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Introduzione

Silva Bon

Guarigione, una parola vivente

Silva Bon, Testimone di crimini di pace. Storica

Eugenio Borgna – grande psichiatra italiano del Novecento – in uno dei suoi scritti definisce le parole, quelle più importanti, come “creature viventi”. La parola “guarigione” – su cui qui mi soffermo – è una creatura vivente, perché “vive” nel tempo, “trasformandosi” nel suo valore semantico, soprattutto se viene usata nel variegato mondo della psichiatria/delle psichiatrie.

In questo ambito, la parola “guarigione” era una parola fino a qualche tempo fa assolutamente non pronunciata, né – tanto meno – pronunciabile. Era una parola esclusa dal vocabolario medico. Addirittura una parola inconcepibile nella sua stessa possibilità propositiva, proattiva.

Piuttosto, la diagnosi di malattia mentale era una forma di condanna a vita implicita; anche quando non detta chiaramente, una condanna totale e inderogabile. Che partiva dal medico stesso, gettata contro le persone sofferenti di una sofferenza mentale, di una malattia considerata e ritenuta irreversibile e irrecuperabile. Una diagnosi spaventevole. Portava dolore, sconforto, paura. Non solo nelle persone categorizzate come matte, come pericolose. Ma una diagnosi che – a cascata – si riverberava sulla sensibilità dei loro familiari. E portava a conseguenze di rifiuto, di emarginazione, di esclusione dal contesto sociale. Una diagnosi che colpiva come uno stigma negativo. Punitivo e assoluto.

La parola “guarigione” entra nel vocabolario psichiatrico molto di recente, come parola consapevolmente eversiva – e pertanto combattuta e/o negata come irreale. Sono i principi rivoluzionari del pensiero “operativo” di Franco Basaglia, di Franca Ongaro Basaglia e dell’équipe di giovani psichiatri che lavorano con lui a partire dagli anni Sessanta del Novecento, a far nascere nelle persone sofferenti la Speranza; a far intravvedere la possibilità di “vivere la parola guarigione”.

Come Testimone di crimini di pace, come Sopravvissuta, credo non solo che la parola “guarigione” esiste. Ma anzi, che essa deve costituire, per le persone, un obiettivo da raggiungere. Sono stata presa in carico dagli operatori del Dipartimento di salute mentale di Trieste per un lungo periodo di tempo, fin dal 1990, ben più di trent’anni. Oggi credo di poter affermare che una qualche forma di possibile guarigione l’ho raggiunta. Penso che la guarigione è possibile quando le persone che stanno male “decidono” di star meglio, si impegnano, lavorano su sé stesse per superare i momenti più drammatici della sofferenza psichica. Tutto ciò avviene sulla base di una sorta di “contratto terapeutico”, non scritto, ma messo in atto dal/con il medico curante, in una relazione di fiducia proattiva, assolutamente necessaria: gli operatori responsabili possono agire in senso molto concreto, step by step, partendo anche da piccolissime azioni, anche quelle che a volte sembrano lontane da prescrizioni medicali puntuali.

Penso, sorridendo, che dare un pettine a una donna spettinata; dare un maglione buono, lindo e pulito, senza strappi e senza macchie, a un giovane uomo ricoverato … possono costituire momenti migliorativi, microrealtà da cui partire. L’ho visto fare. È toccato anche a me. Un giorno in cui stavo molto male sono andata spontaneamente e autonomamente al Centro di salute mentale di Barcola: ferma sulla soglia ero sul punto di svenire, sfinita dalla sofferenza; l’infermiere dell’accoglienza ha capito senza che io pronunciassi parola; mi ha subito dato un bicchiere d’acqua fresca (!); sono riuscita a stare in piedi; forse stavo un po’ meglio. Eppure ricordo ancora con gratitudine il gesto di quel giovane infermiere.

In tanti anni di frequentazione del Centro ho visto molte persone, che da momenti di estrema sofferenza, di estrema solitudine interiore, si sono aperte verso una possibile sociabilità. Ricordo i loro volti contratti e poi ricordo i loro volti aperti al sorriso. Ho condiviso con tutti loro le possibilità, le opportunità, che sono state costruite, messe in campo, e offerte alla comunità di ricoverati e/o di afferenti ai servizi, di crescere, di costruire salute. Anche partecipare coralmente a gruppi di lavoro seminariali è stata un’esperienza molto positiva. Nessuno metteva in dubbio che “i matti” non riuscissero a capire un discorso di alto spessore scientifico, ad esempio riguardante le nuove teorie e pratiche psichiatriche che si stavano sviluppando in Italia e all’estero!

Siccome la follia non è uguale per tutti – “ognuno è matto a modo suo” – di conseguenza ognuno reagisce in maniera diversa alle possibilità, agli stimoli, alle occasioni che gli sono date per conseguire forme di salute e di vita migliori. E per raggiungere forme di benessere psico – fisico più accettabili e sostenibili rispetto alle esperienze precedenti: quasi esperienze di partenza che motivano un percorso di recovery, di recupero, non sempre facile, ma certamente auspicato. Bisogna avere coraggio; non demoralizzarsi mai; riuscire a cogliere i piccoli traguardi, riconoscerli e in qualche modo accoglierli con positività. E anche riuscire a capire i propri bisogni, individuare le cose che fanno star bene e lavorare per rispondere alle proprie domande di necessità vitale, interiori e materiali. Personalmente, nonostante mi senta ancora invasa da momenti di grande sofferenza, penso, come ho detto, di essere “guarita”. In tutti questi anni ho proceduto poco per volta: a volte come i gamberi, un passo avanti, due passi indietro …  Ma, del resto, la “Guarigione”, intesa come conseguimento di Salute Mentale, non è un fatto assoluto: non si può prescindere dalla salute, non si può prescindere dalla malattia.

Oggi, in questi tempi così difficili, tempi di guerra, tempi in cui imperversano discorsi d’odio, mi sembra prioritario mettere al centro il Bene – essere delle persone: lottare contro violenze, emarginazioni, che trasformano le persone malate, non compiutamente performative e competitive in “scarti” (!). “Scarti”: così sono state chiamate le persone più fragili. In realtà cosificate, sottoposte a contenzione meccanica e farmacologica, a pratiche di elettroshock, non protocolli riabilitativi, ma vere e proprie torture punitive …

Tornando alle “parole viventi” di Eugenio Borgna, è, invece, alla parola “Speranza” che bisogna dar voce.  Per avviare ogni possibile forma/processo di “Guarigione”.