• Background Image

    Dalla ricerca al mercato

4 dicembre 2017

Dalla ricerca al mercato

Università e industria del farmaco tra ostacoli e aspettative – Alfonso Gentile
Piani strategici per investire in una ricerca clinica che contaIntervista a Francesca Patarnello, Constanza Oliveros
Il sistema toscano per dare valore alla ricerca life scienceIntervista a Andrea Frosini
Come colmare il gap tra ricerca e business: Lazio InnovaIntervista Andrea Ciampalini

Università e industria del farmaco tra ostacoli e aspettative

Mettere a disposizione professionalità di alto valore e cogliere spazi di ricerca disponibili

Alfonso Gentile, Medical & Regulatory director, Takeda Italia 

Spesso la ricerca italiana si contraddistingue per uno squilibrio importante dell’offerta qualitativamente e quantitativamente molto elevata di professionalità dei nostri ricercatori (non solo quelli emigrati all’estero) rispetto alle risorse economiche messe in campo dalle diverse autorità che rappresentano lo stato italiano (ministeri, accademia, Aifa, ecc.). È esperienza comune che la risposta dei centri di ricerca italiani alla pubblicazione di un bando di ricerca finanziato dall’industria sia a dir poco entusiastica, indipendentemente dalle somme investite. Quello, quindi, fra industria e accademia è un rapporto potenzialmente vitale per il continuo sviluppo delle capacità dei nostri ricercatori che come tale potrebbe e andrebbe meglio normato per garantire che la ricerca di questo tipo non scompaia dal nostro paese a favore di altre realtà nient’affatto più stimolanti, ma solo meglio attrezzate a sviluppare questo connubio.

Il decreto ministeriale del 17 dicembre 2004 sulla sperimentazione clinica è un unicum nella ricerca dei paesi occidentali che ha aggravato il gap fra la ricerca profit e non profit come testimoniato dai rapporti annuali dell’Aifa. Sarebbe opportuno aggiornare tale decreto che risale a ben 13 anni fa, anche in vista dell’emanazione di futuri regolamenti europei che potrebbero creare un ulteriore problema nel favorire la ricerca indipendente del nostro paese. È auspicabile, infatti, che non venga inibito a priori lo sviluppo di un dialogo tra promotore e finanziatore su argomenti di rilievo attorno alla ricerca non profit la quale − pur nel rispetto dei principi di autonomia e indipendenza dello studio − potrebbe essere diversamente gestita e contrattualizzata sull’esempio di altri paesi europei. Diverse aziende si trovano a dover declinare proposte di sostegno della ricerca indipendente; inoltre, alcuni gruppi coordinatori di studi clinici multinazionali in aree in febbrile sviluppo, qual è l’oncologia, cominciano a escludere i centri italiani proprio per la complessità interpretativa della normativa di riferimento.

La complessità della normativa ostacola la partecipazione dei centri italiani agli studi multinazionali.

Nel campo della ricerca profit il rapporto fra industria e accademia è in continua evoluzione, con l’intento di mantenere sempre elevato il livello di collaborazione che è a due vie fra chi ha la responsabilità di gestire lo sviluppo clinico di un farmaco e chi ha la scienza e l’esperienza di direzionare al meglio lo sviluppo stesso.

L’Italia complessivamente non è tenuta al di fuori del mainstream degli studi clinici internazionali sia nelle fasi iniziali sia in quelle registrative del farmaco. Ma è evidente che le nostre strutture non sono pronte a una competizione con quelle di altri paesi quanto a facilità di sviluppare localmente uno studio clinico europeo o mondiale. Non si pensi però a eventuali complessità dell’iter approvativo dei comitati etici quanto piuttosto, nella stragrande maggioranza dei casi, alle peculiarità contrattuali differenti non solo da istituto a istituto ma ancor peggio nello stesso da trial a trial.

Tutto questo è fonte di continua frustrazione non solo fra i ranghi della ricerca accademica ma anche – se non di più – fra coloro (e sono numerosi) che all’interno delle direzioni mediche si industriano per far pervenire ai nostri clinici quanti più stimoli di ricerca avanzata possibili. Sebbene non si prenda nemmeno in considerazione l’idea di ritirarsi dall’obiettivo di fare ricerca nel nostro paese, ovvio che, fra la competizione con nazioni meglio strutturate e lo svilupparsi a livello mondiale di una classe di ricercatori di alto e omogeneo livello, il compito di investire in Italia non è né semplice né garantito.

È evidente che questa situazione si traduce in una ridotta disponibilità, per i nostri specialisti e, soprattutto, per i loro pazienti, di farmaci sempre più complessi e mirati e quindi più efficaci. Ma significa anche un mancato ritorno di tutto quello che viene da questi studi, i quali − per le loro peculiarità − possono rappresentare una crescita impor-tante relativamente alla metodologia clinica, al “rispetto” del dato clinico e del suo valore, alle modalità di analisi sempre più raffinate del dato stesso in risposta alle esigenze sempre più rilevanti di chi poi deve decidere se quel farmaco è utile o meno alla comunità dei pazienti. Sono una serie di soft skill sui quali l’università investe molto poco e che invece l’industria da tempo ha dovuto e voluto far propri per sviluppare al meglio i farmaci.

Il compito di investire in Italia non è né semplice né garantito.

Riassumendo credo si possa certamente affermare che da una parte l’accademia mette a disposizione la propria expertise e le sue professionalità mediamente di alto valore, ma dall’altra spesso non è sorretta da strutture ospedaliere e amministrative all’avanguardia che di fatto ostacolano la ricerca più che favorirla. Il compito delle università dovrebbe essere di includere nelle facoltà di medicina corsi di studio su come fare ricerca e sul tipo di infrastrutture metodologiche che si rendono necessarie. E allo stesso tempo, l’industria dovrebbe essere sempre più pronta a cogliere gli spazi di sviluppo clinico e di ricerca disponibili, senza pregiudizi nazionalistici, disponendosi anche ad una crescente flessibilità nell’interpretare la collaborazione con il mondo accademico.

dicembre 2017


Piani strategici per investire in una ricerca clinica che conta

Dalla partnership pubblico-privato alla creazione di reti collaborative con il paziente al centro

Intervista a Francesca Patarnello,Vicepresidente Market access&Government affairs, AstraZeneca Italia, e Constanza Oliveros, Medical head Oncology, AstraZeneca Italia

È ancora possibile pensare a un contributo dell’industria agli studi clinici italiana in un’epoca in cui la quasi totalità della ricerca rilevante è condotta su base internazionale?

Una distinzione tra ricerca italiana e internazionale non dovrebbe esistere. Esiste la ricerca. Tuttavia, da qualche tempo si tende a pensare sia meglio la ricerca “locale”. Sono i quesiti della ricerca che possono essere locali. Per fare ricerca servono risorse, strutture e competenze specifiche che coprano non solo la metodologia ma anche l’aspetto manageriale. La ricerca promossa e finanziata dall’industria, oltre a essere importante per il territorio, ha permesso in molti campi di iniziare un processo di trasferimento tecnologico e capacity building. Investire nella “ricerca italiana” significa essere competitivi nella qualità e nella quantità delle pubblicazioni scientifiche, nella vicinanza industria-università e nella leadership scientifica e manageriale dei centri di ricerca clinica e preclinica. In primis, si tratta di un investimento culturale. Da un punto di vista strutturale, invece, è interessante ipotizzare di creare delle aree ad alto trasferimento tecnologico dove assicurare specifici incentivi finanziari e un ambiente amministrativo-burocratico di eccellenza. Pensare di essere in grado di distribuire in modo indistinto risorse nel territorio italiano senza un piano strategico potrebbe invece essere un approccio perdente, almeno per la ricerca più precoce. Invece, per le fasi più avanzate della ricerca è fondamentale essere “vicini al letto del paziente”. È importante che i centri di ricerca siano una rete, come sta già accadendo per esempio con la rete degli Irccs o nei centri oncologici ed ematologici che sono riusciti a vincere la competizione internazionale grazie alla loro alleanza strategica e operativa.

Vincere la competizione internazionale con l’alleanza strategica e operativa dei centri di ricerca.

Molti dei bandi di ricerca internazionali richiedono partnership tra il pubblico e il privato: quali competenze può offrire l’industria alle istituzioni?

La ricerca industriale ha sviluppato per necessità un’alta efficienza operativa, necessaria a ridurre i costi, assicurare la qualità e superare con successo le verifiche regolatorie. Molte persone dell’industria, all’interno dei dipartimenti di clinical operation, hanno sviluppato competenze esecutive di altissimo livello. Al contrario, in Italia, sempre meno le persone del pubblico, seppur competenti, vengono coinvolte nella gestione dello sviluppo della metodologia sperimentale o nella biostatistica. Inoltre, sul piano strategico l’industria, agendo a livello internazionale, ha potuto godere di un confronto con le autorità regolatorie e con i principal investigator di studi internazionali registrativi che hanno alzato molto il loro livello di competenza ed esperienza. Ecco perché da qui l’interesse a creare partnership a livello nazionale tra industrie e istituzioni che portino i nostri centri di ricerca, specialmente in oncologia ed ematologia, a essere in contatto diretto con gli headquarter per lo sviluppo di strategie di ricerca.

Codici di condotta delle sperimentazioni, codici etici, codici per la trasparenza dei dati: l’industria vive questi binari come un vincolo o come una garanzia per sperimentatori e per i cittadini?

I codici di condotta dovrebbero essere applicati per qualsiasi genere di ricerca. Senza questo requisito la ricerca porterebbe a un pericolo per la salute o a un danno in termini di risorse sottratte ad altre ricerche. Tuttavia, in qualche caso negli anni le regole sono diventante un peso così importante da diventare una barriera per la risposta ad alcuni quesiti di ricerca. Esistono, infatti, anche dei “quesiti orfani” per poter rispondere ai quali sarebbe importante, in alcuni casi, snellire le regole. Dovrebbero essere poi la semplificazione e la corretta valutazione dei rischi a guidare la definizione delle regole e non la burocrazia.

Negli anni le regole sono diventate un peso così importante da diventare una barriera.

Disseminazione della ricerca: qual è la vostra posizione riguardo la proprietà e l’accesso ai dati della ricerca condivisa tra pubblico e privato?

AstraZeneca è stata una delle prime aziende a promuovere la trasparenza dei dati degli studi clinici formando una task force completamente dedicata. Riteniamo che la trasparenza dei dati delle sperimentazioni cliniche sia nel miglior interesse tanto dei pazienti quanto degli sperimentatori. Per questo divulghiamo al pubblico le informazioni sulle nostre sperimentazioni cliniche attraverso siti pubblici quali ClinicalTrials.gov, AstraZeneca ClinicalTrials.com ed EudraCT, in accordo alle leggi in vigore e questo include la condivisione dei protocolli di studio e i risultati finali degli studi (facilmente leggibili anche per i pazienti). La trasparenza è importante, così come la collaborazione e la vicinanza con i centri di ricerca, perché rende i risultati immediatamente trasferibili nella pratica clinica.

Può indicare cinque elementi tra punti di forza e debolezze della ricerca italiana?

Debolezza: pochi centri realmente organizzati per fare ricerca con pochi studi disegnati e analizzati in Italia, molta burocrazia evitabile, scarso coinvolgimento dei pazienti nelle raccomandazioni per le priorità di ricerca, poco uso della partnership pubblico-privato di medio lungo termine, preparazione universitaria non focalizzata sulla ricerca. Forza: costruzione di buone reti con la presenza, sempre più evidente, di gruppi cooperativi in ematologia e oncologia, che hanno portato l’Italia a essere riconosciuta come un paese dove si può fare questo tipo di ricerca potendo fornire ai pazienti, in anticipo, valide alternative terapeutiche.

dicembre 2017


Il sistema toscano per dare valore alla ricerca life science

La collaborazione dei centri di ricerca pubblici e privati, università e scuole superiori, piccole e medie imprese, sistema sanitario regionale e professioni

Intervista a Andrea Frosini, Intellectual property manager, Fondazione Toscana Life Sciences

l sistema toscano di sviluppo della ricerca in ambito life science e le prospettive per rafforzare i processi di trasferimento tecnologico e di innovazione raccontati da Andrea Frosini, intellectual property manager di Toscana Life Sciences che collabora con l’Ufficio per la valorizzazione della ricerca biomedica e farmaceutica della Regione Toscana.

Partiamo da Toscana Life Sciences, di cosa si occupa.

Si tratta di un ente non profit con sede a Siena che opera sul panorama regionale come facilitatore di sistema per supportare le attività di ricerca nel campo delle scienze della vita e sostenere lo sviluppo di progetti dalla ricerca di base all’applicazione industriale. L’incubatore Toscana Life Sciences ospita e affilia oltre trenta soggetti tra aziende biomediche, gruppi di ricerca e società di servizi che operano nel campo della ricerca e sviluppo di nuovi farmaci, test diagnostici e dispositivi medici, e dà accesso a un’ampia gamma di servizi qualificati, strumentazioni tecnologiche e facility avanzate sia alle aziende incubate sia a soggetti esterni. Personalmente mi occupo di tutta la parte che supporta la ricerca finalizzata al trasferimento tecnologico. In altre parole, cerco di aiutare a tutelare la ricerca e i propri risultati perché poi questi possano essere portati sul mercato.

Partiamo da Toscana Life Sciences, di cosa si occupa. 

Si tratta di un ente non profit con sede a Siena che opera sul panorama regionale come facilitatore di sistema per supportare le attività di ricerca nel campo delle scienze della vita e sostenere lo sviluppo di progetti dalla ricerca di base all’applicazione industriale. L’incubatore Toscana Life Sciences ospita e affilia oltre trenta soggetti tra aziende biomediche, gruppi di ricerca e società di servizi che operano nel campo della ricerca e sviluppo di nuovi farmaci, test diagnostici e dispositivi medici, e dà accesso a un’ampia gamma di servizi qualificati, strumentazioni tecnologiche e facility avanzate sia alle aziende incubate sia a soggetti esterni. Personalmente mi occupo di tutta la parte che supporta la ricerca finalizzata al trasferimento tecnologico. In altre parole, cerco di aiutare a tutelare la ricerca e i propri risultati perché poi questi possano essere portati sul mercato.

Qual è il valore aggiunto portato da Toscana Life Sciences per le imprese e per chi fa ricerca?

Toscana Life Sciences è fondamentale per aiutare le imprese e chi fa ricerca nel mettere a punto le proprie ricerche, sempre finalizzate al loro trasferimento verso il mercato e verso la pratica clinica. È un organismo di ricerca ma anche un centro di competenza e un’infrastruttura per il trasferimento tecnologico. È un incubatore, nonché il soggetto gestore del Distretto toscano scienze della vita: tutte “anime” che facilitano l’integrazione e la circolazione delle informazioni. Inoltre Toscana Life Sciences è un luogo di aggregazione e associazione di aziende, piccole e medie imprese, che trovano spazi e strumenti per poter sviluppare le loro idee di impresa. Dunque, per la sua stessa natura, è un soggetto perfetto per favorire quel dialogo, talvolta faticoso, tra pubblico e privato.

Uffi ci di trasferimento tecnologico: quali sono a suo parere le criticità da affrontare?

C’è un problema di sottodimensionamento, non solo di numero, ma anche di competenze, di risorse e soprattutto di deleghe operative. Credo che il modo migliore per aumentare l’impatto delle attività di trasferimento tecnologico sia quello di dotare gli uffici della giusta visibilità e delle giuste deleghe. Una combinazione virtuosa che garantirebbe la necessaria autorevolezza. Credo, poi, che andrebbero incentivate misure coordinate che rispondano a un piano organico che coinvolga tutti gli attori protagonisti, anche attraverso un coordinamento più stretto con i distretti. Questi ultimi andrebbero usati concretamente come luoghi di confronto e di sviluppo di trasferimento tecnologico, in stretta collaborazione con le direzione coinvolte, le università, i centri di ricerca, il sistema sanitario regionale.

Migliorare il dialogo tra settore pubblico e privato potrebbe favorire la valorizzazione della ricerca?

L’investimento in ricerca, e in ricerca nelle scienze della vita in particolare, è un elemento imprescindibile per l’Italia, la cui economia poggia su un tessuto di piccole e medie imprese. La collaborazione con i centri di ricerca pubblici è una possibile soluzione per superare il ritardo rispetto ai volumi di investimento in ricerca tipici delle grandi imprese. Lo sforzo che si sta conducendo in Toscana si è concretizzato con l’istituzione, il rafforzamento e lo sviluppo del Distretto scienze della vita. La chiave può essere quella di creare, con uno spirito di collaborazione pubblico-privato, un ecosistema dove possano collaborare centri di ricerca pubblici e privati, università e scuole superiori, piccole e medie imprese, sistema sanitario regionale e professioni.

Quale potrebbe essere, secondo lei, una strategia per rafforzare le attività di trasferimento tecnologico?

Si parla molto di un ufficio di trasferimento tecnologico regionale. Credo che un valore aggiunto potrebbe arrivare da un coordinamento centralizzato, che potrebbe svilupparsi calandosi in ambito distrettuale. Un coordinamento che potrebbe essere un’efficace interfaccia con i relativi stakeholder (università, centri di ricerca, settore privato, piccole e medie imprese), in modo tale che essi possano mantenere prerogative d’indipendenza, e al contempo si possa raggiungere quel livello di massa critica che aumenti le potenzialità del sistema. L’idea potrebbe essere quella di creare attività di trasferimento tecnologico distrettuale, che corrispondano a una maggior aderenza a specificità settoriali e a risorse condivise affidate a un ufficio di coordinamento regionale.

Fare trasferimento tecnologico è possibile solo attraverso una presenza e un radicamento in loco di contatti con gli inventori e i ricercatori.

Come prevede possa interfacciarsi il coordinamento regionale con le realtà esistenti nelle politiche di trasferimento tecnologico?

Il coordinamento regionale potrebbe svolgere un’azione finalizzata a integrare e implementare le politiche di settore, per allineare le azioni strategiche messe in atto dalle diverse direzioni generali regionali. Le attività distrettuali potrebbero fornire una serie di azioni a supporto di carattere principalmente consultivo e d’indirizzo, dotandosi di personale qualificato e formato specificamente al trasferimento tecnologico (all’interfaccia tra università e impresa), software per l’analisi dello stato dell’arte, banche dati per il monitoraggio e la reportistica, formati di contratti in italiano e inglese per gestire le pratiche di trasferimento tecnologico. Potrebbe esser previsto un finanziamento per startup e meccanismi di cofinanziamento. La struttura deve comunque e imprescindibilmente preservare l’indipendenza degli atenei e supportare la valutazione, che deve avvenire attraverso le commissioni brevetti e tecnologie dell’accademia, perché a mio parere fare trasferimento tecnologico è possibile solo attraverso una presenza e un radicamento in loco di contatti con gli inventori, i ricercatori e le loro esigenze di fiducia e accompagnamento.

dicembre 2017

L’Italia ha bisogno di crescere in competitività

L’Italia è tra gli ultimi posti nella classifica del rapporto 2016 sulla competitività delle regioni dell’Unione europea, vicina alla Grecia, Cipro, Malta e diversi paesi dell’Est. Il rapporto triennale della Commissione europea fornisce l’indice di competitività di 263 regioni europee. L’indice misura la capacità delle singole regioni di offrire un ambiente attraente e sostenibile, tenendo conto di fattori legati al mercato, all’innovazione, alla governance, alle infrastrutture, oltre alla salute e allo sviluppo del capitale umano. La Lombardia, che si conferma la migliore per competitività tra le regioni italiane, occupa il 143esimo posto nella classifica europea, distinguendosi in positivo per la sanità. Il Lazio si trova al 156esimo e la Toscana al 172esimo. Negli ultimi sei anni quasi tutte le regioni italiane hanno perso in competitività. Le province autonome di Bolzano e Trento e la Valle d’Aosta sono le sole ad aver registrato un miglioramento; Basilicata, Friuli-Venezia Giulia, Marche, Molise, Sardegna e Umbria sono stabili e le restanti regioni hanno subito un calo più o meno lieve.


Come colmare il gap tra ricerca business: Lazio Innova

Portare finanziamenti sia pubblici sia privati e costruire una rete territoriale per “fare impresa

Intervista ad Andrea Ciampalini, direttore generale Lazio Innova

Lazio Innova è una società controllata dalla regione che progetta e gestisce programmi per lo sviluppo economico del territorio e la valorizzazione sui mercati esteri dei settori di eccellenza del Lazio. Ne parliamo con il direttore generale, Andrea Ciampalini.

Qual è il ruolo di Lazio Innova per l’accesso ai fondi strutturali per la ricerca nel campo biomedico e sanitario?

Il settore biomedico e sanitario è una delle sette aree di specializzazione su cui la Regione Lazio ha deciso di concentrare gran parte delle risorse della programmazione europea 2014-2020. Oltre a un ruolo di animazione del distretto tecnologico delle bioscienze, organizzando per esempio specifici eventi di settore (il più importante è Meet in Italy for Life Sciences – MIT4LS), Lazio Innova ha gestito, nell’ambito del più ampio programma di 150 milioni di euro per la reindustrializzazione del Lazio, il bando Life2020 che ha reso disponibili 18,5 milioni per progetti di imprese e centri di ricerca. Obiettivo del bando è rendere il sistema industriale regionale più competitivo anche nello scenario internazionale. Parallelamente, Lazio Innova sta dando concreta attuazione al citato programma di venture capital, già positivamente sperimentato durante la programmazione europea 2007-2013, consolidato e migliorato nell’attuale programmazione. Si tratta di oltre 100 milioni di euro che la Regione Lazio ha stanziato per il consolidamento del mercato del capitale di rischio, nel cui ambito il biotech e il biomedicale si confermano tra i settori maggiormente in grado di esprimere vitalità e capacità innovativa.

Il biotech e il biomedicale rappresenta un motore di sviluppo anche economico della regione e del paese…

Lazio Innova è il principale soggetto attuatore della politica regionale per lo sviluppo economico. Il suo ruolo non è solo stimolare gli investimenti per la ricerca ma anche contribuire a colmare il gap fra ricerca e business. E non a caso, quest’anno, la seconda edizione di StartupOnstage è dedicata prevalentemente alle biotecnologie. StartupOnstage è un boot camp organizzato da Lazio Innova, in collaborazione con Assobiotec e Intesa Sanpaolo, che prevede tre giornate di training, mentorship e pitching per startup e team di ricercatori.

Cosa ritiene prioritario per garantire un sistema industriale regionale molto competitivo nel settore biomedico?

Favorire in ogni modo il rapporto impresa-ricerca e i processi di open innovation. Oggi nel Lazio sono presenti grandi capacità di ricerca sia pubblica sia privata, che in alcune nicchie raggiunge livelli di eccellenza mondiale, e un capitale umano estremamente preparato e competente, nonché una capacità produttiva di grande qualità. Tutto ciò è la ragione della stabile presenza sul territorio delle più importanti multinazionali del set-tore farmaceutico, biomedicale e sanitario. Malgrado questo, però, il nostro territorio ospita attività industriali, di ricerca e innovazione, in misura minore rispetto al potenziale di cui disponiamo. Molto si può fare nel rendere gli output, in termini di valore economico e nuovi posti di lavoro, più adeguati al consistente patrimonio di conoscenze disponibile nel Lazio. Nel sistema industriale regionale il settore farmaceutico è tra i più competitivi, mentre quello biomedicale è relativamente più debole rispetto ad altre regioni italiane, un settore in cui l’innovazione tecnologica gioca un ruolo primario. Riusci-re a fare sistema tra le eccellenze del territorio può stimolare la crescita e la competitività anche sui mercati internazionali. Ed è per questo che la Regione Lazio ha lanciato una serie di bandi con l’obiettivo di rafforzare le sinergie tra imprese, comprese le startup innovative, e organismi di ricerca.

Riuscire a fare sistema tra le eccellenze del territorio può stimolare la crescita e la competitività anche sui mercati internazionali.

Nel nostro paese qual è il principale ostacolo al trasferimento dei risultati della ricerca biomedica innovativa in valore?

Sono diverse le ragioni, molte delle quali peraltro identificate da tempo, che contribuiscono a determinare una performance insufficiente dell’Italia, e anche dell’Europa nel suo complesso se paragonata ad altri sistemi economici, nel far giungere al mercato i risultati dell’attività della ricerca. In prima battuta, una differenza nell’impatto che le attività di valorizzazione della ricerca hanno sul percorso curriculare di chi fa ricerca. Ancora oggi, per chi vuole fare ricerca, pubblicare è più importante di ogni altra cosa e mancano meccanismi che riescano a conciliare le esigenze dell’accademia con quelle dell’impresa. Inoltre, nel nostro paese, ancora si deve affermare pienamente una cultura dell’imprenditorialità per opportunità, di tipo seriale, che non nasca da esigenze più riferibili all’autoimpiego. Su questo, poi, si innesta come un fattore di freno specifico e addizionale una cultura del fallimento che tende a mortificare e inibire la volontà di realizzare ulteriori tentativi che facciano tesoro dell’esperienza guadagnata. Infine, il ruolo della finanza. Il mercato del venture capital e del private equity in Italia si sta finalmente consolidando, seppure con numeri ancora contenuti. Questa situazione penalizza in maniera particolare il settore biotech, nel quale sono spesso necessari investimenti rilevanti già nelle prime fasi dei progetti di valorizzazione della ricerca.

Dunque come colmare il gap tra ricerca di base e applicazione commerciale?

Attrarre operatori dell’equity specializzati in questo settore, e nel Lazio, come lo stiamo facendo con Fare Venture, può rappresentare un elemento decisivo perché le applicazioni commerciali della ricerca di base siano più numerose, abbiano più successo e radichino sul nostro territorio posti di lavoro di alta qualità. Centrale è anche il tema della vitalità degli ecosistemi, che sempre più devono essere in grado di favorire i processi di dialogo e scambio che oggi si avvalgono degli hub e delle infrastrutture di ricerca avanzate (vedi pp. 28-29). Proprio in tal senso sono indirizzate le ultime iniziative della Regio-ne Lazio per sostenere la nascita di una rete territoriale che funga da ponte tra ricerca, impresa e mercato. È questa la finalità del bando recentemente pubblicato, e gestito da Lazio Innova, che stanzia 10 milioni di euro di contributo a fondo perduto.

dicembre 2017

0 Comments

Leave A Comment

Lascia un commento

Iscriviti alla newsletter di Forward

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

Pin It on Pinterest

Share This