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L’attesa infinita per pubblicare i risultati della ricerca

L’intervallo tra la submission di un articolo scientifico e la risposta dello staff editoriale.

By Agosto 2018Luglio 30th, 2020No Comments

L’hotel JAMA è la base ideale per visitare le grotte di Postumia ma – quando una fotografi a della sua facciata imponente è apparsa su Twitter con l’insegna in bella vista – l’immagine non ha suscitato il desiderio di andare in vacanza in Slovenia ma una serie di reazioni sarcastiche: “Abbiamo provato a entrare ma siamo stati respinti alla reception” ha scritto David Powell. Al tweet dell’economista sanitario della Rand ha risposto quello di Keith Humphrey: “I due tipi all’ingresso stavano per dirmi di entrare ma una terza persona mi ha mandato via”. Michelle Keller, dell’università di Stanford, ha commentato di aver ricevuto cinque inviti a soggiornare se solo avesse versato 500 dollari. “Non ti hanno chiesto di cambiarti d’abito, abbreviare il soggiorno e provare di nuovo il mese dopo?”, ha chiesto David Atkins.

Le riviste scientifiche internazionali non godono di grande popolarità: in molti ne parlano male ma nessuno può farne a meno. Dal momento che – purtroppo – la loro principale funzione è quella di spazio e strumento dove si determinano le carriere professionali, la questione più discussa non è la maggiore o minore qualità dei contenuti, ma la farraginosità e lentezza del percorso di valutazione degli articoli. I punti critici sono principalmente due: complessità e lungaggine della procedura in generale e in particolar modo dei tempi della prima decisione, quella che dovrebbe permettere agli autori di sapere in breve tempo se in linea di massima l’articolo proposto può essere interessante per la direzione scientifica della rivista. Infatti, può capitare di dover aspettare settimane o addirittura mesi prima di ricevere una laconica email di rifiuto a firma della segreteria editoriale.

Come sappiamo, una volta che un articolo è giudicato almeno formalmente idoneo e coerente con lo scopo della rivista la segreteria editoriale lo inoltra ai revisori scelti sulla base di competenze e interessi professionali. I referee non sono retribuiti per questo impegno e il loro nome generalmente non appare, se non in generici ringraziamenti di fine d’anno: premesse che non contribuiscono a mettere il lavoro di referaggio in cima alla scala di priorità di ricercatori o clinici che non siano animati da senso di altruismo fuori dal comune [2]. Non si può non considerare, poi, che anche i revisori hanno i loro lavori da scrivere e pubblicare e che in generale l’ecosistema del medical publishing ha subito negli ultimi anni un progressivo appesantimento: rispetto a un tempo è enormemente aumentato il numero delle submission ed è molto più frequente che agli autori siano richieste minor o major revision. Ogni anno vengono dedicate alla peer review 15 milioni di ore solo per la revisione di articoli che saranno poi cestinati [1], solo restando a quelli proposti a riviste incluse nella banca dati Web of sciences.

I maggiori consumatori di peer review sono anche quelli che contribuiscono di meno all’insieme del processo. Dan Graur

Il business dell’editoria medico-scientifica porta con sé una crescita costante del numero di riviste (sarebbero oltre 28 mila e aumentano al ritmo del 3 per cento l’anno) e degli autori, ma non si può dire altrettanto per quello dei revisori: comprensibile, trattandosi di un impegno non particolarmente gratificante. È stato fatto notare che tanto più un autore è produttivo, tanto meno è disponibile ad agire da revisore per altri colleghi [3].

Per questo gli editori sono in difficoltà: scarseggiano i referee [4] e la preparazione inadeguata si traduce spesso in divergenze di pareri [5]. Le contromisure assunte dalle direzioni editoriali sono preoccupanti: “alcune riviste dicono di prevedere la peer review ma non lo fanno” ha intitolato l’Economist il 23 giugno 2018 [6] e il fenomeno non è trascurabile se è vero che oltre 400 mila articoli “accademici” ogni anno escono su riviste poco credibili. Più o meno, è il 6 per cento del totale della produzione scientifica internazionale. L’intervallo tra la submission degli autori e la risposta che giunge dalla rivista sarebbe del tutto fittizio: un tempo costruito ad arte dalla redazione per far credere che il percorso di valutazione sia stato completato.

Per rendere più rapido il processo di valutazione c’è chi ha proposto di retribuire i revisori. Tanti anni fa era la prassi anche al New England Journal of Medicine che riconosceva 5 dollari all’autore di ogni referaggio prima di sentirsi dire che quell’obolo avrebbe potuto tenerselo. Indagini informali ci dicono che meno di 100 dollari non motiverebbero nessuno e che, addirittura, un incentivo economico potrebbe finire col minacciare la qualità del lavoro del revisore. Completare una peer review potrebbe piuttosto rappresentare un titolo accademico non soltanto generico, “contando” ai fini dell’avanzamento di carriera. Le evidenze sono dunque contrastanti, ma uno studio sui revisori del Journal of Public Economics ha dimostrato una realtà che conoscono tutti: a prescindere da qualsiasi incentivo e qualunque sia la scadenza comunicata dalla rivista, il referee si mette al lavoro solo quando manca pochissimo tempo [7].

Se accorci la scadenza di due settimane riceverai la risposta in media due settimane prima. Ma nei fatti, qualunque sia la deadline, gran parte dei revisori si mette al lavoro poco prima di dover consegnare. — Ray Chetty

In definitiva, un’attesa di 14 settimane è troppo lunga. Gli autori donna sono più pazienti (o più abituate ad attendere?). Sottoporre un lavoro a una rivista è comunque un’esperienza frustrante [8] e si aggiunge ai tanti fattori che contribuiscono al burnout dei clinici e dei ricercatori. Servono soluzioni choc: come, per esempio, dare la possibilità di sottoporre contemporaneamente a più riviste lo stesso lavoro. La direzione con l’occhio più acuto e lo staff più rapido avrebbe la meglio.

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