione per quanto più possibile obiettiva. Una strada forse più lunga e faticosa, ma l’unica che porta a destinazione.

La strada di una valutazione per quanto più possibile obiettiva è forse più lunga e faticosa, ma l’unica che porta a destinazione.

E in questo percorso accidentato può venire in nostro soccorso anche la satira. Lercio, con le sue notizie inventate, talvolta apertamente paradossali, altre volte al limite della verosimiglianza, ci addestra a riconoscere le une dalle altre, tanto che sempre più spesso ci chiediamo: “Ma non è Lercio?”. Siamo spinti così a riflettere sui nostri meccanismi mentali che gli autori vanno a solleticare, mimando la strategia dei professionisti della disinformazione, quelli che di mestiere inventano le fake news sul serio, a scopo di propaganda. In questo modo, ridendo, potremmo anche imparare a difenderci meglio.

Va bene interpretare, ma le prove non sono tutte uguali

Spogliamoci del frame: l’invito di Roberta Villa vale (quasi) per ogni occasione. Siamo tutti, più o meno, preda di meccanismi che ci portano a subire i pregiudizi che troppo spesso guidano il modo col quale ci avviciniamo all’informazione e, di conseguenza, informano le nostre scelte. Questo vale ancora di più in anni come questi, in cui sembra sia venuta a mancare la fiducia nelle “agenzie” – istituzionali o di comunicazione – alle quali noi e le precedenti generazioni eravamo abituati ad affidarci.

A commento dell’articolo ospitato in queste pagine, segnaliamo il caso di Michael Lexchin, docente della scuola di Health policy and management dell’università di York, che ha voluto verificare quanti dei farmaci giudicati dalla rivista Prescrire come “da evitare” (ne parla l’articolo di Francesca Patarnello) fossero invece approvati e regolarmente in commercio in Canada, paese noto per essere dotato di un sistema regolatorio efficiente. Ebbene: dei 92 farmaci sconsigliati dalla rivista francese, 36 erano stati sottoposti a valutazione dal Patented medicine prices review board canadese. Di questi, due erano stati classificati come breakthrough per il significativo miglioramento terapeutico garantito e tre giudicati capaci di promettere un moderato progresso delle condizioni dei pazienti. Villa parla anche del ruolo “salvifico” della satira ma non sarebbe d’accordo chi, come lo scrittore e giornalista Stephen Marche, sostiene che una rivista quale The Onion o una rubrica come quella di Andy Borowitz sul New Yorker fanno più male che bene alla democrazia statunitense. “La satira e il suo pubblico – ha sostenuto Marche sul Los Angeles Times – hanno trasformato l’informazione stessa in una barzelletta. Non importa quale sia il suo contenuto politico, hanno contribuito a spostare il discorso politico negli Stati Uniti su un piano postfattuale”.

Nell’uno e nell’altro caso – riviste scientifiche indipendenti sui farmaci e periodici di satira politica – non ci troviamo di certo di fronte a fake news o a postverità. Sono due esempi, però, che ci ricordano quanto sia importante accostarsi a qualsiasi contenuto tenendo conto del contesto nel quale sono prodotti. Vero e falso possono essere giudicati solo all’interno di un sistema di riferimento: quindi, le “interpretazioni” contano anche se non dobbiamo dimenticare la cosa più importante: non tutti i fatti – o le prove, per restare nel nostro ambito medico-scientifico – hanno la stessa robustezza.

Bibliografia

Marche S. The Left has a post-truth problem too: it’s called comedy. Los Angeles Time, 6 gennaio 2017.
Lexchin J. Canadian status of” drugs to avoid” in 2017: a descriptive analysis. CMAJ Open 2018;6:E430.

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