Skip to main content

Confini

Pirous Fateh-Moghadam, Sir Michael Marmot

Pirous Fateh-Moghadam: La guerra, un “gioco” senza confini, Il report

Sir Michael Marmot: Giustizia sociale ed equità nella salute, Il report

Pirous Fateh-Moghadam: La guerra, un “gioco” senza confini

Sulle note di Games without frontiers di Peter Gabriel, Fateh-Moghadam (Dipartimento per la prevenzione, Apss della Provincia autonoma di Trento) apre il suo intervento mettendo subito in chiaro che, sebbene la motivazione ufficiale di ogni guerra sia quella di ristabilire confini o sicurezza, una volta dichiarata, nessuna guerra rispetta più alcun confine. Tutto diventa bersaglio: militari, civili, infrastrutture, strutture sanitarie, scuole, industrie e campi agricoli. Perché l’obiettivo finale di ogni conflitto è quello di distruggere l’ambiente fisico e la fibra sociale di un territorio, con effetti che perdurano nel tempo, anche molto dopo la cessazione delle ostilità. Questo è evidente in tutte le maggiori guerre degli ultimi decenni, da quella condotta dalla Nato nella ex Jugoslavia, a quelle delle coalizioni anglo-statunitensi in Afghanistan e Iraq, alle azioni russe in Cecenia e Siria, fino ai conflitti attuali in Ucraina e Gaza. Non esiste nessun fenomeno altrettanto capace di compromettere i determinanti della salute quanto la guerra. Pertanto, secondo Fateh-Moghadam, per chi lavora in ambito sanitario non sussistono alternative possibili rispetto a quella di assumere una postura di opposizione e prevenzione nei confronti dei conflitti armati, così come è stato sancito anche dalla Carta di Ottawa del 1986, che pone la pace al primo posto tra le risorse per la salute.

Perché allora, si chiede Fateh-Moghadam, non è nato un forte movimento per la pace animato proprio dagli stessi operatori sanitari? Probabilmente perché molti, a partire dal segretario generale della Nato Jens Stoltenberg e dai maggiori leader europei, credono nella deterrenza militare come garanzia di pace, seguendo il detto latino “si vis pacem, para bellum” (se vuoi la pace, prepara la guerra), non concordando sul fatto che la pace si può perseguire solo con mezzi altrettanto pacifici. Se si considerano però tutti i decessi provocati dai conflitti succedutisi a partire dal 1473, quando questa massima ha preso piede in seguito alla prima pubblicazione del libro terzo dell’Epitoma rei militaris di Vegezio che la conteneva, la sua efficacia si dimostra pressoché nulla.

Figlio di padre iraniano e madre tedesca, Fateh-Moghadam si rifà alla sua esperienza personale per spiegare cosa significhi fuggire da una guerra come è successo ai suoi due cugini minorenni che hanno lasciato l’Iran durante il conflitto con l’Iraq per raggiungerlo a Monaco. Varcare i confini geografici di uno stato significa infatti affrontare tutte le difficoltà che nascono dal doversi confrontare con una nuova cultura, lingua, città, scuola e famiglia, come è successo recentemente anche ai tanti profughi ucraini. La possibilità di fuggire dalla guerra o dalla povertà, dalla distruzione ambientale, dalla mancanza di prospettive non è però uguale per tutti, perché è il passaporto, ricorda Fateh-Moghadam citando Hannah Arendt1 e Bertolt Brecht2, a determinare la nostra libertà di movimento: se un tedesco o un italiano si possono muovere in 177 paesi del mondo, un afgano può farlo solo in 40. Siamo quindi ben lontani, continua Fateh-Moghadam, dal veder realizzato il sogno di un mondo senza frontiere e nazioni nel quale sperava il padre di Jorge Luis Borges, come lo stesso scrittore ha raccontato in un’intervista rilasciata nel 1978 nella quale dichiarava assurda l’idea dei confini e delle nazioni, visto che oggi nella sola Europa sono presenti più di 2000 chilometri di muri e recinzioni e che viviamo in un mondo più diviso che mai3. E nonostante Amartya Sen in un suo saggio del 20084 ci abbia messo in guardia dal “vedere il mondo come una federazione di religioni o civiltà, ignorando tutti gli altri modi in cui gli esseri umani considerano sé stessi”, perché “è non solo sbagliato ma anche pericoloso”, purtroppo è quello che facciamo tutte le volte che alziamo davanti ai migranti, anche quando riescono a varcare una frontiera fisica, nuove barriere come quella tra “noi” e “loro”, ingabbiandoci “in rigide identità definite solo da nazionalità e religione”.

Ma quale può essere l’antidoto a tutto questo? Fateh-Moghadam lo trova nel “patriottismo costituzionale” strenuamente sostenuto da Jürgen Habermas come unica alternativa sana alla costruzione di identità nazionali basate su etnia, lingua e territorio5. Perché “l’unico confine che vale la pena rispettare è quello dei diritti umani universali, che permettono a ogni individuo di sentirsi parte di una stessa comunità, rispettandone le differenze. Guerra, militarismo, nazionalismi e fondamentalismi ci spingono fuori da questo perimetro. Sarebbe quindi bello riuscire a rivitalizzare l’ottimismo del padre di Borges e tentare di liberarci da questi flagelli”, conclude Fateh-Moghadam.

A cura di Mara Losi, Il Pensiero Scientifico Editore

Bibliografia
1. Arendt H. Noi rifugiati. Torino: Einaudi, 2022
2. Brecht B. Dialoghi di profughi. Roma: L’Orma Editore, 2022
3. Chao R. Un entretien inédit avec Jorge Luis Borges: ‘L’idée de frontières et de nations me paraît absurde’. Le Monde Diplomatique, agosto 2001
4. Sen A. Identità e violenza. Roma-Bari: Editori Laterza, 2008
5. Habermas J. Staatsbürgerschaft und nationale Identität. In: Faktizität und Geltung. Suhrkamp Verlag, Francoforte sul Meno, 1992


Sir Michael Marmot: Giustizia sociale ed equità nella salute

Durante la sessione di 4words24 dedicata ai confini, Sir Michael Marmot, gradito ritorno all’evento giunto alla sua settima edizione, ha affrontato il tema da un punto di vista concettuale e politico, considerando confini quelli tra gruppi interni alla società, definiti da un punto di vista socioeconomico, etnico e in base allo stato di migrante, e quelli causati dal modo in cui sono organizzati sistema sanitario e società.

Il punto centrale del pluriennale e appassionato lavoro del noto epidemiologo ruota sempre attorno allo stretto legame tra salute e giustizia sociale: la salute è la cartina al tornasole per capire quanto la società sia in grado di venire incontro ai bisogni dei suoi membri, perché diretta è la relazione tra condizione di svantaggio e disuguaglianze di salute e fondamentale diventa quindi rilevare e incidere sui suoi determinanti sociali. Nei principali documenti che ha pubblicato nel corso degli anni1-3, Marmot ha analizzato le cause delle disuguaglianze di salute giungendo a elaborare 8 raccomandazioni da adottare per superarle:

  1. Offrire a ogni bambino le migliori condizioni di partenza all’inizio della vita;
  2.  assicurare a tutti i bambini e ai giovani istruzione e apprendimento permanente;
  3. creare occupazione e buone condizioni di lavoro per tutti;
  4. assicurare un salutare standard di vita per tutti;
  5. creare e incrementare alloggi, luoghi e comunità salubri e sostenibili;
  6. assumere un approccio alla prevenzione basato sui determinanti sociali;
  7. contrastare il razzismo, la discriminazione e i loro effetti (questione particolarmente rilevante se vogliamo considerare anche i confini tra le persone);
  8. perseguire la sostenibilità ambientale e l’equità nella salute.

Sulla base dei suoi studi, molto è stato fatto: orgogliosamente e con il consueto pungente humour, Marmot racconta all’uditorio convenuto a Roma di come in Inghilterra, a livello locale, diverse amministrazioni cittadine (a Coventry, Greater Manchester, Leeds…), in sinergia con associazioni di volontariato, servizi sociosanitari, polizia, vigili del fuoco, abbiano adottato le sue raccomandazioni dichiarandosi “Marmot cities”: se c’è la volontà politica, sottolinea convinto il professore britannico, è possibile intervenire sulle condizioni materiali e sugli aspetti psicosociali della vita delle persone, aumentare l’empowerment dei cittadini restituendo loro voce e controllo sulle proprie vite.

Tuttavia, avverte l’epidemiologo, negli ultimi 5 anni il quadro di riferimento è cambiato: i dati rilevati in Inghilterra mostrano che i provvedimenti governativi hanno impresso un andamento diametralmente opposto rispetto alle sue raccomandazioni. Se prima del 2010 l’aspettativa di vita era andata crescendo di 1 anno ogni 4 per uomini e donne, con l’insediamento del governo conservatore, quel dato ha mostrato una rapida decrescita e con l’impatto della pandemia (nel 2020-2022) è drammaticamente precipitato. Parallelamente, sono andate aumentando anche le disuguaglianze, sia tra gruppi sociali che a livello regionale, e soprattutto l’aspettativa di vita è crollata nelle aree più deprivate del Paese, quelle in cui è andata diminuendo la spesa pubblica per le persone più povere. “Social injustice is killing people on a grand scale”: un’affermazione riportata sulla copertina del report del 2008, purtroppo ancora attuale. Così come torna ad essere attuale la domanda posta all’incipit del libro La salute disuguale: “Perché curare le persone per poi riportarle alle condizioni che le hanno fatte ammalare?”4.

Secondo Marmot, per correggere l’impatto delle disuguaglianze sociali sulla salute sarebbe innanzitutto corretto utilizzare il cosiddetto “universalismo proporzionato”: concentrarsi solo sui più bisognosi fa perdere di vista lo svantaggio in termini di salute di quanti si situano al di sopra della soglia fissata per intervenire, mentre è necessario che le politiche e le strategie siano proporzionate ai bisogni. In Inghilterra i provvedimenti governativi hanno seguito un approccio inverso, ossia di fronte alla maggiore deprivazione, al maggior bisogno, maggiore è stata la riduzione della spesa: -17% nel 20% delle aree meno deprivate e -32% nel 20% delle aree più deprivate! Una politica di austerità che tra il 2010 e il 2020 ha apportato tagli alla spesa pubblica di circa 200 miliardi di euro all’anno non può non aver avuto un ruolo sul peggioramento della salute dei cittadini, sulla riduzione del numero di infermieri, sullo stato delle istituzioni scolastiche e dei servizi sociali. Una manovra rivendicata come una necessità economica e morale di cui Marmot invece smaschera il carattere politico, rivelando le pesanti ripercussioni che ha avuto sulla vita delle persone, soprattutto dopo la Brexit. Anche a livello locale in Inghilterra, nelle aree con minore aspettativa di vita la spesa pubblica è stata tagliata del 50%: in quale universo morale, si chiede indignato Marmot, è giusto fare una cosa simile?

Sulla base dei dati relativi al reddito riportati dal Financial Times, l’epidemiologo mostra che, confrontato con altre nazioni (Svizzera, Norvegia), il Regno Unito si rivela un Paese povero e malato. E ciò a causa della mancata equa distribuzione del reddito e della ricchezza, del benessere e della salute. Casa, riscaldamento, luce, cibo, abiti, igiene personale: se è vero che l’indigenza è definita dalla mancanza di due tra questi sei bisogni essenziali, i dati del Joseph Rowntree Foundation che Marmot porta a 4words dimostrano come nel 2022 nel Regno Unito circa un milione di bambini si trovava in stato di indigenza, un aumento di 2,5 volte in 5 anni. Secondo la Report card 18 dell’Unicef, poi, su 39 Paesi, il Regno Unito è quello con la maggiore crescita dei tassi di povertà tra i bambini. I costi degli alloggi che pesano in particolare su specifici gruppi etnici (persone provenienti ad esempio da Bangladesh o Pakistan); il numero di richiedenti asilo che a Londra beneficiano di assistenza cresciuto drammaticamente (e a cui il governo britannico pensa di porre rimedio spedendone qualche centinaio in Ruanda); il 20% di persone che dichiara di essere trattata in maniera ingiusta a causa del proprio gruppo etnico; i migranti che hanno una probabilità decisamente superiore alla media di trovarsi in stato di indigenza… anche queste condizioni creano confini di cui occuparsi, ci ricorda Marmot.

L’elenco di questi dati negativi non riesce tuttavia a demoralizzare l’epidemiologo: forte del suo “ottimismo evidence-based” e con il suo spirito di entusiasta e coinvolgente motivatore, Marmot racconta che è aumentata la letteratura dedicata ai determinanti sociali della salute; che sta crescendo il movimento globale a sostegno dell’equità nella salute; che è stato nominato co-presidente dell’Unaids e che, di recente, Keir Starmer, leader del Labour Party, sebbene solo nell’appendice tecnica del suo programma di interventi sulla salute, ha inserito come impegno del futuro governo laburista quello di far diventare l’Inghilterra un “Marmot country”. Sono segnali positivi che rendono possibile la speranza. Per questo, in conclusione, Marmot chiede anche al pubblico di 4words di unirsi a lui nel sostenere la causa di una più equa distribuzione della salute nel mondo.

A cura di Silvana Guida, Il Pensiero Scientifico Editore

Bibliografia
1. Commission on the Social Determinants of Health. Closing the gap in a generation: health equity through action on the social determinants of health. Final report of the Commission on Social Determinants of Health. Geneva: World Health Organization, 2008
2. Marmot Review Team. Fair society, healthy lives: strategic review of health inequalities in England post 2010. London: Marmot Review, 2010
3. Marmot M, Allen J, Boyce T, et al. Health equity in England: the Marmot Review 10 years on. London: Institute of Health Equity, 2020
4. Marmot M. La salute disuguale. La sfida di un mondo ingiusto. Roma: Il Pensiero Scientifico Editore, 2016