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    Hub e cluster

4 dicembre 2017

Hub e cluster

Farsi strada per restare competitivi – Rebecca De Fiore
La green mobility è un lavoro di squadra – Intervista a Marco De Angelis
Le grandi cose vengono da un cluster di persone e imprese – Giovanni Sabato

Farsi strada per restare competitivi

Come la costruzione di infrastrutture e il sostegno all’occupazione e alla ricerca supportano il settore auto

Rebecca De Fiore

“Cercate da soli la vostra strada, cambiatela tutte le volte che volete, seguite i vostri sogni”. L’incoraggia-mento di Sergio Marchionne, amministratore delegato di Fiat Chrisler Automobiles, agli studenti dell’università di Trento è finito su molti giornali [1], ma non sembra essere stato particolarmente apprezzato dai diretti interessati. Qualcuno ha fatto ironia sulla facilità con cui quella che era la più grande azienda automobilistica italiana ha cambiato strada nel corso degli ultimi decenni, prendendo direzioni diverse: la delocalizzazione è probabilmente la soluzione preferita ai problemi di mercato. Nel 2019 la Panda non sarà più prodotta a Pomigliano d’Arco e anche questo stabilimento, come quelli di Cassino, Mirafiori e Grugliasco, diventerà un centro di produzione riservato alle vetture “premium”. Già oggi la Tipo nasce in Turchia, la 500 in Polonia e la 500L in Serbia: una strategia comune a tante industrie del settore che, forse a ragione, non risulta gradita ai giovani studenti che hanno manifestato all’esterno del palazzo dell’università di Trento dove a Marchionne veniva consegnata la laurea ad honorem.

Dal 1977 al 2012 l’industria della famiglia Agnelli ha ricevuto dallo stato l’equivalente di 7,6 miliardi di euro, a fronte di investimenti aziendali di circa 6,2 miliardi [2]. Cifre che hanno sempre fatto discutere e che non hanno impedito all’azienda di prendere strade che hanno portato la produzione al di fuori del paese che l’ha a lungo sostenuta. Attualmente il settore auto si sta riprendendo dalla crisi che lo ha attraversato e i conti sembrano migliorare. Non mancano, però, gli aspetti preoccupanti: dal prezzo delle automobili che non sembra poter crescere, alla competitività produttiva della Cina [3]. Proprio ai grandi paesi asiatici le industrie guardano con particolare attenzione. Sono là i più ampi mercati potenziali, dal momento che Stati Uniti, Europa e Giappone sono realtà stagnanti in termini di profitto.

Uno degli aspetti più problematici è legato alle crescenti pressioni in direzione di veicoli più sicuri e con ridotto impatto ambientale: entrambe le sfide implicano enormi investimenti e costi significativi. Le esigenze degli enti regolatori saranno più severe e le industrie dovranno accelerare lo studio e la realizzazione di soluzioni per ridurre ulteriormente consumi ed emissioni anche attraverso l’implementazione di sistemi di disattivazione dei cilindri. Ciononostante, si prevede che nel 2020 il parco auto mondiale sarà ancora per il 90 per cento costituito da automobili con il motore a combustione interna.

Altra questione aperta è quella della prossimità tra impianti di produzione e mercato. Se infatti la domanda è più forte nei paesi emergenti e asiatici, le industrie devono necessariamente avvicinare le proprie fabbriche a quella clientela. Tutto ciò richiede investimenti e attività di ricerca. Il sostegno pubblico al comparto automotive si è sostanziato in sgravi o crediti fiscali, partecipazione a investimenti nella costruzione di nuovi stabilimenti o in incentivi per la rottamazione di autovetture. Oggi però l’intervento pubblico sta assumendo forme diverse, che privilegiano il sostegno all’attività di ricerca, il miglioramento delle infrastrutture nei luoghi di progettazione o produzione, assunzioni. È il caso, quest’ultimo, del Texas enterprise fund[4], che sostiene in forma variabile tra i 5 e i 10mila dollari per posto di lavoro creato, con una base minima di 25 nuovi dipendenti di impianti industriali in aree prevalentemente rurali e di 75 nuovi addetti nel caso di progetti insediati in zone urbane. In virtù di queste normative, il nuovo quartier generale nord americano di Toyota ha beneficiato di un premio di 40 milioni di dollari. Il Texas non è il solo stato ad aver avviato programmi del genere. Anche il Michigan business development program è stato utilizzato dall’industria dell’auto, che ha visto un’opportunità importante nel contributo a fondo perduto di 10 mila dollari per nuovo addetto [5]. Un’industria specializzata nella progettazione e produzione di sedute, la Magna Seating, ha ricevuto grant per 740 mila dollari per l’espansione del proprio stabilimento di Highland park che ha prodotto 148 nuovi posti di lavoro. Nel 2014, Tesla ha annunciato la propria “gigafactory” in Nevada con 6500 nuovi dipendenti e un investimento di 10 miliardi di dollari, incentivati da un intervento statale di 1,3 miliardi e da un’esenzione fiscale ventennale.

Il supporto alle infrastrutture è una strategia ancora più interessante. Il Mississippi development infrastructure grant program prevede che le amministrazioni locali possano intervenire per migliorare o talvolta creare ex novo la viabilità, la connessione, collegamenti ferroviari utili alla crescita economica di un particolare territorio [6]. Il sostegno pubblico può anche prevedere il finanziamento di attività di formazione delle figure professionali richieste per la produzione o, soprattutto, per la ricerca. Sempre negli Stati Uniti, il programma Quick start della Georgia e il readySC della South Carolina prevedono training formativi molto flessibili e adattabili per i nuovi addetti delle startup che vengono avviate localmente.

Il cambiamento climatico e il passaggio verso economie a basse emissioni di carbonio si traducono in un aumento della domanda di produzione di energia pulita e di sistemi efficaci di energy storage nel mondo. — Philip Nelson

In Gran Bretagna sono stati avviati due programmi di riduzione delle tasse per le aziende impegnate nella ricerca. Le norme riguardanti il Research and development expenditure credit sono orientate alle imprese di maggior dimensioni, che riescono a documentare di aver svolto progetti importanti non finalizzati al conseguimento di utili ma al progresso complessivo della scienza o della tecnologia [7]. Anche in virtù di questi incentivi, si sono determinate intese tra istituzioni pubbliche e aziende private, come il Faraday battery institute, al quale hanno aderito sette università britanniche: Southampton, Imperial college London, Newcastle, University college London, Cambridge, Oxford e Warwick. L’obiettivo alla base del finanziamento di 246 milioni di sterline nell’arco di quattro anni è di far lavorare insieme centri accademici e laboratori di ricerca privati per accelerare il conseguimento di risultati utili a ottimizzare l’uso dell’energia e a ridurre drasticamente le emissioni.

Terra di ciclisti, di classiche corse sulle côtes di acciottolato, le Fiandre offrono ancora qualcosa di più alle imprese che scelgono la regione per i propri centri di produzione o ricerca: esiste un vero e proprio sistema che lega diverse importanti università con centri di ricerca indipendenti e aziende [8]. Di questa rete beneficiano aziende come Audi (ha uno stabilimento di produzione di 540mila mq a Vorts, vicino Bruxelles), Toyota (ha un centro di ricerca a Zaventem), Volvo (è nelle Fiandre il centro di produzione di camion più grande del mondo), Goodyear, Continental e Bridgestone (sia con magazzini sia con centri studi). E non solo: gli studi di design Lowie Vermeersch (Alfa Romeo, Ferrari), Dirk Van Braeckel (Ford, Audi, Volkswagen), Pierre Leclerq (Ford, Bmw), Steven Crijns (Lotus, McLaren) e Luc Donckerwolke (Hyundai, Lamborghini, Peugeot, Audi, Volkswagen) sono localizzati in questa zona. Ogni anno vengono movimentati nella regione 4 milioni di veicoli, con i porti di Zeebrugge e Gent a far da padroni.

Tra i bisogni maggiormente sentiti dalle imprese vi sono la necessità di un’integrazione della filiera di progetto e produzione e la formazione delle risorse umane. È quello che è emerso anche da una ricerca condotta in Emilia-Romagna e che ha visto la collaborazione della regione, del comune di Modena, dell’università di Modena e Reggio Emilia e di Confindustria. Per mettere a sistema la presenza di imprese come Lamborghini, Ferrari, Alfa Romeo e Maserati, una forza lavoro di circa 11mila persone, un giro d’affari di oltre 7 miliardi di euro, serve il contributo qualificato di circa 400 ingegneri l’anno, con specializzazione in elettronica e informatica, per studiare soluzioni sempre migliori in tema di trasporto intelligente, di veicoli ibridi, di sistemi di aiuto alla guida.

Considerata le difficoltà insite nel fundraising che vivono comunque anche le joint venture pubblico-privato, occorre guardare soprattutto alla collaborazione tra università e imprese: se fosse proprio là che si nasconde il valore?

Bibliografia

[1] Arriva Marchionne per la laurea. Proteste e strade blindate. L’Adige, 1 ottobre 2017.

[2] Il “saldo” Fiat. Il Fatto Quotidiano, 19 settembre 2012.
[3] McKinsey & Company. The road to 2020 and beyond. What’s driving the global automotive industry? Report settembre 2013.
[4] www.gov.texas.gov/organization/ecodev/edt_incentives
[5] www.michiganbusiness.org
[6] www.mississippi.org
[7] HM Revenue & Customs. Research and development (R&D) expenditure credit. www.gov.uk, 1 gennaio 2017.
[8] www.flandersinvestmentandtrade.com/invest/en/sectors/automotive-industry

dicembre 2017


La green mobility è un lavoro di squadra

Intervista a Marco De Angelis, Dipartimento di psicologia Università di Bologna

Sicurezza e gestione del rischio stradale sono settori di grande interesse sia per le amministrazioni pubbliche sia per le industrie private: può farci qualche esempio di ricerca disegnata e condotta in sinergia?

Negli ultimi anni assistiamo sempre più alle cosiddette public-private partnership, se non addirittura a consorzi in cui pubbliche amministrazioni, aziende private e centri di ricerca collaborano per lo sviluppo di infrastrutture e le tecnologie di ultima generazione che garantiscano una maggiore sicurezza stradale e contemporaneamente un migliore il comfort dei vari utenti della strada, in particolar modo i più vulnerabili (per esempio, ciclisti e pedoni).

 Con un conseguente impatto anche sui costi sanitari. Un esempio è il progetto europeo Xcycle sulla sicurezza stradale, al quale sto lavorando da circa due anni, in cui sono coinvolti alcune università europee, tra cui l’università di Bologna, alcuni comuni europei, tra cui Cesena, che si offrono come sito per svolgere dei test, e aziende automobilistiche come Volvo particolarmente attente ai temi della sicurezza.

Quale apporto possono dare le università alla ricerca per la mobilità sostenibile? Quali competenze, soprattutto, sono più utili alle imprese?

Certamente i centri universitari e di ricerca possono favorire una maggiore comprensione di quei fattori umani che possono contribuire agli incidenti stradali. Si pensi al tema della distrazione alla guida legato all’uso di smartphone (ormai un device personale che ha molte funzioni non più quella di telefonare). È necessario comprendere come l’essere umano si interfaccia con le nuove tecnologie e i possibile effetti indesiderati dell’u so di queste, in ogni suo settore, dal manifatturiero al settore puramente informatico ma anche quello sanitario. Gli studi scientifici possono aiutarci a comprendere quale design, interfaccia, input o warning sia più efficace per rendere una tecnologia (che funziona) il più facilmente usabile e accettabile dall’utente. Per quanto utile o avanzata una tecnologia possa essere, se non è compresa, accettata e considerata affidabile dall’utente, difficilmente verrà utilizzata (e potenzialmente acquistata).

E quali competenze – o risorse – del “privato” possono tornare utili alla ricerca accademica?

Se la ricerca accademica è necessaria per supportare l’intero processo produttivo perché ha dalla sua le più recenti conoscenze e competenze per analizzare le varie problematiche, il privato è necessario per rendere tutto concretizzabile e generare progresso. Un rischio che in termini di ricerca accademica non possiamo correre è di rimanere a un livello di analisi troppo astratto o di arrivare in ritardo. Si pensi, per esempio, alla corsa sui veicoli a guida autonoma da parte delle aziende, non solo automobilistiche, ma anche informatiche o di telecomunicazione. La quarta rivoluzione industriale ha importanti implicazioni sia a livello di processo produttivo sia a livello di comportamenti umani. La trasformazione per certi aspetti è totale. E il privato oggi può valorizzare al meglio questo periodo di transizione finanziando e investendo su giovani studentesse e studenti, ad esempio tramite dottorati, per “aggredire” le nuove sfide, un po’ anche “fuori dagli schemi”, che è un ingrediente necessario per fare innovazione.

“Aggredire” le nuove sfide, un po’ anche fuori dagli schemi, è un ingrediente necessario per fare innovazione.

Le direttive regolatorie sulla “mobilità sostenibile” possono tradursi in maggiori difficoltà per le industrie: le istituzione come possono compensare l’impegno delle aziende dell’auto verso un minore impatto ambientale?

Sostenibilità non necessariamente deve tradursi in restrizioni o vincoli, ma anzi può incentivare la possibilità di ampliare il proprio bagaglio di opportunità e di settori sottovalutati o poco considerati. Le istituzioni si stanno già muovendo in questa direzione tramite incentivi o riducendo la pressione che ormai ricade sul processo industriale qualora l’azienda in questione si stia impegnando nel ridurre il proprio impatto ambientale. È necessario sia cambiare i comportamenti a livello collettivo sia facilitare i cambiamenti organizzativi verso forme di trasporto smart, green ed efficienti, come è sostenuto nel programma europeo per la ricerca e l’innovazione Horizon 2020.

dicembre 2017


Le grandi cose vengono da un cluster di persone e imprese

Mettersi in rete, aggregare le competenze, fare sistema per creare un terreno fertile per la ricerca e l’innovazione

Giovanni Sabato, giornalista scientifico

Prendono nomi come hub, cluster o poli di ricerca. Riuniscono laboratori di discipline affini o che operano negli ambiti più disparati, dalla ricerca biomedica all’astrofisica, dalle nanotecnologie alle scienze dell’informazione. E a volte travalicano del tutto i confini disciplinari aggregando centri scientifici e umanistici, di studi economici e di attività creative come quelle cinematografi che o musicali. Coinvolgendo università e istituti di ricerca, aziende private, istituzioni, e anche singoli creativi, titolari per esempio di un atelier artistico. Rispondono comunque a una tendenza che sta emergendo con prepotenza nella ricerca scientifica e non solo: mettersi in rete, aggregare le competenze, fare sistema. Che cosa si guadagna da questo modo di lavorare? E ci sono controindicazioni o rischi da cui guardarsi?

 Per quanto nell’era di internet possa sembrare superato – e sebbene esistano anche cluster basati su relazioni virtuali a distanza – il primo punto di forza di un tipico hub è proprio la prossimità fisica tra i partecipanti. La cui importanza è apparsa chiara, per converso, a varie industrie che hanno delocalizzato la produzione ma non la creatività, incorrendo in grattacapi a non finire per problemi che si sarebbero risolti facilmente con qualche ritocco in corso d’opera dei processi produttivi, ma che invece si sono complicati oltremisura per le farragini delle interazioni a distanza. La compresenza è la precondizione per suscitare fitte interazioni fra colleghi, collaboratori, clienti e via dicendo, creando quel prezioso valore aggiunto che è il travaso di idee e conoscenze, anche fra ambiti disciplinari diversi. “Un cluster è come una piastra di Petri, un habitat ricco di nutrienti in cui nuove, azzardate imprese creative possono germogliare e attecchire prima di espandersi nel mondo”, ha detto Charles Armstrong, sociologo e fondatore di The Trampery, che a Londra offre spazi e relazioni alle imprese creative [1]. Il cluster crea infatti una massa critica di persone e imprese che va ben oltre le relazioni commerciali o professionali, perché ci si scambiano idee e competenze di continuo, ci si incontra la sera, si passa a lavorare da un’azienda a un’altra, si creano startup in proprio. E così facendo si crea un humus in cui idee e attività fioriscono.

Il cluster crea una massa critica di persone e imprese che va ben oltre le relazioni commerciali o professionali. E così facendo si crea un humus in cui idee e attività fioriscono.

Eccellenze collaborative

Un esempio eloquente viene dalla Germania, dove i cluster di ricerca si sono rivelati la più indovinata fra le varie azioni messe in campo dalla Excellence initiative, un’iniziativa da 4,6 miliardi di euro lanciata nel 2005 per sostenere la ricerca di alto livello e la cooperazione fra diversi attori. Nel 2011, nell’ambito dell’iniziativa, sono stati creati 43 “cluster di eccellenza” [2]: radunano gruppi di una stessa università o di uno stesso territorio, che in precedenza avevano avuto scarsi contatti, per mettere in comune strutture e strumenti ma soprattutto idee e competenze. Un programma ha indagato per esempio la struttura e le origini dell’universo, riunendo i fisici di due università e vari istituti Max Planck (una rete di centri di ricerca) dell’area di Monaco in Baviera.

I più importanti poli innovativi nel mondo secondo il Mit

I cluster, come si diceva, hanno avuto un’ottima riuscita. Lo afferma la valutazine indipendente di un panel internazionale pubblicata a inizio 2016, che individua i cluster come la componente di maggior successo dell’iniziativa e raccomanda di farne il pilastro della sua prosecuzione. Raccomandazione accolta pochi mesi dopo, quando le autorità hanno deciso di proseguire il programma in una versione rinnovata, la Excellence strategy, che prevede appunto, accanto al sostegno a singole università, una rinnovata promozione di cluster d’eccellenza su progetti specifici. A settembre 2017 un comitato di esperti ha concluso la prima preselezione fra le proposte presentate, scegliendone 88 fra cui sarà con-dotta la scelta finale [3].

I cluster si affermano quindi come un va-lido strumento per promuovere ricerca di qualità. Ma non sono una bacchetta magica. La valutazione infatti ne sottolinea anche alcuni limiti: la Excellence initiative aveva un obiettivo ambizioso, promuovere la nascita in Germania di un centro d’eccellenza scientifico del rango di Oxford o Harvard, e questa meta sembra ancora lontana. “I cluster stanno producendo scienza eccellente, ma siamo appena agli inizi della lunga strada per giungere ai livelli dei più rinomati centri internazionali”, osservano gli esperti. Non basta insomma mettere insieme le forze per qualche anno per eguagliare, come per magia, il frutto di decenni di lavoro.

C’è poi chi ha lamentato che il maggior carico amministrativo, per gestire i cluster e le reti di eccellenza, sottrae tempo e risorse alla ricerca. Ma soprattutto, in questa iniziativa tedesca come in altre, i cluster tendono a coinvolgere centri già di alto livello, col rischio di creare un sistema a due velocità in cui, mentre le istituzioni eccellenti corrono ancora di più, altre restano irrimediabilmente tagliate fuori.

Esempi italiani

Sono critiche che riecheggiano quelle avanzate in Italia allo Humane Technopole: il grande hub biomedico che il governo Renzi aveva deciso di realizzare negli spazi lasciati liberi dall’Expo a Milano, affidandone il coordinamento all’Istituto italiano di tecnologia di Genova e finanziandolo con un miliardo e mezzo di euro in 10 anni per fare ricerca su temi quali il cancro, le malattie neurodegenerative, la genomica e la medicina di precisione, agricoltura e cibo, o l’analisi dei big data biomedici. Il progetto, che a detta degli idea-tori si ispira ai grandi hub statunitensi come quelli della Silicon Valley, prevede una serie di nuovi centri da realizzare sul posto, più una rete di laboratori in altri centri di ricerca dell’area milanese, e forse in altre zone. Si prevede di reclutare 1500 ricercatori da tutto il mondo e di attirare forti investimenti privati.

L’idea appare quindi un’opportunità unica per una ricerca italiana sempre più in affanno per gli inadeguati finanziamenti, e infatti ha suscitato grandi lodi; per esempio dal compianto Umberto Veronesi che la considerava “la migliore opportunità per il progresso me-dico, scientifico e civile in Italia dalla seconda guerra mondiale”. Ma il progetto ha sollevato anche enormi polemiche: critiche sui modi con cui è stato deciso l’investimento, dispute feroci su chi controllerà un simile flusso di denaro, ma anche obiezioni di più ampio respiro sull’opportunità di concentrare tante risorse su un unico progetto d’eccellenza in un panorama di finanziamenti sempre più magri in cui la ricerca italiana arranca sempre più. In quest’ottica, a detta dei critici, creare un ricco mega hub non avrebbe molto senso

senza aver prima rivitalizzato con fondi adeguati l’ecosistema scientifico e culturale in cui dovrà operare. In Italia non mancano comunque hub in funzione già da tempo, come l’Area science park di Trieste, sorto negli anni ottanta e sviluppatosi in un grande parco scientifico che riunisce imprese e centri di ricerca avanzata, come il Centro internazionale di ingegneria genetica e biotecnologia e il Laboratorio di luce di sincrotrone Elettra, e dal 2008 ospita l’Innovation Factory, un incubatore che ha generato una cinquantina di nuove imprese. Area science park include oggi un totale di otto centri di ricerca e una settantina di imprese in cui lavorano oltre 2500 ricercatori, tecnici e imprenditori, e ha assunto il ruolo di coordinatore del sistema regionale della ricerca, organizzato nell’Hub Friuli Venezia Giulia [4]. Tra le novità in arrivo, invece, a settembre nove università e varie imprese del nordest hanno creato lo Strategy innovation hub, un consorzio per sviluppare l’industria del futuro (la cosiddetta industria 4.0), mettendo insieme i punti di forza di ciascuna realtà e aggregando competenze non solo scientifico-tecnologiche ma anche economiche e umanistiche (“Non a caso ci definiamo indisciplinati”, ha dichiarato a La Repubblica Carlo Bagnoli, docente ordinario e delegato all’innovazione strategica all’Università Ca’ Foscari di Venezia).

Un’altra meta importante che si ripropone il cluster del nordest è quella di superare l’idea della fuga all’estero come unica prospettiva per tanti giovani ricercatori, dando loro una spinta ideale, un’ispirazione, un sogno che li induca a rimanere. Visto che sul piano degli stipendi i centri italiani non possono competere con quelli tedeschi o statunitensi – hanno spiegato i proponenti – occorre trovare altri incentivi, qual è appunto il sentirsi parte attiva di un grande progetto collaborativo vivace e innovativo.

Rigenerazione urbana

Di hub e cluster si parla anche fuori dall’ambito della ricerca: ci sono hub che riuniscono imprese creative della moda, del cinema o dell’arte. Cluster simili sono stati promossi da varie città europee come strumento di rigenerazione urbana: zone spesso centrali ma abbandonate dalle industrie e dalle imprese tradizionali, spopolatesi e divenute poco attraenti per il ceto medio classico e per negozi e imprese ordinarie; grazie ai bassi costi immobiliari e ai giusti incentivi sono divenuti insediamenti ideali per i giovani artisti e artigiani e per la piccola imprenditoria creativa e squattrinata, che hanno portato a nuova vita aree altrimenti destinate a un lento degrado. Ma anche in questi hub creativi i centri accademici e di ricerca sono spesso cruciali. Come rimarca il British Council, le università sono innanzitutto essenziali per fornire forza lavoro qualificata, e spesso aiutano i loro laureati nei primi passi delle nuove attività [5]. Ma soprattutto, producono di continuo quella nuova conoscenza che le imprese creative troveranno modo di tradurre in innovazione. E non ultimo, sono cruciali per fare ricerca su come funziona l’impresa creativa e indagare i meccanismi che ne determinano successi e fallimenti, così da capire come farla funzionare meglio e da renderla meno misteriosa – e quindi meno rischiosa – agli occhi degli investitori.

Il mio modello di business sono i Beatles. Erano quattro ragazzi che tenevano reciprocamente sotto controllo le proprie tendenze negative. Si bilanciavano tra loro. E il risultato era più grandioso della somma delle parti. Ecco questo per me è il business: le grandi cose nel business non vengono mai da una sola persona, ma da un team di persone. — Steve Jobs

Bibliografia
[1] www.thetrampery.com
[2] Excellence initiative (2005-2017). www.dfg.de/en/research_funding/programmes/excellence_initiative
[3] Excellence strategy. www.dfg.de/en/research_funding/programmes/excellence_strategy/index.html
[4] www.areasciencepark.it
[5] Newbigin J. Hubs, clusters and regions. https://creativeconomy.britishcouncil.org/guide/hubs-clusters-and-regions

dicembre 2017

La grande culla del biotech

Boston-Cambridge è la casa di numerose startup e società di venture capital, e molteplici centri di ricerca e ospedali di fama mondiale, quali il Mit, la Harvard university e la Tufts e Northwestern university, il Mass general hospital e il Dana Farber cancer center. E anche di grandi multinazionali del farmaco: Merck, Sanofi, Pfizer, Biogen-Idec e Novartis. L’epicentro è Kendall Square, dove nel raggio di un chilometro e mezzo si concentrano  120 aziende hightech e biotech; in un solo edificio di nove piani operano più di 450 startup. La promiscuità di grandi cervelli e differenti competenze, dai ricercatori e clinici, agli investitori e imprenditori, crea un circolo virtuoso proficuo in un’ottica di innovazione e profitti. Il passaggio dalle sperimentazioni ai trial sui pazienti, dai progetti di ricerca ai finanziamenti e al trasferimento tecnologico è facilitato dall’alta densità e diversità di questo ecosistema che rendono Kendall Square un hub urbano unico al mondo e in continua crescita. Negli ultimi cinque anni Google, Microsoft, Novartis e Pfizer hanno ampliato i loro uffici e laboratori per costruire rapporti stretti con le startup e i centri di Harvard e del Mit. Ma la capacità ricettiva di Kendall sta raggiungendo il suo limite massimo. Nonostante dal 2007 Cambridge abbia aggiunto 465 metri quadri di laboratori, diverse aziende nate qui e in rapida crescita sono pronte a trasferirsi in periferia per ragioni di spazio.

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