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    Fundraising e venture capital

4 dicembre 2017

Fundraising e venture capital

Una fotografia dei finanziamenti più innovativi in sanitàGiulia Annovi
Il valore delle charity e delle donazioniIntervista a Niccolò Contucci

Una fotografia dei finanziamenti più innovativi in sanità

Come il venture capital crea un ambiente favorevole alle startup innovative

Giulia Annovi, giornalista scientifica

Il mercato italiano del venture capital – Fonte: Il mercato italiano del private equity, venture capital e private debt. Aifi 2016.

Immagina di avere un’idea. A te sembra brillante. Anzi potrebbe rivoluzionare la condizione di alcune persone che hanno contratto una malattia e connessa un disagio. Tu conosci bene quel bisogno. È davanti ai tuoi occhi ogni giorno. È proprio la conoscenza la chiave per formulare una risposta. Dopo lunghe riflessioni è tutto chiaro. Resta solo una domanda: dove trovare i fondi per realizzare la tua idea? In un contesto come questo è necessario trovare qualcuno che sia in grado di favorire l’attività di ricerca e sviluppo di un progetto e poi di un prodotto. Non mancano fondi statali e bandi pubblici. Li ha catalogati Italia Startup. Se ne contano 168: 52 sono rivolti alle regioni settentrionali, 77 sono per il sud, mentre per il centro ce ne sono 16. Ventitré progetti sono invece accessibili su tutto il territorio nazionale.

Quando si parla però di prodotti innovativi ad alto potenziale di sviluppo spesso si entra nel campo di operatori specializzati che decidono di investire capitale azionario in imprese che sono ai primi stadi di vita. Gli stessi investitori seguono le aziende anche quando hanno già mosso i primi passi, perché comunque serve loro capitale per crescere. A seconda dello stadio in cui si trova l’impresa, l’attività di investimento di capitale di rischio è chiamata early stage o expansion financing. Nel complesso prende il nome di venture capital.

Trovare fondi per imprese non ancora nate o per attività non ancora consolidate non è cosa facile. In genere serve fino a un anno per avere a disposizione un fondo. Occorre individuare i possibili investitori interessati e fornire loro tutta la documentazione necessaria a dimostrare la solidità dell’investimento. Il settore sanitario poi ha un contesto ancora più complesso. È così che esordisce Claudio Giuliano, il managing partner di Innogest. “È un settore che lascia poco spazio alle idee allo stato puro, quando invece ha bisogno di fatti”. Diverso è il settore in continua evoluzione del digitale che consente di sperimentare e introdurre cambiamenti al progetto iniziale, e in cui l’inventiva e una fascia di pubblico praticamente illimitata lasciano largo spazio al successo. Innogest conosce bene entrambi i settori perché si occupa del finanziamento dei progetti tanto nell’ambito digitale, quanto nel biomedicale (patologie cardiovascolari, neurologia, oncologia, digital health).

Quello sanitario è un settore che lascia poco spazio alle idee, quando invece ha bisogno di fatti. — Claudio Giuliano, Innogest

La complessità dell’healthcare

Secondo l’indagine sul mercato italiano nel 2016 condotta dall’Associazione italiana private equity, venture capital e private debt (Aifi ), il settore medicale resta un settore difficile, ma comunque interessante per gli investitori. Nel corso del 2016 ha attirato solo il 10% delle operazioni di finanziamento, collocandosi al terzo posto per numero di investimenti. Il mercato più attraente rimane quello Ict delle comunicazioni, computer ed elettronica. All’ottavo posto della classifica finiscono le biotecnologie. Le aziende high-tech sono quelle che hanno ricevuto il più alto ammontare delle risorse investite (17%). Ict, biotecnologie e medicale, in termini di numero di operazioni, hanno rappresentato il 68% degli investimenti in imprese high-tech effettuati nel corso del 2016.

I dati sembrano dunque confermare la maggiore fluidità del settore digitale. Una delle cause di questa preferenza emerge chiacchierando con Giuliano. L’healthcare richiede più competenze e per questo spesso attrae solo una nicchia di investitori: “Le tecnologie rivolte alla cura e la diagnostica non hanno tanta flessibilità perché devono funzionare su pazienti veri”.

Con i rumori tipici dell’aeroporto sullo sfondo della telefonata, Giuliano è di ritorno da una conferenza internazionale, la PCR London Valves 2017. Ha una formazione da ingegnere, ma il settore molto tecnico in cui opera gli ha imposto di acquisire numerose competenze anche in ambito medico. Ciò è avvenuto anche grazie a un lavoro di squadra multidisciplinare. Un altro dato che ci fa comprendere la complessità del settore. “Nel team che si occupa della valutazione degli investimenti sono presenti varie figure, tra le quali anche medici e biologi”. Per puntare su un progetto bisogna infatti comprendere come è stato sviluppato il protocollo, come è stato selezionato il campione, come è stata impostata la statistica e, non da ultimo, se il promotore si è preoccupato di brevettare la sua idea nel modo corretto.

Oltre alle competenze che occorrono per valutare i progetti, anche la qualità delle proposte è determinante per poter ricevere i finanziamenti. I progetti in ambito sanitario che più attirano l’attenzione dei team di investitori riguardano in genere “problemi” importanti, che interessano una larga fascia della popolazione. “Le caratteristiche di una proposta che attrae i nostri investimenti comprendono l’impatto rilevante della soluzione proposta su una patologia grave e diffusa, ma anche la probabilità che l’investimento vada a buon fine”, spiega Giuliano. “La solidità della tecnologia e delle prove cliniche sono le due voci principali che ci permettono di giudicare se vale la pena finanziare il progetto oppure no”.

Malgrado tutte queste difficoltà, la medicina e la ricerca scientifica non sono assenti nel panorama delle startup italiane. Delle 7835 startup registrate nel Registro imprese della Camera di commercio italiana, il 13,7% è classificato come “ricerca scientifica e sviluppo”. Tuttavia di queste solo 50 non sono nel comparto che si occupa di prodotti o servizi innovativi ad alto valore tecnologico in ambito energetico. A completare il quadro si aggiungono il 3,1% delle startup classificate come “altre attività professionali scientifiche e tecniche” e lo 0,4% come “assistenza sanitaria”.

Seguire e anticipare le tendenze

Per capire in quale direzione vanno le imprese più innovative su cui puntare capitali di rischio basta ricordare che chi si occupa di innovazione cerca di seguire e anticipare i trend. E questo vale anche in medicina. “Ci sono almeno due trend evidenti nell’ambito sanitario”, spiega il managing partner di Innogest. “I bisogni medici non risolti e la riduzione del costo della sanità”. Nella prima categoria rientrano malattie ancora incurabili come alcune forme di cancro. Ma alla stessa famiglia di problemi irrisolti appartiene anche la mancata disponibilità di interventi percutanei, per esempio. Intervenire a livello percutaneo significherebbe operare con interventi meno rischiosi e meno invasivi di quelli chirurgici, e quindi in condizione di maggiore sicurezza, elemento determinante per classi di pazienti a rischio, debilitati, anziani. Ma spesso non è stata ancora messa a punto la tecnologia. Talvolta l’introduzione di una innovazione favorisce anche la riduzione dei costi: per esempio, un intervento con un macchinario inizialmente più costoso ma meno invasivo può tradursi in tempi inferiori di ospedalizzazione e minore probabilità che si verifichino ricadute.

“Una volta la nostra attività di investitori era maggiormente rivolta a risolvere un problema specifico. Oggi si guarda al sistema sanitario nella sua complessità, cosa che richiede più rigore e un impatto più elevato nei progetti”, ha dichiarato Giuliano.

Sebbene sia richiesto uno sguardo più lungimirante e interdisciplinare, gli investitori non si sono tirati indietro. Secondo Aifi “nel 2016 è stato raggiunto l’ammontare investito più alto di sempre, grazie a numerose operazioni di dimensioni significative, realizzate prevalentemente da operatori internazionali, mentre il numero di investimenti è leggermente calato”. Durante lo scorso anno infatti quasi la metà degli operatori che hanno investito in Italia è internazionale. Gli stessi hanno assorbito il 69% del mercato in termini di ammontare investito. Sono seguiti dai fondi pubblici che hanno coperto il 17% del budget. Per quanto riguarda la tipologia di fonte dei fondi, quelli privati hanno rappresentato la prima fonte di capitale (23%).

Non è omogenea invece la destinazione geografica dei fondi. Il 76% del numero di operazioni di investimento ha riguardato aziende localizzate nel nord del paese, che ha attratto anche il 90% delle risorse complessivamente investite. Segue per numero di azioni di finanziamento il centro con il 14%, mentre le regioni del sud e isole hanno pesato per il 10%. Lo stesso si dica per la distribuzione dei principali operatori di investimento e incubatori.

Altrettanto interessante è comprendere quanto le imprese innovative abbiano la vocazione di crescere. Secondo il rapporto SEP Monitor, June 2017 – Scaleup Europe sono 135 le “scaleup” italiane, ossia le startup che hanno innalzato il proprio capitale al di sopra di un milione di dollari. Tra queste vi sono Yoox e Net-a-Porter. Nella classifica dei paesi europei siamo ultimi se mettiamo a confronto il numero di imprese con l’ammontare di capitale raggiunto (0,9 miliardi di dollari contro i 20 del Regno Unito) comparato al pil nazionale. Sebbene la crescita dell’Italia sia promettente (sia il numero sia il capitale del 25% delle startup sono aumentati rispetto al 2016), questo probabilmente non sarà sufficiente a colmare la differenza con i paesi limitrofi.

“Nella maturità di un progetto c’è un tasso di mortalità intrinseco che, in generale, è anche corretto e gestito”, ha commentato Giuliano. “Spesso vengono proposti infatti progetti interessanti che però nascono con difetti”. A volte è possibile rimediare agli errori fatti, altre volte non lo è, come, per esempio, quando c’è di mezzo un brevetto mal impostato o risultati scientifici già pubblicati.

Spesso vengono proposti progetti interessanti che però nascono con difetti. Talvolta è opportuno partire da progetti più giovani, non ancora impostati.

“Talvolta è opportuno partire da progetti più giovani, non ancora disegnati. Per questo abbiamo creato, insieme ad altri imprenditori e operatori specializzati nel settore cardiovascolare, l’incubatore Cardiovascular Lab che segue i progetti a partire dall’idea, per svilupparla nella direzione giusta, in modo da prevenire o gestire alcune delle fonti di mortalità”. Il Cardiovascular Lab è il primo incubatore a livello europeo focalizzato su progetti in ambito cardiovascolare. Offre supporto dalla brevettazione alla prototipazione e fino al bench test. L’incubatore segue l’idea dalla nascita, costruisce attorno a essa un team adeguato per svilupparla e crea le condizioni per assicurare tutte le certificazioni riconosciute a livello internazionale. Il fundraising è dunque solo uno degli aspetti offerti a chi si rivolge a un incubatore come questo.

In che direzione sta andando l’innovazione in sanità

Chiudiamo con un’ultima domanda che volge lo sguardo verso il futuro. Quali saranno i trend degli investimenti di domani? Se abbiamo tutti sotto gli occhi la crescente presenza sul mercato di farmaci “tecnologici” e terapie avanzate, l’idea che sta alla base a tale tendenza è quella di introdurre percorsi diagnostici o di cura che allevino situazioni cliniche difficili o complicanze. “Nella stessa ottica, complice lo sviluppo della digital health, il controllo della salute sarà sempre più tra le mani del paziente o avrà un impatto nel coordinamento con e all’interno dell’ospedale. E una promessa che si sta sviluppando rapidamente è il processo di presa in carico del paziente, spesso associato a tecnologie quali il machine learning e l’intelligenza artificiale”. In tali direzioni si inseriscono macchine che saranno in grado di leggere una radiografia meglio del radiologo. Il tutto a vantaggio del paziente che riceverà diagnosi più accurate, più sensibili e con una riduzione di costi e tempo di attesa.

Lo stesso si dica per il software sviluppato dall’italiana D-Eye, che è in grado di riconoscere lo stato della retina per monitorare l’avanzamento delle retinopatie direttamente da casa. Basta uno smartphone dotato di una fotocamera per lo screening e la valutazione della vista. Empatica è un’altra impresa fondata da un italiano. Propone un braccialetto capace di riconoscere le crisi epilettiche. Il dispositivo è in grado di misurare alcuni parametri, predire la crisi e avvisare i familiari.

Questa è la sfida del prossimo futuro: creare strumenti davvero utili e favorire l’interdisciplinarità per superarne i limiti.

Questi sono solo alcuni esempi per indicare la direzione che sta prendendo l’innovazione in sanità. Ma manca ancora qualcosa perché il trend divenga realtà: questi strumenti devono acquisire maggiore selettività. Devono riconoscere le situazioni critiche reali, evitando i falsi allarmi. “Troppi dati fanno male perché inficiano le misurazioni, molti dati invece sono utili a studiare in modo approfondito la condizione di un paziente o le caratteristiche di una patologia”, ha dichiarato in conclusione Giuliano. “Questa è la sfida del prossimo futuro: creare strumenti davvero utili e favorire l’interdisciplinarietà per superarne i limiti”.

dicembre 2017


Il valore delle charity e delle donazioni

Finanziare la ricerca migliore e il lavoro dei ricercatori con il coinvolgimento dei cittadini

Intervista a Niccolò Contucci, direttore generale Airc – Associazione italiana per la ricerca sul cancro

Grandi e piccole organizzazioni sono diventate portatrici delle battaglie contro tumori, malattie rare, leucemie, sclerosi multiple e altre malattie. In quale misura la patologia impatta sul valore della buona causa? È più facile sensibilizzare i cittadini e le aziende a sostenere la ricerca per le malattie rare o per i tumori o per una malattia neurodegenerativa?

Sicuramente la maggiore diffusione e il più alto impatto emotivo e psicologico sull’opinione pubblica di una patologia piuttosto che di un’altra rendono più facile, immediato e probabile il fatto che le persone decidano di sostenere quella buona causa. D’altra parte va detto che, se un’organizzazione fa una comunicazione di eccellente qualità, si possono raggiungere risultati che contrastano con quanto appena affermato, come dimostrano alcune realtà del terzo settore: la Fondazione Telethon, che in Italia si occupa delle malattie rare, ha una raccolta fondi annuale da 60 milioni di euro in Italia; l’Associazione italiana per la sclerosi multipla ne raccoglie intorno ai 30 milioni; l’associazione francese contro le miopatie è oltre 100 milioni di euro. Si può arrivare al grande pubblico anche con una causa a impatto percentualmente minore sulla comunità, purché si faccia un’attività di testimonianza e di comunicazione continua attraverso un piano di comunicazione strutturato, professionale e sistematico nel tempo. In questo modo i valori percentuali della raccolta saranno enormemente superiori a quelli che ci si potrebbe aspettare considerando il numero di pazienti rappresentati da quella  malattia. Allo stesso tempo però la bravura del comunicatore non basta, se un’organizzazione ha una locazione dei fondi improduttiva o non chiaramente descritta: se non si allocano nel modo migliore le risorse per la ricerca scientifica e biomedica (ma non solo, ovviamente), non si avranno donatori, perché un donatore decide di contribuire alla causa solo sulla base di una proposta convincente e del livello di affidabilità dell’organizzazione, che deve confermarsi sana e capace di rispettare quanto ha promesso.

Far leva sulle emozioni può indurre a una donazione istintiva, ma non farà mai di quel donatore un donatore fedele nel tempo.

Quanto è utile investire nella comunicazione per sostenere la ricerca con il coinvolgimento di chi la finanzia con le sue donazioni?

In generale il coinvolgimento richiede che le persone siano prima di tutto informate e convinte che valga la pena spendersi per una causa piuttosto che per un’altra. Nel nostro ambito spendersi vuol dire donare – poco o tanto, secondo le proprie possibilità. Una scelta alla quale si arriva in virtù di una relazione che si è costruita e delle informazioni ricevute, che sono risultate pari a quelle attese se non addirittura superiori. Nella comunicazione, far leva sulle emozioni della buona causa può indurre a una donazione istintiva, ma non farà di quel donatore un donatore fedele nel tempo. Il donatore diventa fedele se convinto che l’organizzazione rendiconta in maniera chiara e trasparente come sta spendendo quel denaro e, soprattutto, i risultati già acquisiti e quelli potenzialmente acquisibili nel prossimo futuro grazie alla sua donazione e al suo coinvolgimento. Airc è la prima organizzazione italiana per quantità di denaro raccolto e per numero di donatori, con una raccolta fondi da 138 milioni di euro nel 2016, insieme alla sua fondazione Firc, e circa 4 milioni e mezzo di sostenitori, tenendo conto del cinque per mille e delle diverse forme possibili di donazione offerte al pubblico. Non saremmo quello che siamo se non avessimo un impianto di comunicazione costante durante tutto il corso dell’anno, operativo su più canali e con diversi linguaggi a seconda del pubblico a cui ci rivolgiamo, mirato al coinvolgimento dei nostri sostenitori nella buona causa di promuovere nuove strategie di ricerca e individuare nuove terapie contro il cancro sempre più efficaci.

È frequente che la raccolta fondi sia percepita dai donatori come un’attività per finanziare solo dei singoli progetti di ricerca, quando in realtà gli istituti di ricerca hanno bisogno anche di fondi strutturali per far funzionare la macchina della ricerca. Come ovviare a questo problema?

Nell’opinione generale pagare un costo strutturale non è desiderabile, mentre lo è sicuramente immaginare che il proprio denaro vada integralmente a finanziare il progetto di ricerca. A nessun donatore fa piacere pensare che il proprio denaro serva per tenere accesa la luce dell’istituto o riscaldare il laboratorio né lo gratifica pensare che parte della sua donazione possa andare al responsabile amministrativo di quell’istituto. Spiegare però che sostenere la ricerca significa sì finanziare i progetti di ricerca, ma anche l’organizzazione indispensabile per realizzarli, è un’informazione non solo corretta ma anche educativa. Ragion per cui nel nostro bilancio rappresentiamo sempre in modo molto chiaro quanto costa sostenere Airc nella sua interezza, dal progetto di ricerca fi no alle sue strutture interne, che sono finanziate attraverso le donazioni ricevute. L’Istituto Firc di oncologia molecolare della nostra fondazione riceve 12 milioni e mezzo di euro ogni anno destinati alla copertura degli oneri del personale, ai servizi scientifici e alle attività di supporto alla ricerca. Complessivamente Airc riesce a finanziare il lavoro di 5000 ricercatori attivi nel nostro paese: i principal investigator (i titolari dei grant) hanno uno stipendio già pagato dall’istituto in cui lavorano con il finanziamento che ricevono da Airc possono sostenere altri ricercatori del loro team. Riuscire a sostenere il lavoro di circa 5000 ricercatori italiani è per noi un grande successo, perché significa promuovere la ricerca al più alto livello ma anche coltivare intelligenze e fertilizzare l’ambiente in cui queste persone lavorano, perché i principal investigator selezionati in quanto migliori avranno un impatto anche su tesisti, dottorandi, stagisti e su tutte le persone che ruotano loro intorno e che collaborano con loro.

Spiegare che sostenere una ricerca significa finanziare anche l’infrastruttura necessaria è un’informazione non solo corretta ma anche educativa.

Quanto e come il fundraising può aiutare a fare rete tra le grandi e piccole charity, per esempio chiedendo finanziamenti per bandi congiunti?

Sulla base della mia esperienza le posso dire che raramente nascono delle collaborazioni fra diverse organizzazioni su uno stesso obiettivo, perché mission apparentemente simili sono in realtà diverse. Per esempio, nel campo della ricerca biomedica quasi tutte le organizzazioni hanno come missione sia l’assistenza sia la ricerca. Per Airc sarebbe complicato collaborare con una charity che destina la maggior parte delle donazioni ad attività socioassistenziale e una parte minore alla ricerca. Quindi fare rete fra grandi e piccole charity è difficile se non raro. In questo Telethon è una piccola eccezione. Occupandosi di finanziare la ricerca su migliaia di malattie genetiche rare, Telethon ha deciso di federare le piccole organizzazioni che se ne occupano, con l’obiettivo di non “disperdere” le donazioni raccolte ma di concentrarle per promuovere la ricerca su una determinata malattia, aumentando di conseguenza l’impatto della donazione. Un tipo di fondazioni con cui Airc ha sviluppato partnership sono le fondazioni di origine bancaria, con l’obiettivo di fare rete con dei bandi cofinanziati, per metà dalla fondazione e per l’altra da Airc, focalizzati su materie riferibili alla ricerca sul cancro.

Come funzionano questi bandi cofinanziati dalle fondazioni bancarie?

In alcuni casi questi bandi hanno una dimensione regionale perché la fondazione bancaria partner ha un ambito di interesse statutario solo regionale, mentre in altri casi hanno una dimensione nazionale. Per esempio, la collaborazione con la Fondazione Cariplo si è concretizzata nel Progetto Trideo, con finanziamenti destinati a ricercatori con meno di 40 anni con un progetto estremamente originale e innovativo, che difficilmente verrebbe finanziato all’interno di un bando più tradizionale per il suo elevato livello di rischio. Il primo anno il fondo era destinato a ricercatori che lavoravano in Lombardia o nelle province di Novara e Verbania; mentre nell’edizione successiva si è aperto al resto d’Italia. In questo fare rete la fondazione bancaria contribuisce per metà dell’investimento totale, mentre la valutazione di merito e la selezione del progetto migliore, attraverso un sistema di peer review, spettano ad Airc. In questo modo abbiamo messo al servizio della comunità, e anche al servizio delle fondazioni bancarie, un metodo di valutazione che mette al sicuro la qualità e il rigore del processo di selezione.

Il fundraising può essere uno strumento per fare rete tra ricercatori?

La rete tra ricercatori non è guidata dal fundraising ma dai bandi di ricerca. Se Airc – come fa – pubblica un bando che prevede la formazione di una rete di clinici e scienziati di base per il passaggio dal bancone al letto del paziente, il driver per fare rete è il bando stesso, che consente di ricevere finanziamenti per svolgere un progetto di ricerca con quelle determinate caratteristiche. In questo caso i ricercatori si mettono in rete non per raccogliere fondi ma per scrivere dei grant. Comunque lavorare in rete è una condizione connaturale alla ricerca scientifica. Il progresso scientifico si fonda sulle pubblicazioni su riviste scientifiche in base alla procedura di peer review, quasi sempre a firma di un network di ricercatori. Normalmente il team di ricerca di un laboratorio lavora insieme a gruppi complementari di qualsiasi parte del mondo, in “competizione” con altri gruppi che collaborano sulla stessa ricerca.

La ricerca di finanziamenti può favorire la crescita di competenze trasversali, non solo da parte dei ricercatori ma anche tra chi ha un ruolo manageriale nella ricerca?

La ricerca di fondi per un ricercatore è cosa diversa dal fundraising. Normalmente per ottenere dei grant i laboratori e gli istituti di ricerca devono presentare delle application. Qui entrano in gioco funzioni professionali e manageriali a latere del ricercatore che servono per scrivere delle application chiare, complete e utili ad ottenere il finanziamento per garantire la continuità della ricerca. Esistono anche agenzie specializzate che assistono l’ente di ricerca nel grant writing. In alcuni istituti, accanto alla fi gura professionale del grant writer c’è anche quella del fundraiser.

Il non profit per la ricerca scientifica è ormai diventato una risorsa insostituibile e fidelizzando la società civile offre la garanzia di poter investire in progetti di lunga durata.
È giustificabile il ruolo del fundraising nell’ambito della ricerca biomedica quale strumento per sopperire alla diminuzione di risorse pubbliche?

Da sempre nei paesi occidentali, primi fra tutti gli Usa, la ricerca biomedica viene finanziata sia dal pubblico sia dal privato. Questo modello si sta estendendo anche in altri paesi come l’India e in alcune regioni sudamericane. Il fundraising delle organizzazioni non profit diventa quindi un complemento e non un supplemento delle fonti di finanziamento pubblico. In Italia lo stato investe sulla ricerca circa l’1 per cento del pil, a fronte di una media europea che si attesta attorno al 2 per cento. Tuttavia dovremmo ragionare in termini di numeri assoluti: l’1 per cento del pil italiano equivale a 12 miliardi di euro, che per lo più vanno per i costi strutturali della ricerca di cui si diceva, senza i quali servirebbero a poco o nulla i 100 milioni di euro erogati da Airc in un anno per i progetti di ricerca meritevoli. Senza un tessuto strutturale preesistente particolarmente solido, non ci sarebbe nessuna possibilità di sostenere la ricerca di un paese grande e importante come l’Italia. La funzione di una non profit è quella di mettere benzina nel motore di una Ferrari che già esiste, affinché non resti chiusa in un garage ma continui a correre nell’interesse della comunità non solo italiana ma internazionale. Il suo contributo è centrale e cruciale perché indipendente e non soggetto alle pressioni della politica né interne alle strutture che va a sostenere. Quello che fa Airc con molto successo – e ne siamo orgogliosi – è dotarsi di strumenti di selezione per finanziare in Italia i gruppi di ricerca migliori a livello globale, in modo completo, rigoroso e indipendente da pressioni esterne. Ma se non ci fosse lo stato, il nostro lavoro sarebbe inutile.

Le charity finanziano in maniera indipendente la migliore ricerca, ma mettono comunque benzina in un motore eccellente pagato dallo stato.

dicembre 2017

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