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Il tempo di una vita

Dare significato al tempo per dare significato alla malattia per come viene vissuta dal paziente.

Giuseppe Naretto

Servizio di anestesia e rianimazione, Ospedale San Giovanni Bosco, Torino

By Agosto 2018Luglio 30th, 2020No Comments

 

Albert Einstein disse (forse): “Quando un uomo siede un’ora in compagnia di una bella ragazza, sembra sia passato un minuto. Ma fatelo sedere su una stufa per un minuto e gli sembrerà più lungo di qualsiasi ora”.

Certo, il fatto che la percezione del tempo sia soggettiva e sia collegata a ciò che facciamo è qualcosa che tutti noi abbiamo sperimentato e sperimentiamo in continuazione – non avevamo bisogno di Einstein per scoprirlo. Ma che questo avesse rilevanza in medicina, e molta più di quella che potessi mai immaginare, be’, per questo sì, ho dovuto pensare a Einstein e a quella frase scritta su una delle pagine del mio diario di quinta liceo.

All’università ho imparato che il tempo non è che un “fatto” come qualsiasi altro evento biologico (una reazione chimica, un legame molecolare, un processo di trasformazione della materia), anzi, decisamente più semplice, perché facilmente misurabile e oggettivabile. Il tempo di percorrenza di un segnale elettrico all’interno del cervello, il tempo di sviluppo di un embrione, il tempo impiegato da un tessuto per guarire. Per uno che fa l’anestesista-rianimatore come me poi, ci sono dei tempi che sono particolarmente importanti: il tempo che un farmaco ipnotico impiega a spegnere il cervello, il tempo per intubare un paziente che non respira, il tempo per far ripartire un cuore che si è fermato. Tempi che negli anni ti entrano dentro le ossa e non hai bisogno di nessun orologio per sentirne l’incessante fluire, ma comunque sempre uguali a sé stessi, sempre ugualmente quantificabili.

Facendo il medico impari subito che il tempo è qualcosa che devi governare il più possibile. Sei tu che comandi e che decidi come, dove e quando dispensare il “tuo” tempo. Visitare un paziente che deve fare un intervento chirurgico, dare informazioni a una famiglia in attesa fuori dalla sala operatoria, prestare cure urgenti in pronto soccorso, spiegare gli esiti di un trattamento sono tutte cose che fai seguendo un tuo cronometro interno che tiene conto esclusivamente del tuo programma di lavoro. E qui, in questa transizione tra misura del tempo e sua amministrazione, avviene un processo tanto inconsapevole quanto fondamentale in medicina, che è la trasformazione del tempo da “fatto” a “valore”. Cioè la quantità di tempo dispensata è legata a quanto per me, che lo posseggo, è importante quel tempo. Che valore do a quel tempo, che significato ha per me.

Facendo il medico impari subito che il tempo è qualcosa che devi governare il più possibile.

Mi sono occupato di “fatti” e “valori” scrivendo con dei colleghi un manuale di etica clinica intitolato Ethical Life Support (Roma: Il Pensiero Scientifico Editore, 2018), e nel primo capitolo, dove si cerca di spiegare al lettore cosa c’entri l’etica con la medicina, si fa riferimento a un concetto che ho trovato illuminante in questo senso, e cioè la distinzione tra “corpo fisico” e “corpo vissuto”. La medicina che si studia, quella che ci insegnano i libri, si riferisce esclusivamente a corpi fisici, macchine biologiche che si estendono essenzialmente in uno spazio-tempo misurabile e oggettivabile, mentre la medicina che poi si pratica entra in una dimensione spazio temporale che è soprattutto “vissuta”, e quindi totalmente soggettiva. Il tempo in medicina è molto più spesso un “valore” che un “fatto”, cioè risponde alla domanda: che significato “do io” a ciò che sta succedendo? E non a quella che noi, medici, abbiamo studiato, e cioè: “che cosa” sta succedendo? Noi medici sappiamo (non sempre certo, ma spesso) che cosa sta succedendo al corpo del paziente, ma il paziente si chiede: “che cosa succede a me?”. E nel me non c’è solo la materia di cui è fatto, ma tutto il resto, le sue emozioni, i suoi progetti, i suoi cari… c’è tutta la sua vita.

Riconoscere che il tempo ha valore “è” un valore: è il primo passo per dargli un significato.

Ma noi, unici detentori del tempo di cura, finiamo per dare a questo tempo il significato che vogliamo noi, che fa comodo a noi. Nell’attesa fuori dalla sala operatoria vediamo la nostra tabella di marcia, con interventi chirurgici estenuanti, e non qualcuno che aspetta da ore che non passano mai, in preda all’angoscia; nel colloquio con un paziente vediamo il suo dolore che vuole investirci, e non abbiamo nessuna voglia di condividere con lui il tempo della tempesta. Eppure riconoscere che il tempo ha valore “è” un valore, è il primo passo per dargli un significato. Victor Frankle nel suo libro L’uomo in cerca di senso dice una cosa di inestimabile importanza: “Colui che ha un perché nella vita può sopportare quasi ogni come”. Dare significato all’attesa vuol dire essere in grado di sopportarla, e aiutare un paziente a dare significato alla sua malattia, imparare, noi medici, a vederla e affrontarla nella sua dimensione “vissuta” è forse trovare una delle armi più potenti che abbiamo in medicina.

Credo che “il senso”, nella malattia, vada innanzi tutto cercato nel tempo in cui essa si sviluppa, in quella corporeità vissuta che comprende tutto l’essere della persona malata. E così pure “il senso” della cura, nascosto nell’infinità di gesti e momenti dei quali noi medici vediamo solo la componente meccanica e misurabile, ma che dischiusi nella loro essenza valoriale possono trasformare il secondo di uno sguardo, di un gesto, di una parola, in minuti, ore o giorni di grande conforto.

I gesti e momenti dei quali noi medici vediamo solo la componente meccanica e misurabile dischiusi nella loro essenza valoriale possono trasformare il secondo di uno sguardo, di un gesto, di una parola, in minuti, ore o giorni di grande conforto.

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