Fake e postverità Articoli

L’arte del falso

Pittori della domenica più bravi dei Maestri, case d’asta ingannate e visitatori incantati di fronte a copie perfette.

Rebecca De Fiore
By Ottobre 2018Luglio 30th, 2020No Comments

James Martin nel suo laboratorio della società Orion analytical

Quando James Martin ha compiuto 13 anni suo padre gli ha regalato un microscopio, un kit di chimica e delle lezioni d’arte. Qualche anno dopo si è iscritto a una scuola d’arte e per fare pratica andava al museo d’arte di Baltimora per copiare le opere che più gli piacevano. È diventato così bravo che una volta, mentre stava uscendo con la copia del Broken Jug (1876) di William Merritt Chase che aveva appena eseguito, il direttore del museo lo ha notato e gli ha chiesto di restituire il dipinto. Sarebbe potuto diventare uno dei più grandi falsari di opere d’arte, ma ha scelto la strada opposta e oggi, dopo aver collaborato con il Federal bureau of investigation (Fbi) per molte inchieste sull’arte contraffatta, è considerato il più importante detective d’arte forense. Nell’inverno del 2015 la polizia francese è entrata in una galleria di Aix-en-Provence, ha prelevato la Venere col velo (1531) di Lucas Cranach il vecchio, maestro del Rinascimento tedesco, e se l’è portata via. Pochi giorni prima, infatti, una soffiata anonima aveva suggerito alla polizia che si trattasse di un falso. Il quadro era stato messo sul mercato dal collezionista francese Giuliano Ruffini e da quel momento è stata contestata l’autenticità di ben quattro opere da lui vendute.

Tra queste, il San Girolamo (1530-33), un olio attribuito alla cerchia del Parmigianino ed esposto nel 2014 al Metropolitan museum di New York, e un ritratto di un nobile di Frans Hals. I due dipinti erano stati venduti a privati da Sotheby’s, una delle più grandi case d’aste al mondo, che, appena scoppiato lo scandalo, li ha inviati a Orion analytical, un laboratorio con sede a Williamstown, nel Massachusetts. A gestire Orion analytical era proprio James Martin che nel giro di pochi giorni ha dovuto comunicare a Sotheby’s che entrambi i dipinti erano dei falsi. Il ritratto di Hals, infatti, conteneva pigmenti sintetici che l’artista nel diciassettesimo secolo non avrebbe potuto usare, mentre nel San Girolamo Martin trovò la ftalocianina verde, un pigmento sintetizzato per la prima volta quattro secoli dopo la morte del Parmigianino. Sotheby’s ha dovuto rimborsare i clienti per milioni di dollari e per cautelarsi nel 2016 ha deciso di acquistare la Orion analytical, diventando la prima casa d’aste al mondo ad avere un’unità interna di conservazione e analisi. Solo lo scorso anno Martin ha analizzato opere d’arte per un valore superiore ai 100 milioni di dollari [1,2].

La fabbrica dell’inganno
Le storie che riguardano i falsi nell’arte sono tantissime. Basti pensare a PAICAP, una misteriosa sigla presente in molti dipinti trecenteschi che fino alla metà del secolo scorso ci si è chiesti cosa potesse significare. Si iniziò a pensare che quelle opere fossero dei falsi e si scoprì che dietro c’era Federico Joni, un pittore nato a Siena nel 1866, specializzatosi come contraffattore di dipinti antichi. Anche il mistero della sigla venne svelato: l’acronimo ideato da Joni significava “per andare in culo al prossimo”. Per invecchiare le tavole le stendeva sul terrazzo di casa sua sottoponendole all’azione di sole, vento e pioggia e conosceva talmente bene la tecnica di Duccio di Boninsegna e Simone Martini che riuscì a ingannare collezionisti, curatori di mostre e mercanti. Tra loro anche grandi esperti come Bernard Berenson e Frederick Mason Perkins che, arrivati a Siena durante una tappa del Grand tour nel diciannovesimo secolo, acquistarono e portarono negli Stati Uniti numerosi capolavori ma anche decine di falsi. Ancora oggi uno di questi si trova al Metropolitan museum di New York e solo qualche anno fa è comparsa sotto il dipinto una nota che ne mette in dubbio l’autenticità e fa riferimento al falsario senese.

Nel saggio The art of forgery di Noah Charney si legge, infatti, che i falsi resistono anche nei musei più prestigiosi [3]. “È molto probabile che anche in grandi musei ci siano dei falsi, ma non credo alle percentuali che ogni tanto vengono diffuse, come quella che denuncia che il 10 per cento delle grandi collezioni esposte sia un tarocco. Però, dopo una lunga esperienza nel settore, mi sento di dire che un buon 10 per cento di pezzi delle maggiori collezioni sia frutto di un’attribuzione sbagliata. Per esempio: un quadro che viene attribuito a Rembrandt è in realtà un’opera di un artista a lui contemporaneo o posteriore” [4]. Caso particolare è quello del museo di Elne, un piccolo comune francese, dove erano esposte 140 opere del pittore locale Étienne Terrus, considerato tra i primi artisti della corrente dei Fauves. Durante una chiusura al pubblico per lavori di restauro, i responsabili del museo hanno scoperto che di quei 140 dipinti ben 82 sarebbero stati dei falsi [4]. Diverso, ma non meno sorprendente, l’aneddoto che vede protagonista l’Odalisca con pantaloni rossi (1925) di Henri Matisse e che dimostra come sia difficile scovare un’opera contraffatta. Nel 2000 il dipinto venne rubato dal Museo di arte contemporanea di Caracas e i ladri decisero di rimpiazzarlo con una copia. Per ben due anni il falso rimase esposto nel museo, riuscendo a ingannare non solo il pubblico ma anche critici e curatori esperti [5].

La beffa delle teste di Modì
Georgina Adam, autrice di Dark side of the boom, un libro sugli eccessi del mercato dell’arte [6], ha rivelato al Guardian che molti falsari stanno scegliendo di falsificare i pittori del ventesimo secolo poiché hanno fatto ricorso a vernici e tele che si possono ancora ottenere e le cui astrazioni sono più facili da imitare: “L’abilità tecnica necessaria per forgiare un Leonardo è colossale, ma non lo è per autori come Modigliani” [1]. Proprio Amedeo Modigliani, insieme a Giorgio De Chirico e Salvador Dalì, è tra i pittori più falsificati. Celebre l’episodio che si verificò in occasione della mostra dedicata alle sue sculture, organizzata a Livorno nel 1984 per il centenario dalla nascita dell’artista. Per attirare il pubblico, i fratelli Durbè, gli organizzatori, decisero di verificare se la leggenda, secondo cui Modì avrebbe gettato nel Fosso reale alcune sue sculture, fosse vera. Nel 1909, infatti, prima di lasciare Livorno per tornare a Parigi, Modigliani aveva scolpito delle sculture, ma i suoi amici gli consigliarono di gettarle in un fosso. Iniziarono gli scavi, e dopo alcuni giorni di curiosità iniziale i livornesi iniziarono a prendersi gioco dell’operazione. Finalmente, però, la mattina del 24 luglio vennero alla luce tre teste, scolpite in uno stile che a prima vista richiamava quello di Modigliani. I critici si divisero: da una parte Federico Zeri, che negò subito l’attribuzione, dall’altra Giulio Carlo Argan che affermò che le teste erano certamente autentiche. Un mese dopo, tre studenti universitari si presentarono alla redazione di Panorama dichiarando di essere gli autori della seconda testa. Pietro Luridiana, uno dei tre, ricorda che “una volta ritrovata la testa pensavamo che la gente avrebbe esultato con i caroselli come ai mondiali di calcio ma anche che un critico d’arte si sarebbe accorto dello scherzo. Ma passata qualche settimana in cui attendevamo speranzosi che qualcuno si rendesse conto dello scherzo ci siamo posti il problema di raccontarlo. La nostra intenzione era, appunto, di fare uno scherzo, non avevamo nessuna intenzione di ingannare nessuno. Non potevamo accettare che la testa finisse in un museo o in qualche libro d’arte” [7]. Quando uscì la notizia li presero per millantatori, e i ragazzi dovettero mostrare una foto che li ritraeva con la scultura prima che la gettassero nel fosso. Come prova ulteriore furono invitati al Tg1, per creare un nuovo falso in diretta televisiva. Ma le altre due teste? Che fossero davvero di Modigliani? Federico Zeri decise di fare un appello per invitare l’eventuale autore a uscire allo scoperto. E così accadde: Angelo Froglia, artista livornese, dichiarò che tempo prima aveva gettato nel Fosso reale delle false teste per “verificare fino a che punto la gente, i critici, i mass media creano dei miti” [8].

Ma tanti altri sono gli scandali che hanno riguardato le contraffazioni del pittore livornese, dalla celebre mostra a Genova in cui 20 dei 21 dipinti esposti si rivelarono contraffatti, fino al disegno a matita che avrebbe dovuto raffigurare la pittrice francese Jeanne Hebuterne e che sarebbe dovuto andare in mostra a Spoleto solo pochi mesi fa. Ad affermare che si tratta dell’ennesimo falso è stato Carlo Pepi, il massimo esperto dell’opera di Modigliani. Nel disegno, infatti, come spiega Pepi, “ci sono una grafia, un’atmosfera, un modo in cui viene composto che corrispondono alle false opere di Modigliani circolanti fin dagli anni ottanta, quando si moltiplicarono incredibilmente i falsi” [9].

Il documentario Le vere false teste di Modigliani di Giovanni Donfrancesco racconta la storia dei tre studenti che hanno ingannato le istituzioni artistiche con un blocco di granito e un trapano elettrico.

Bibliografia

[1] Subramanian S. How to spot a perfect fake. The world’s top art forgery detective. The Guardian, 15 giugno 2018.
[2] Biglia F. Falso Franz Hals, Sotheby’s porta in giudizio il londinese Mark Weiss. Il Sole 24 Ore, 9 febbraio 2017.
[3] Chorney D. The art of forgery. The minds, motives and methods of master forgers. Londra: Phaidon, 2015.
[4] Stubley P. Art gallery discovers more than half of its paintings are fake. The Independent, 28 aprile 2018.
[5] Scorranese R. Se la truffa sa di beffa (geniale): l’inarrivabile arte del falso. Corriere della Sera, 27 agosto 2016.
[6] Adam G. The dark side of the boom. Londra: Lund Humphries Publishers, 2018.
[7] Trevisani E. Modigliani, 32 anni fa la burla delle teste false che fece arrossire il mondo dell’arte. Il Fatto Quotidiano, 24 gennaio 2017.
[8] Barontini A. Alla ricerca di Modì – Angelo Froglia e la performance che mise in crisi la critica. Firenze: Edizioni Polistampa, 2010.
[9] Cacciatore di finti Modigliani denuncia un altro falso. La Repubblica, 2 luglio 2018.

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