Introduzione

Forward, un cantiere aperto

Luca De Fiore e Antonio Addis

Gruppo di lavoro Forward

 

Il progetto Forward è un esperimento: serve a vedere se si può ragionare sulla sanità (e sul mondo, per molti aspetti) che sta cambiando, innanzi tutto ascoltando gli altri e senza avere la pretesa (e neanche l’obiettivo) di arrivare a un punto che vada bene a tutti. Anche la prima riunione annuale di Forward4words. Le parole dell’innovazione in sanità – è stato un esperimento per molte ragioni.

Per il format di svolgimento della giornata. Il meeting di un progetto che si basa sull’ascolto (quattro survey realizzate nel 2016 che hanno coinvolto quasi 7 mila professionisti sanitari) doveva necessariamente prevedere uno spazio adeguato per la discussione. Per questo, ogni sessione (ciascuna dedicata a un tema riconducibile a una parola chiave) era articolata su due relazioni integrate da un confronto aperto da un discussant e chiuso da un chairman. Tutti i relatori, nelle settimane precedenti il convegno, hanno ricevuto in anticipo il materiale e i contenuti delle relazioni oltre ai documenti oggetto degli approfondimento del gruppo di lavoro Forward. Questo si è rivelato uno degli aspetti più complessi da governare per la difficoltà di focalizzare i singoli interventi su pochi messaggi. Nel complesso, però, la discussione è stata ampia e ha coinvolto molti dei presenti al convegno.

Per il modo con cui è stato programmato e pubblicizzato l’evento. La giornata è il passaggio finale di un percorso durato un anno e che ha dedicato tempo e risorse all’approfondimento dei temi discussi. Data e programma della giornata sono stati decisi a fine novembre 2016: solo due mesi di tempo per promuovere il convegno. Si è ricorso a lettere di invito personali e a Twitter: a 20 giorni dal meeting le registrazioni avevano esaurito la capienza massima della sala (250 posti). Usare i social media per pubblicizzare un evento si è dimostrata un’ottima idea, efficace e relativamente poco costosa, ma può creare difficoltà se – rivolgendosi a un pubblico molto ampio – una comunicazione continuativa o particolarmente incisiva si traduce in una domanda maggiore dell’offerta. La disseminazione dei contenuti del meeting è stata molto intensa soprattutto nel giorno di svolgimento: 695 tweet. Oltre 100 anche nei giorni successivi, così che anche chi è rimasto a casa o al lavoro ha potuto seguire il convegno grazie ai commenti di chi ha partecipato. Un numero molto alto di tweet in rapporto a quello dei partecipanti (320).

Per l’interdisciplinarità degli argomenti. In un’epoca di esasperato specialismo, organizzare un meeting su temi del tutto trasversali alla medicina e alla sanità può essere rischioso. #4Words was real innovation: fruitful reflections & discussions, not trivial, commentava il ricercatore del Mario Negri Antonio Clavenna tornando in treno a Milano. Non mi sono fatta un’idea, ma ne ho portate a casa tante, ha twittato la giornalista Roberta Villa. È probabile che quello dei partecipanti – molti entusiasti dell’incontro – non fosse un campione rappresentativo, ma l’esito del convegno sembra incoraggiare l’organizzazione di eventi di carattere interdisciplinare.

Qual è il risultato? Se oggi crollasse l’università Gregoriana, la sanità italiana non andrebbe più avanti. Il commento di uno dei presenti è un po’ irrispettoso nei confronti di chi non è riuscito a essere presente al convegno, ma rende l’idea della qualità dei partecipanti, del tutto coerente con quella della faculty. Una delle poche occasioni in cui si ritorna a casa arricchiti e pieni di entusiasmo, ci ha scritto Silvio Garattini l’indomani. Persone competenti si sono confrontate su quattro questioni che già oggi influenzano non solo la programmazione ma anche il quotidiano del servizio sanitario. Questioni complesse sulle quali è comunque difficile giungere oggi a un consenso.

Qualcuno ritiene che la distanza tra i punti di vista che in diverse occasioni si è manifestata sia dovuta a un gap generazionale, ma non è così dal momento che la prudenza nei confronti della “novità” è giunta talvolta proprio dalle persone più giovani: basti pensare al dibattito sulla medicina di precisione. La dialettica è innescata piuttosto dai vissuti personali o dalle proprie esperienze di ricerca: a costituirsi come possibile terreno comune è la condivisa sollecitazione al cambiamento. La premessa per riuscirci è nella disponibilità all’ascolto, come ha sottolineato Ciro Cattuto nella chiusura del proprio intervento. È un punto importante: chiudersi nei propri specialismi sarebbe un errore ed è indispensabile guardare al nuovo certamente con un occhio disincantato ma con la necessaria curiosità. Difficilmente l’innovazione si manifesta in modo dirompente e molto più spesso il cambiamento è frutto di miglioramenti incrementali. Questo dobbiamo aspettarci – e augurarci – sia nel caso della medicina di precisione, sia in quello della data science. Non premiare la migliore ricerca in questi settori potrebbe rivelarsi un errore.

Non abbiamo voluto aggiungere parole per “concludere” la giornata del 26 gennaio: forward è un cantiere aperto e vorremmo restasse tale. Nella propria relazione, Sally Crowe ha citato Hilda Bastian: Resist certainty. Stay in the difficult places. Listen to and work with those you disagree with. Applaudite e riprese da molti, queste parole sono il migliore messaggio da portare a casa dopo l’incontro.

 

Articolo pubblicato anche su Sanità 24 − Il Sole 24 Ore

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