Fake e postverità Articoli

Alla ricerca di un’armonia

Conversazione con Steve Lewandowsky.

Sergio Della Sala

Human cognitive neuroscience University of Edinburgh, Presidente Cicap

By Ottobre 2018Luglio 30th, 2020No Comments

In questa conversazione Steve Lewandowsky sottolinea come sia importante capire non solo cosa la gente pensa, ma come pensa. Spesso la comunicazione “anti-bufale” parte dal presupposto che esista una verità, e che noi ne siamo i detentori. Quindi ne diffondiamo il verbo e ci crogioliamo nel numero di persone che accedono ai nostri siti. È possibile però che noi agiamo entro camere dell’eco, bolle mediatiche, in cui persone che la pensano già come noi, consolidano le loro credenze. Otteniamo così l’opposto di quanto ci prefiggiamo: alieniamo proprio quegli utenti a cui vorremmo parlare.

Il modello del deficit di informazione, secondo i cui dettami gli errori che le persone commettono sono dovuti a carenza di informazione (quindi forniamo corretta informazione e risolviamo il problema), ha fallito: anche in presenza di informazioni ritenute corrette le persone raramente modificano le loro credenze o i loro comportamenti. Lewandowsky ci dice che quando una persona ottiene un’informazione ne costruisce un “modello mentale”. Se noi le diciamo che parte di questo modello è falso, le risulterà difficile costruire un modello mentale che abbia un “buco”. La gente preferisce un modello errato a uno incompleto. C’è, paradossalmente, il rischio di rafforzare un mito semplicemente parlandone. Qualora la correzione sfidi delle credenze profondamente radicate, le persone possono reagire incrementando la propria fede nel concetto infondato. Per esempio, quando si dice a un americano repubblicano che non sono state trovate armi di distruzione di massa in Iraq nel 2003, è molto probabile che questi creda esattamente il contrario.

 “Una persona con una convinzione è una persona difficile da cambiare. Ditele che siete in disaccordo con lei, e se ne andrà. Mostrategli fatti e numeri, e metterà in discussione le vostre fonti. Fate ricorso alla logica, e non sarà in grado di capire il vostro punto di vista”. Con queste parole, nel 1956, Leon Festinger propose il concetto di “dissonanza cognitiva”, un meccanismo di cui è dotata la nostra mente per cui la consapevolezza dell’incoerenza tra i nostri atteggiamenti e/o credenze darebbe origine, per l’appunto, a una sensazione di dissonanza e di mancanza di armonia. Per ridurre tale dissonanza, le persone possono attivare diverse strategie cognitive, come quella di evitare o rifiutare le informazioni dissonanti. Nel caso dei vaccini, per esempio, un genitore che non crede nei vaccini e non ha vaccinato i suoi fi gli, per proteggere le proprie credenze radicate e giustificare i suoi comportamenti, tenderà a rifiutare qualsiasi evidenza sull’utilità dei vaccini. Ragioniamo quindi sulla base di pregiudizi.

Per quanto ci dispiaccia ammetterlo, non siamo esseri razionali. L’unico meccanismo di difesa che abbiamo è quello di dotarci di regole esterne a noi, alla nostra percezione, al nostro sistema di credenza. Uno di questi meccanismi di difesa verso gli errori individuali o di società è quello di capire i metodi che le scienze usano per addivenire alle loro conclusioni, per stabilire le evidenze che servono a una società democratica per fare scelte consapevoli.
Promuovere attraverso la cultura l’idea di una società che basa le sue scelte sulle evidenze, piuttosto che sulle opinioni, è il punto cardine del Comitato italiano per il controllo delle affermazioni sulle pseudoscienze (Cicap) nato nel 1989 per iniziativa di Piero Angela. Tre i valori fondamentali: il valore dei fatti, secondo cui affermazioni e ipotesi immesse nel dibattito pubblico devono essere sostenute da prove; il valore della trasparenza, attraverso un esame aperto delle modalità con cui i fatti vengono costruiti; il valore della responsabilità, che riguarda sia chi produce conoscenza scientifica e tecnica, sia chi opera nel mondo dell’informazione.

Lascia un commento