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    Formare cittadini consapevoli 

22 Maggio 2019

Formare cittadini consapevoli 

La sostenibilità passa attraverso consumi “consapevoli”? – Francesca Forno, Paolo Graziano
Alimentazione sostenibile: di che cosa parliamo? – Enrica Lapucci
Crescere sostenibili, e in salute Daniela Porta

La sostenibilità passa attraverso consumi “consapevoli”?

Come le scelte di acquisto e di consumo siano importanti. Anche per la coesione sociale

Francesca Forno, Dipartimento di sociologia e ricerca sociale, Università di Trento, Osservatorio internazionale per la coesione e l’inclusione sociale di Reggio Emilia
Paolo Graziano , Dipartimento di scienze politiche, giuridiche e studi internazionali, Università di Padova, Osservatorio Internazionale per la coesione e l’inclusione sociale di Reggio Emilia

Le scelte di acquisto e di consumo sono di fondamentale importanza per la sostenibilità, sia sotto il profilo ambientale sia da un punto di vista sociale. Questo aspetto risulta ancora più vero nelle cosiddette “società dei consumi”, il cui modello economico si basa sulla crescente produzione e sul continuo acquisto di merci. Oggi infatti il consumo è diventato un elemento centrale nella costruzione della nostra identità. Si consuma per distinguersi o per sentirsi parte di qualcosa. Un cambiamento, questo, che se da un lato si lega a forme di consumo eccessivo, in fasce sempre più ampie della popolazione, dall’altro sembra aiutare il diffondersi di scelte di acquisto che tengono conto non solo del prezzo e della qualità percepita dei prodotti, ma anche del comportamento dei produttori e della sostenibilità ambientale e sociale dell’intera filiera produttiva. Così facendo l’economia si ricontestualizza nel sociale, tornando ad essere uno strumento a servizio del benessere collettivo. Ne sono esempio tutte quelle iniziative che negli ultimi anni hanno reso il consumo critico una forma di lotta in sostegno ai lavoratori, contro la mafia, o con le campagne di denuncia del caporalato e a supporto dei migranti che nelle campagne del Suditalia vivono vere e proprie forme di schiavitù.

A livello internazionale il consumo responsabile è sempre più al centro dell’attenzione, come attesta l’obiettivo numero 12 dei sustainable development goals, l’Agenda 2030 per uno sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite. Nonostante un certo ritardo rispetto agli altri paesi europei – in particolare quelli del Nordeuropa – anche in Italia il consumo responsabile sta assumendo rilievo, con il moltiplicarsi di iniziative di consumo critico positivo e il diffondersi di iniziative di buycottaggio (l’acquisto consapevole) dopo la fine del periodo delle grandi campagne di boicottaggio degli ultimi anni novanta. Ciò ha provocato due cambiamenti all’interno delle organizzazioni dell’economia ecosolidale: da un lato, si osserva una variazione di scala d’azione di molte organizzazioni prima impegnate in campagne internazionali che sempre di più tendono ad assumere una dimensione locale; dall’altro, questo ha portato al cambiamento del profilo del consumatore critico.

Il consumo è diventato un elemento centrale nella costruzione della nostra identità.

I numeri del consumo critico
Il Rapporto sul consumo responsabile in Italia 2018, infatti, permette di fare chiarezza su un fenomeno ancora poco studiato con dati aggiornati e rappresentativi della popolazione italiana e di fare un confronto tra la situazione odierna e quella dell’inizio degli anni duemila. I dati sono stati raccolti tramite una survey promossa dall’Osservatorio internazionale per la coesione e l’inclusione sociale (Ocis) e condotta da Swg nel febbraio del 2018 su un campione di un migliaio di cittadini italiani maggiorenni, seguendo le stesse domande del sondaggio del novembre 2002. Confrontando i risultati emerge un significativo incremento – dal 28,5 per cento del 2002 al 63,4 per cento del 2018 – di cittadini che ha dichiarato di aver fatto scelte di consumo responsabile. In particolare, le persone che hanno adottato scelte di consumo critico – ovvero che hanno comperato beni e servizi da imprese che dichiarano di rispettare il divieto di sfruttare il lavoro minorile, che contengono al minimo l’inquinamento e che devolvono una parte del loro profitto affini di beneficienza – sono il 30,3 per cento rispetto all’11,3 per cento del 2002. Chi ha acquistato, anche se sporadicamente, generi del commercio equo e solidale è il 37,3 per cento rispetto al 16,3 per cento del 2002. Invece, il 51,7 per cento, il quadruplo rispetto al dato del 2002, ha dettato le proprie scelte di consumo a uno stile di sobrietà e ha acquistato beni e servizi facendo attenzione al consumo energetico e alla quantità di rifiuti prodotti. Solo il 7,5 per cento degli intervistati ha affermato di aver preferito viaggi di turismo responsabile, un turismo che limita viaggi nei paesi non democratici, entra in contatto con gli usi e i costumi dei paesi, fa conoscere l’attività dell’economia solidale locale. Infine, il 10,6 per cento del totale degli intervistati ha comprato prodotti tramite i gruppi di acquisto solidale.

Anche per quanto riguarda il profilo del consumatore critico si notano cambiamenti. Nel 2002, infatti, le persone che avevano fatto una scelta di consumo responsabile erano in maggioranza di genere femminile e erano principalmente giovani tra i 28 e i 35 anni. Oggi, invece, si è ridotto il divario tra uomini e donne e l’età media dei consumatori responsabili si è alzata, attestandosi tra i 55 e i 64 anni. Inoltre, se nel 2002 il 52,6 per cento di loro aveva un elevato titolo di studio, il 27,4 per cento un titolo fino alla scuola superiore e solo l’11 per cento un titolo pari alla scuola dell’obbligo, negli anni questa differenza si è ridotta, dal momento che il consumo responsabile sta iniziando a coinvolgere anche i meno istruiti. Diversamente da quanto accadeva nel 2002, però, oggi spicca la percentuale di studenti: sono ben l’82,9 per cento. Inoltre, diminuiscono le differenze tra aree geografi che, nonostante al sud si continuino a registrare dati più bassi. Se, però, nel 2002 il consumo critico era un fenomeno strettamente urbano, oggi i dati evidenziano la scomparsa della differenza tra grandi e piccole città. Il consumo responsabile, quindi, non solo sembra aver diminuito la sua caratterizzazione elitaria, ma, secondo i nostri dati, non ha più solo una dimensione metropolitana. L’aspetto che, forse, colpisce di più riguarda la componente di impegno politico del consumatore critico: nel 2002, infatti, era maggiore la percentuale di coloro che individuavano il consumo critico come uno strumento per intervenire sulle ingiustizie sociali; oggi, invece, cresce la percentuale degli intervistati che ha risposto di aver optato per pratiche di consumo responsabile perché interessato alla migliore qualità dei prodotti.

Movimenti dal basso e dall’alto
Occorre tenere a mente che negli ultimi anni sono aumentati i soggetti che invitano i cittadini a far uso del loro “potere della busta della spesa” con il fine di influenzare le regole del mercato e della politica. Il boicottaggio così come il buycottaggio mirano infatti a influenzare il comportamento di aziende produttrici invitando i cittadini a favorire l’acquisto di certi prodotti sulla base di scelte che tengano in considerazione le politiche delle imprese in materia di tutela dell’ambiente, dei diritti umani e di equità e giustizia. Inoltre, il dato relativo alla crescita della percentuale di chi dichiara di aver adottato nelle proprie scelte quotidiane principi di sobrietà sembra mostrare un atteggiamento più consapevole da parte del consumatore. Aumento collegabile, almeno in parte, alla crisi economica che potrebbe aver spinto a una maggiore presa di coscienza di che cosa si sta per acquistare.

Senza dubbio, questo aspetto potrebbe rappresentare un’opportunità a patto che si lavori per incrementare l’informazione, l’educazione e la produzione sostenibile. Soprattutto nei piccoli centri, dove il consumo responsabile è in crescita e dove sarebbe importante rilanciare l’economia locale, potrebbe essere efficace adottare politiche di sostegno alle modalità di acquisto sostenibile, come i mercati a chilometro zero, l’abbattimento della tassa per occupazione di suolo pubblico o lo sviluppo di comunità che possano facilitare l’acquisto e la vendita di prodotti che rispettano l’ambiente e il lavoro. La consapevolezza e l’azione individuale, infatti, non sono sufficienti: sono necessarie anche quelle delle istituzioni.

maggio 2019


Alimentazione sostenibile: di che cosa parliamo?

Un’intuizione di ieri, un’evidenza di oggi e un’azione per il futuro

Enrica Lapucci, Dipartimento di epidemiologia, Servizio sanitario regionale del Lazio, Asl Roma 1

Il concetto di dieta sostenibile risale alla fine degli anni ottanta con riferimento a una alimentazione aderente alle raccomandazioni nutrizionali e, allo stesso tempo, a basso deterioramento e consumo delle risorse naturali [1]. Da allora il concetto si è ampliato e nel 2010, al simposio internazionale della Fao, vengono esplicitate tutte le dimensioni coinvolte nel concetto di dieta sostenibile: “diete a basso impatto ambientale che contribuiscono alla sicurezza alimentare e nutrizionale, nonché a una vita sana per le generazioni presenti e future. Le diete sostenibili concorrono alla protezione e al rispetto della biodiversità e degli ecosistemi, sono culturalmente accettabili, economicamente eque e accessibili, adeguate, sicure e sane sotto il profilo nutrizionale e, contemporaneamente, ottimizzano le risorse naturali e umane” [2]. In altri termini si sposta la visione da un approccio unidimensionale, ovvero quello dell’adeguatezza nutrizionale, a un approccio multidimensionale, che mette in connessione le tre dimensioni della dieta – disponibilità, accessibilità e scelta degli alimenti – con il mantenimento della salute nel lungo periodo e la sostenibilità ambientale. Nell’era del contrasto ai cambiamenti climatici il concetto di alimentazione sostenibile soddisfa, dalla sua stessa formulazione, i requisiti per possibili interventi che mirano ai cosiddetti cobenefici di salute, che consentano cioè di mitigare il cambiamento climatico e contemporaneamente di prevenire molte malattie croniche. D’altra parte, l’importanza di un approccio che promuova la qualità della vita umana e l’integrità dei sistemi naturali rappresenta oggi, una tra le sfide più importanti del ventunesimo secolo [3].

Alimentazione, salute e ambiente
Sotto il profilo della salute, il recente Global burden of disease study ha stimato che diete più sane potrebbero salvare una vita su cinque ogni anno, con il beneficio maggiore in termini di riduzione dei decessi e anni persona vissuti in disabilità (daly) in particolare per malattie cardiovascolari, tumori e diabete [4]. A livello globale, i principali fattori di rischio legati alla dieta sono un’assunzione giornaliera di sodio eccessiva e un inadeguato consumo di frutta, verdura e cereali. Se dal livello globale si passa a un’osservazione regionale, nei paesi industrializzati emergono peculiari fattori di rischio legati alla dieta, tra cui un eccessivo consumo di bevande zuccherate, alimenti industriali ad alto contenuto i acidi grassi trans e, in particolare, carne processata e carne rossa [4]. Quest’ultime riconosciute rispettivamente come cancerogeno certo e cancerogeno probabile, soprattutto in relazione ad alcune forme di tumori quale il colon-retto [5].

Anche in Italia, l’ultima indagine sui consumi alimentari ha messo in evidenza un progressivo allontanamento dalla dieta di tipo mediterranea facendo registrare un attuale consumo settimanale medio di carne rossa quasi doppio rispetto al raccomandato (700 grammi alla settimana rispetto ai 400-450 grammi raccomandati), mentre il consumo medio giornaliero di frutta è ancora in linea con le raccomandazioni (418 grammi al giorno rispetto ai 400 grammi raccomandati) [6].

L’impatto delle nostre diete si riversa anche nei sistemi naturali rappresentando un fattore rilevante per l’aggravamento del cambiamento climatico, la perdita di biodiversità, il degrado del suolo e la scarsità di acqua. I sistemi di produzione e la lavorazione agricola, da cui le nostre diete derivano, fanno sì che, a livello globale, l’agricoltura sia responsabile fino al 30 per cento delle emissioni di gas a effetto serra, di origine antropogenica, di circa il 70 per cento dell’uso di acqua destinata al consumo umano, e occupa più di un terzo di tutti i terreni potenzialmente coltivabili [7]. Gli alimenti di origine animale, contribuiscono in modo particolare con circa l’80 per cento delle emissioni del settore agricolo attribuibili proprio agli allevamenti intensivi [8,9].

L’impatto delle nostre diete si riversa anche nei sistemi naturali.

Azioni a basso impatto
La sovrarappresentazione degli alimenti di origine animale, tanto nelle abitudini alimentari quanto nell’impronta ambientale, sembra tracciare una naturale linea di intervento per minimizzare l’impatto ambientale e di salute attraverso modificazioni del consumo di alimenti che rappresentano importanti fattori di rischio. Uno studio del Dipartimento di epidemiologia del Lazio [10] ha stimato che un ritorno in Italia a un consumo settimanale di carne tipico della dieta mediterranea (150 gr di carne rossa e non più di 50 gr di carne processata) ridurrebbe i decessi per tumore del colon-retto di un valore compreso tra l’1 e il 7 per cento e i decessi per malattie cardiovascolari tra l’1 e il 9 per cento, inoltre potrebbe tradursi in un guadagno di salute a lungo termine (al 2030) per le nuove generazioni di nati, con un aumento della speranza di vita compreso tra i 4 e i 9 mesi. Dal lato ambientale, invece, la sostituzione della parte eccedente del consumo di carne con cibi a minore impronta ambientale (carne bianca, legumi e cereali) permetterebbe di ridurre le emissioni di gas serra attribuibili alla dieta del 30 per cento.

Seppure in linea con quanto osservato in altre ricerche condotte a livello nazionale [7], questo studio è uno dei pochi a evidenziare importanti eterogeneità subnazionali negli impatti sanitari e ambientali derivanti dalle modifiche della dieta. Affinché gli obiettivi di un cambiamento nei consumi alimentari siano raggiungibili vanno quindi definite priorità di intervento diverse, da un paese a un altro, ma anche al loro interno vista l’eterogenea composizione per età, sesso, stili di vita e contesto sociale e culturale della popolazione di riferimento. L’eterogeneità nelle abitudini alimentari, e di conseguenza negli impatti che ne derivano, sintetizza quella che è la sfida principale per elaborare una concreta strategia sanitaria e ambientale: saper guardare all’alimentazione sostenibile in un’ottica “glocale”, ovvero pensare azioni locali per la condivisione di obiettivi a livello globale. 

Serve guardare all’alimentazione sostenibile in un’ottica “glocale”, ovvero pensare azioni locali per la condivisione di obiettivi a livello globale.

Bibliografia

[1] Gussow JD, Clancy KL. Dietary guidelines for sustainability. J Nutrit Education 1986;1:1-5.
[2] Burlingame B, Dernini S. Sustainable diets and biodiversity: directions and solutions for policy, research and action. Roma: Fao, 2012.
[3] Costello A, Abbas M, Allen A, et al. Managing the health effects of climate change: Lancet and University college London institute for Global health commission. Lancet 2009;373:1693-733.
[4] GBD 2017 Diet Collaborators. Health effects of dietary risks in 195 countries, 1990–2017: a systematic analysis for the global burden of disease study 2017. Lancet, published online April 3, 2019.
[5] Bouvard V, Loomis D, Guyton KZ, et al. International agency for research on cancer monograph Working group. Carcinogenicity of consumption of red and processed meat. Lancet Oncol 2015;16:1599-600.
[6] Leclercq C, Arcella D, Piccinelli R, et al; INRAN-SCAI 2005–06 Study group. The Italian national food consumption survey INRAN-SCAI 2005–06: main results in terms of food consumption. Public Health Nutr 2009;12:2504-32.
[7] Aleksandrowicz L, Green R, Joy EJ, et al. The impacts of dietary change on greenhouse gas emissions, land use, water use, and health: a systematic review. PloS One 2016;11:e0165797.
[8] Pachauri RK, Allen MR, Barros VR, et al. Climate change 2014: synthesis Report. Contribution of Working groups I, II and III to the Fifth assessment report of the Intergovernmental panel on climate change. Geneva, 2014.
[9] Clune S, Crossin E, Verghese K . Systematic review of greenhouse gas emissions for different fresh food categories. J Clean Prod 2017; 140:766-83.
[10] Farchi S, De Sario M, Lapucci E, et al. Meat consumption reduction in Italian regions: health co-benefi ts and decreases in GHG emissions. PloS One 2017;12:e0182960.

maggio 2019


Crescere sostenibili, e in salute

L’esperienza di Piccolipiù In Forma per la promozione di comportamenti salutari

Intervista a Daniela Porta, Dipartimento di epidemiologia, Servizio sanitario regionale del Lazio Asl Roma 1

Come la comunità scientifica può contribuire al raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile previsti dall’Agenda 2030 delle Nazioni Unite?
Con l’Agenda 2030 viene superata l’idea che la sostenibilità sia unicamente una questione ambientale e si afferma una visione integrata delle diverse dimensioni dello sviluppo. Per questo tutti i paesi sono chiamati a definire una propria strategia di sviluppo sostenibile per contribuire allo sforzo di portare il pianeta verso un sentiero sostenibile, senza più distinzione tra paesi sviluppati, emergenti e in via di sviluppo. L’attuazione dell’Agenda 2030 richiede un forte coinvolgimento di tutte le componenti della società: dalle imprese al settore pubblico, dalla società civile alle istituzioni filantropiche, dalle università e centri di ricerca agli operatori dell’informazione e della cultura. Credo che la comunità scientifica possa contribuire a questo processo per esempio identificando i gruppi di popolazione maggiormente suscettibili e le priorità per il raggiungimento degli obiettivi prefissati, per poi programmare e realizzare interventi intersettoriali.

Come si colloca il progetto Piccolipiù In Forma?
Piccolipiù In Forma è un progetto coordinato dal Dipartimento di epidemiologia del Servizio sanitario regionale del Lazio, finanziato dal Centro nazionale per la prevenzione e il controllo delle malattie e dalla Direzione comunicazione del Ministero della salute. È nato proprio dalla necessità di fornire alle famiglie di bambini in età prescolare informazioni per la prevenzione dell’obesità infantile, utilizzando una forma di comunicazione moderna, semplice e corretta. Questo perché il recente piano d’azione dell’Unione europea per il contrasto all’obesità infantile ha messo in evidenza la necessità di iniziare gli interventi il più precocemente possibile e ha identificato la famiglia come attore principale per promuovere una dieta corretta e contrastare la sedentarietà dei bambini. Le azioni centrali messe in campo negli ultimi anni in Italia sul tema dell’obesità riguardano prevalentemente i bambini di età scolare, con il progetto OKKIO alla salute dell’Istituto superiore di sanità, o interventi di prevenzione nel primo anno di vita come è stato con la campagna Genitoripiù.

Di che cosa parla Piccolipiù In Forma ai genitori?

Negli ultimi anni l’uso del web e in particolare dei social media è cresciuto notevolmente come mezzo per la diffusione di messaggi di salute. Fin dal 2010 i dati Istat mostrano che in Italia il 40 per cento degli adulti in età “genitoriale” utilizza comunemente internet per cercare informazioni sanitarie. Però sono informazioni provenienti dalle fonti più disparate e a volte di bassa.

L’esperienza di Piccolipiù In Forma per la promozione di comportamenti salutari qualità e affidabilità quando invece i genitori hanno bisogno che siano fornite da professionisti della salute. È quindi responsabilità delle istituzioni fornire in rete informazioni corrette e basate sull’evidenza scientifica, e individuare il modo più efficace per comunicare con le famiglie. Il progetto Piccolipiù In Forma ha previsto quindi la realizzazione e la valutazione di un intervento di promozione della salute dei bambini in età prescolare attraverso un sito web rivolto ai genitori contenente informazioni su una corretta alimentazione e sulla promozione di uno stile di vita non sedentario. Sviluppato in collaborazione con Think2 è organizzato in sezioni che affrontano temi diversi corredati di molti materiali scaricabili o consultabili online, come brochure riassuntive, ricette culinarie video, schede da colorare, giochi per i bambini, schede per l’attività motoria, ecc. Si parla, per esempio, delle porzioni utilizzando “unità di misura” semplici come la mano di un bambino. I contenuti sono stati pensati tenendo conto anche della sostenibilità ambientale, per esempio la stagionalità degli alimenti, la riduzione del consumo di cibi industriali, la promozione della mobilità attiva e altro. Nella nuova versione, che sarà rilasciata entro l’anno, verranno inseriti alcuni temi importanti come quelli dei rifiuti, dell’economia circolare e del potenziamento e utilizzo di aree verdi.

Uno strumento come Piccolipiù In Forma è efficace per promuovere comportamenti salutari e stili di vita sostenibili?
Attraverso un trial controllato su una coorte di neonati di diverse città italiane, che si chiama Piccolipiù, da cui il nome del progetto, abbiamo potuto valutare il cambiamento, prima e dopo l’intervento, di otto comportamenti relativi ad alimentazione e attività fisica. Il gruppo di intervento aveva accesso al sito Piccolipiù In Forma, mentre quello di controllo riceveva solo un opuscolo cartaceo contenente alcune informazioni per un’alimentazione sana e un’attività fisica corretta. Dopo la compilazione del questionario iniziale le famiglie del gruppo di intervento sono state guidate per tre mesi, attraverso il sito, seguendo un percorso a obiettivi veicolati da notifiche “push”. All’inizio di ogni settimana ricevevano una newsletter e un messaggio con un test di autovalutazione di due/tre domande riguardo all’obiettivo della settimana, affiancato dalla possibilità di leggere i contenuti correlati a quell’argomento. Alla dodicesima e ultima settimana ciascuna famiglia, sia del gruppo di intervento sia del gruppo di controllo, ha ricompilato il questionario iniziale che serviva per valutare se c’erano stati dei cambiamenti. L’intervento è risultato efficace, in particolare sulla modifica del consumo di frutta e verdura, delle bevande zuccherate e dell’attività fisica.

Come l’epidemiologia può essere d’aiuto per individuare le politiche sociosanitarie per un mondo sostenibile?
Lo sviluppo sostenibile ha bisogno di un supporto in termini di conoscenze – e questo è un ruolo importante che può svolgere la ricerca epidemiologica che deve affrontare nuove sfide legate al progresso scientifico e tecnologico tenendo conto allo stesso tempo della sostenibilità sociale e ambientale di un mondo sempre più globalizzato. Tali conoscenze poi devono essere trasmesse, in modo efficace, alla popolazione generale perché si sviluppino la consapevolezza e le competenze necessarie a formare i “cittadini della sostenibilità” [1, 2]. L’allattamento al seno, per esempio, rappresenta il miglior alimento per il neonato perché fornisce tutti i nutrienti di cui ha bisogno nella prima fase della vita e contiene sostanze immunologiche fondamentali per proteggere il bambino da infezioni batteriche e virali e, secondo studi recenti, anche da patologie tumorali. I dati mostrano invece che l’allattamento esclusivo al seno nei primi sei mesi di vita è spesso disatteso dalle donne con prevalenze di allattamento al seno esclusivo piuttosto basse dopo il terzo mese, evidenziando la necessità di potenziare politiche di promozione dell’allattamento al seno nel nostro paese [3].

Credo che il ruolo dell’epidemiologia sia proprio quello di utilizzare tutti gli strumenti a sua disposizione per identificare gruppi di popolazione su cui è prioritario attivare interventi efficaci per la salute, capaci al contempo di promuovere un ambiente sostenibile per le generazioni future.

Bibliografia

[1] Wals AEJ. Beyond unreasonable doubt. Education and learning for socio-ecological sustainability in the Anthropocene. Wageningen: Wageningen University, 2015.
[2] Wals AEJ, Lenglet F. Sustainability citizens: collaborative and disruptive social learning. In: Horne R, Fien J, Beza BB, Nelson A. Sustainability citizenship in cities: theory and practice. London: Routledge, 2016.
[3] Farchi S, Forastiere F, Vecchi Brumatti L, et al. Piccolipiù, a multicenter birth cohort in Italy: protocol of the study. BMC Pediatr 2014;7;14:36.

maggio 2019

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