(R)evolution

Todd Ponsky, Kathrin Cresswell, Giuseppe Recchia, Davide Bennato

Todd Ponsky: la sovversione digitale, la conoscenza medica senza pregiudizi [Leggi la versione in inglese] Il report | Il video

Kathrin Cresswell: digitalizzazione in Sanità, non è tutto oro quello che luccica [Leggi la versione in inglese] Il report | Il video

Giuseppe Recchia e Davide Bennato: rivoluzione digitale, prenderne parte o essere trasformato? [Leggi la versione in inglese] Il report | Il video

Todd Ponsky: la sovversione digitale, la conoscenza medica senza pregiudizi

“Parleremo di un problema. E il problema è che oggi non stiamo facendo un gran bel lavoro nella condivisione delle conoscenze. Ma parleremo anche di come nell’era digitale diverremo capaci di migliorare questo processo”. È una dichiarazione (e confessione) di intenti e di obiettivi importanti l’incipit dell’intervento di Todd Ponsky nell’ultima sessione – (R)Evolution – dell’edizione 2020 di 4words. Chirurgo pediatrico al Cincinnati children’s hospital, Ponsky si occupa, tra l’altro, di telementoring, tecniche di riparazione endoscopica e innovazione nel campo della formazione medico-chirurgica.

E da innovatore non può che mantenere fisso lo sguardo verso il futuro partendo però da una certezza, che appartiene almeno a tutto l’ultimo decennio: tra le industrie l’editoria è quella maggiormente in cambiamento, anzi in disfacimento (disrupted). Le attività di vendita di riviste e giornali in Gran Bretagna, per esempio, riportano costantemente un segno ‘meno’ a partire dal 2000, senza che nulla faccia pensare a una inversione di rotta, al contrario. E l’editoria medico-scientifica come si colloca in questo processo irreversibile di disgregazione? Seguendo, evidentemente, la stessa china.

Secondo Ponsky, la medicina accademica, e con essa l’editoria medica tutta, sta sperimentando un incremento esponenziale di pubblicazioni e quindi di conoscenze: se negli anni cinquanta la letteratura raddoppiava ogni 50 anni (1 volta ogni 5 decadi, ndr), oggi il numero di pubblicazioni scientifiche disponibili raddoppia ogni 73 giorni (poco meno di 60 volte in una decade, ndr), attestandosi attualmente sui circa 2,5 milioni di nuovi contenuti l’anno. Ora, la proliferazione esponenziale delle pubblicazioni mediche si porta dietro un problema nuovo, quello di come riuscire a rimanere aggiornati, dovendo rispondere a una domanda fondamentale: “cos’è importante leggere, sapere, conoscere?”. Perché se tra quei 2,5 milioni di contenuti nuovi non siamo in grado di individuare cosa è importante, abbiamo un problema. Anzi, abbiamo il problema. La rilevanza della questione è tale per cui si rende necessario trovare un nuovo modo di condividere le informazioni e le conoscenze.

Ed ecco che entra in gioco la “sovversione”, la rivoluzione digitale. “Leggeremo libri di testo di dieci anni fa, parteciperemo alle riunioni delle società mediche spendendo migliaia di dollari di viaggio per essere aggiornati sulle novità, e poi leggeremo le riviste… Ma questa non è la risposta – conclude Ponsky – perché le riviste costano troppo e non in tutto il mondo si hanno le stesse opportunità”. Quello che pertanto va cercato è il modo più efficace per “democratizzare” la conoscenza medica, rendendola alla portata di tutti, e permettendo anche ai paesi meno ricchi di accedere alle medesime informazioni.

Citando Andrew McAfee, e mantenendo a mo’ di fil rouge la domanda “cosa è importante?”, sono tre le soluzioni che l’era digitale mette a disposizione della conoscenza medica e dei medici e chirurghi:

  1. Il machine learning;
  2. Il crowd-sourcing;
  3. Le nuove piattaforme digitali.

1. Si parla spesso di buono e di cattivo uso dell’intelligenza artificiale, ma difficilmente se ne possono negare le potenzialità. In particolare, attraverso algoritmi e “word clusters”, l’intelligenza artificiale potrebbe, perché no, aiutarci a identificare ricerche di buona qualità (prima e dopo il processo di peer-review) con il vantaggio – tra l’altro – di evitare bias verso autori o istituzioni o posizioni particolari. Bias che nel caso dei board editoriali tradizionali non è facile neutralizzare, almeno non del tutto. Inoltre attraverso il machine learning si potrebbe non da meno creare elenchi personalizzati di letture che includano articoli essenziali colmando anche lacune di conoscenza personali. Forse allora, dice Ponsky, l’intelligenza artificiale potrebbe aiutarci proprio a rispondere a quella domanda principe, permettendoci di determinare cosa è importante.

2. Folla o singoli esperti? Secondo Ponsky “dobbiamo cominciare ad abbracciare la folla, e smetterla di focalizzarci sugli esperti (these people that we think are the experts)”. Ma nonostante l’audience disinformata sia “brilliant” e garantisca più alte percentuali di risposte corrette (l’esempio del quiz “Who wants to be a millionaire” è azzeccato), continuiamo a fidarci più degli esperti. La direzione da seguire d’altronde è già segnata, ed è quella indicata dal network Social Science Research Network (Ssrn), un sito crowd-based, senza board editoriale, dove gli autori sottopongono articoli e ricerche e la folla decide quali sono le più importanti. Tutto free. Perché d’altronde “la conoscenza scientifica sarà condivisa gratuitamente: ve lo prometto” parola di Ponsky. Come per l’intelligenza artificiale, allora, anche la folla permetterà di identificare la ricerca migliore grazie a piattaforme open source dove gli articoli e gli studi saranno crowd peer-reviewed, in assenza quindi di board editoriali, e – di nuovo – a bias ridotto, si potrebbe dire.

3. Le piattaforme digitali e i formati multimediali di diffusione e distribuzione dei contenuti sono infine gli strumenti che l’era moderna mette a disposizione per diffondere efficacemente conoscenza. Non di meno quella medico-scientifica. Anzi, aderendo pienamente a questi strumenti “la medicina accademica entrerà nel ventunesimo secolo, ampliando la sua portata fino a raggiungere destinatari diversi, internazionali e di generazioni differenti”, dichiara Ponsky. Ma non saranno tanto i social media a rappresentare le nuove piattaforme digitali della conoscenza medica, quanto piuttosto piattaforme sicure create ad hoc i cui contenuti spazieranno da articoli, a rassegne video, a podcast su linee guida di terapie farmacologiche, e sulle quali sarà possibile far incontrare virtualmente persone mettendole a confronto e in dialogo. E anche in questo caso “it’s free to the world”.

Tra le soluzioni dell’era digitale ripercorse da Ponsky, l’intelligenza artificiale fornisce un efficace strumento per condividere le nuove e numerose conoscenze in ambito di tecniche chirurgiche. La domanda è come utilizzare la tecnologia digitale per migliorare l’adozione procedurale da parte dei chirurghi, e in altre parole come i medici possono operare e applicare nuove procedure in modo più sicuro invece di andare a tentativi. Da qui, il “telementoring” che permette a un chirurgo che sta operando in sala di avere il supporto virtuale, in remoto, di un collega con il vantaggio, non da poco secondo Ponsky, di interrompere quella che si potrebbe definire “la solitudine del chirurgo”: “i piloti hanno un co-pilota, ma i chirurghi spesso operano da soli… Penso che se stai imparando una nuova tecnica, dovresti avere aiuto”. Sarebbe folle il contrario. Eppure si tratta di una questione controversa: un supporto di “telementoring” chirurgico può essere fatto e indirizzato da chi e a chi abbia già una certa esperienza, non in caso di inesperienza delle procedure su cui dovrebbe essere applicato. E spesso, purtroppo, mancano chirurghi esperti disposti a fornire un aiuto del genere ai colleghi. Perché allora non ricorrere all’intelligenza artificiale? Caricando, per esempio, video e immagini in un sistema di apprendimento automatico che possa aiutare a evidenziare determinati pericoli di una certa procedura e dispensare consigli utili perché la stessa vada a buon fine. Si è ancora lontani da un simile risultato, ma – come per le piattaforme open-source – la direzione è indicata.

“La medicina accademica verrà sovvertita; porremo fine ai bias utilizzando metodi alternativi, decidendo cosa è importante; porremo fine alla solitudine dei chirurghi e forniremo modi migliori per apprendere nuove tecniche a chirurghi e medici; democratizzeremo la conoscenza medica perché la conoscenza medica dovrebbe essere gratuita”. Si chiude così l’intervento di Todd Ponsky. Una chiusura tutta al futuro… semplice.

A cura di Manuela Baroncini, Il Pensiero Scientifico Editore

Bibliografia
[1] McAfee A, Brynjolfsson E. Harnessing our digital future. Machine platform crowd. New Yor/London: W.W. Norton & Company, 2017.
[2] Surowiecki J. The wisdom of crowds. Anchor Books eBooks, 2005.

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Kathrin Cresswell: digitalizzazione in Sanità, non è tutto oro quello che luccica

I programmi di digitalizzazione e informatizzazione dei servizi sanitari nazionali, per essere efficaci e rappresentare un vero progresso, debbono essere preceduti dalla creazione di una reale “maturità digitale” almeno in una parte dei responsabili, così che possano trainare l’intero sistema. E una volta avviati, tali programmi – se valutati con l’utilizzo di scale di misurazione di efficacia troppo “ambiziose” come l’Healthcare information and management systems society (Himss) adottato dal National health service (Nhs) britannico – possono soffrire di un effetto boomerang quando le strutture sanitarie si rendono conto di essere molto lontane dall’eccellenza, il che porta a disillusione e persino burnout negli operatori sanitari. Lo ha affermato Kathrin Cresswell, Chief scientist office, chancellor’s fellow, director of Innovation all’Usher institute, presso l’University of Edinburgh, nel suo intervento durante la quarta riunione annuale “4words ‒ Le parole dell’innovazione in sanità”, svoltasi a Roma il 30 gennaio 2019 presso il Centro congressi “Roma Eventi – Fontana di Trevi”.

La Cresswell per prima cosa ha raccontato il percorso ad ostacoli del Nhs britannico riguardo alla “trasformazione digitale”, nonostante le ottime premesse. Nei primi anni novanta infatti il Nhs era sicuramente il sistema sanitario nazionale più informatizzato d’Europa, con oltre l’80 per cento degli ambulatori di medicina generale computerizzati e nel 1998 il National programme for IT stanziava la bellezza di 16 miliardi di dollari per mettere in rete il sistema. “Qualcosa però è andato storto: costi troppo elevati, gravi carenze di usability dei sistemi informatici adottati, mancanza di coinvolgimento delle autorità locali e professionali nel decision making e nelle scelte strategiche: fatto sta che nel 2011 il Nhs alza bandiera bianca e sostanzialmente abbandona il progetto di una informatizzazione su larga scala, lasciando campo libero alle singole iniziative in merito”. Nel 2016 il National advisory group on health information technology in England, un team di ricercatori guidati da Robert Wachter, preside della facoltà di Medicina dell’University of California di San Francisco, pubblica il report intitolato “Making IT work: harnessing the power of health information technology to improve care in England”1, un documento che comprende – oltre ad una lucida analisi della situazione britannica – alcune importanti raccomandazioni: “Come al solito se hai un problema nella tua nazione (e lo sai già) quello che succede è che incarichi di fartelo notare qualcuno di esterno – in questo caso uno studioso statunitense – e allora improvvisamente i policymaker si accorgono che il problema c’è! Wachter nel report fa notare che occorre costruire innanzitutto la capacità stessa di sviluppare una strategia di digitalizzazione creando (essendoci fondi limitati) un gruppo di leader nel campo della Digital Health e pochi centri d’eccellenza in questo campo, che possano guidare il processo” commenta la Cresswell.

Un percorso accidentato ma sicuramente virtuoso? Non necessariamente, è questo il paradosso secondo la ricercatrice: “Le tecnologie sanitarie informatiche e digitali si associano a dei rischi che devono essere presi in considerazione, ad esempio per quanto attiene l’interpretazione dei dati e l’integrazione con altri sistemi informativi sanitari. Abbiamo molti esempi di un utilizzo sicuro delle tecnologie ma anche molti di un utilizzo non sicuro. Per loro natura, si riferiscono a fattori sia tecnologici che sociali. Per esempio, i sistemi di supporto alle decisioni cliniche possono essere molto efficaci nel migliorare il processo decisionale dei medici prescrittori, ma possono anche introdurre nuove minacce per la sicurezza associate allo stress da troppi alert: i medici prescrittori dovendo gestire così tante segnalazioni di alert rischiano di ignorarle e di perdere quelle potenzialmente importanti. Le valutazioni qualitative a scopo formativo che tracciano i rischi emergenti potrebbero contribuire a mitigare potenziali conseguenze negative. Insomma la tecnologia non è una soluzione a tutti i problemi sanitari. Questo è un vero problema nel dibattito pubblico, poiché la tecnologia viene spesso presentata in base a determinate premesse che potrebbero non essere necessariamente supportate da prove scientifiche. Ad esempio, ai medici viene spesso detto che le cartelle cliniche elettroniche fanno risparmiare tempo lasciandone di più per l’assistenza ai pazienti. Al contrario, le cartelle cliniche elettroniche tendono ad aumentare il tempo dedicato alle attività di caricamento dei dati. Di conseguenza, ora tra i medici esiste una sorta di burnout digitale, una vera e propria sofferenza nel registrare continuamente elevate quantità di dati informatici che rappresenta un rischio reale per l’implementazione, l’adozione e l’ottimizzazione di successo di tali tecnologie”.

Qual è l’eccellenza in questo campo, il golden standard da raggiungere? “L’eccellenza, per citare Aristotele, è una routine che può essere messa a punto grazie all’esperienza”, sottolinea la Cresswell. “Ma nel caso di IT non c’è un endpoint definito, il che porta con sé alcuni problemi, soprattutto nella progettazione e nella implementazione di progetti su larga scala: se non c’è accordo su quale sia il golden standard da raggiungere e non esiste un obiettivo definito, non c’è accordo nemmeno su come misurare l’eccellenza digitale in sanità e quindi esiste un bisogno profondo di misure quantitative che dimostrino i progressi e giustifichino gli investimenti. Proprio a questo scopo nasce l’idea nel Nhs di adottare l’Analytics electronic medical record adoption model messo a punto dall’Himss per avere una scala di misurazione di efficacia della “digital maturity”. La scala va da 0 a 7, ma la percentuale di strutture che riescono a raggiungere il livello 7 è bassissima”. L’adozione della scala Himss ha senz’altro fornito una visione e un obiettivo comuni, oltre a fornire uno strumento in grado di tracciare il progresso digitale delle strutture sanitarie (in step analizzabili uno ad uno) in modo da giustificare gli investimenti pubblici, “ma ci sono alcune importanti limitazioni e soprattutto alcune conseguenze negative non volute, per esempio la spinta a modificare la propria strategia IT in funzione del raggiungimento del livello 7 Himss e non delle necessità precise della propria struttura”, ha concluso la Cresswell.

A cura di David Frati, Il Pensiero Scientifico Editore

Per approfondire

[1] Wachter RM. Make IT Work: harnessing the power of health information technology to improve care in England. National Advisory Group on Health Information Technology in England.

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Rivoluzione digitale: prenderne parte o essere trasformato?

Giuseppe Recchia, della Fondazione Smith Kline, aprendo la sessione dedicata alla (r)evolution, alla cosiddetta rivoluzione digitale, ha scelto di soffermarsi sulla rivoluzione avvenuta in campo musicale. “Il digitale ha già fatto diverse trasformazioni, basta pensare alla musica. Fino agli anni ’80 avevamo i vinili, mentre i giovani di oggi probabilmente non sanno neanche come maneggiarli. Poi sono seguiti i cd, che rendevano la musica già un qualcosa di digitale, e iTunes, con cui si era proprietari di quello che si scaricava, ma la musica era completamente immateriale. E la rivoluzione si è compiuta nel 2006 con Spotify perché ora non siamo più padroni di quello che ascoltiamo”. Ma di fronte a queste trasformazioni come si comporta l’essere umano? Secondo Recchia, ha due possibilità: prenderne parte o essere trasformato. “E il mondo musicale – conclude – non è tanto diverso da quello sanitario. La rivoluzione digitale c’è e trasformerà il nostro modo di lavorare nei prossimi anni”.
“La sessione dedicata alla (r)evolution è stata molto interessante perché con i due interventi è riuscita a mettere insieme due prospettive diverse: una più legata al paziente, l’altra maggiormente organizzativa”. A chiudere l’ultima sessione del congresso 4words è stato Davide Bennato, professore di sociologia all’Università di Catania, che ha tirato le fila in seguito alle relazioni di Todd Ponsky, chirurgo pediatra al Cincinnati children’s hospital, e di Kathrin Cresswell, direttrice dell’unità Innovation dell’University of Edinbourgh. “Possiamo dire che (r)evolution vuol dire quindi attenzione al paziente, ma soprattutto alle comunità, essendo questo l’unico modo per affrontare le complessità del mondo contemporaneo”.

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