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    Il social housing partecipato

28 luglio 2017

Il social housing partecipato

Le decisioni condivise quale imperativo etico per il social housing

© Felipe Díaz Contardo

“Chiedendo la partecipazione dei cittadini non cerchiamo la risposta giusta ma di individuare il problema. Non c’è niente di peggio di una risposta giusta alla domanda sbagliata”. Con questa filosofia l’architetto cileno Alejandro Aravena, premio Pritzker nel 2016,  insieme ai colleghi dello studio Elemental ha sperimentato più volte in uno spazio pubblico lo sharing decision making per trovare la soluzione migliore anche quando le risorse sono scarse.

L’assemblea con i cittadini di Constitución – Foto: © Elemental

Una foresta di pini. Centinaia di casette a schiera rosse e bianche. Alcune complete, altre costruite per metà. Sono state progettate per gli sfollati di Constitución, la cittadina cilena sull’estuario del fiume Maule rasa al suolo da un maremoto nel 2010. Era una notte di febbraio. Più di cinquecento le vittime. I sopravvissuti rimasero senza una casa e con un paese distrutto. Lo studio Elemental era stato interpellato per progettarne la ricostruzione. Diverse aziende di costruzione avevano proposto di erigere sulla costa un muraglione protettivo com’era stato fatto in Giappone dopo uno tsunami. “Ma sapevamo dall’inizio che le persone del posto dovevano essere coinvolte, il muraglione non era quello che volevano”, racconta Aravena. La prima decisione fu quindi formare un consorzio con i residenti, il governo, la multinazionale che metteva i soldi e lo studio Elemental. La seconda organizzare delle assemblee aperte ai residenti. Furono loro a spiegare che il vero problema non era lo tsunami, un evento comunque raro. Ma lo erano i continui allagamenti dovuti al fiume, la mancanza di verde e le poche abitazioni. Messe a fuoco le vere priorità Elemental diede un’alternativa al muraglione, ossia quella di creare una barriera naturale con un bosco di pini per attenuare l’impatto di un maremoto, trasformare la zona del fiume in un parco pubblico con un bacino di ritenzione in grado di prevenire le inondazioni. Per le abitazioni proposero un complesso di edilizia popolare chiamata incrementale che spendendo poco garantisce un tetto a tutti. I cittadini di Constitución scelsero l’alternativa, un buon esempio di edilizia sociale, sostenibile e partecipata.

Le case di Villa Verde di Constitución, qui in foto, sono un esempio di edilizia incrementale ideata da Elemental nel 2003 per dare un tetto a 100 famiglie povere di Quinta Monroy, a Iquique, nel deserto di Atacama. La sfida era di garantire un alloggio con i 10mila dollari sovvenzionati dallo stato, appena sufficienti per comprare il terreno e costruire alloggi di 40 mq. La soluzione è stata di progettare una casa di 80 mq e di costruirne solo la prima metà, quella “buona” che difficilmente le famiglie avrebbero potuto pagare da sole: a due piani, con due stanze da letto, una cucina, un bagno e un tetto. L’altra metà l’avrebbero completata i residenti quando se lo sarebbero potuto permettere. L’incremental house è un esempio di edilizia sociale in grado di trasformare nuova ricchezza da un bene in disfacimento. “Un alloggio progettato in questa prospettiva − spiega Aravena − non è solo un riparo ma uno strumento per superare la condizione di povertà.” Per ricostruire Villa Verde erano stati finanziati 22.300 dollari, le famiglie hanno acquistato la mezza casa a 700 dollari e con altri 2 mila dollari l’hanno ultimata diventando proprietari di un immobile che oggi vale circa 100mila dollari.

Foto: © Elemental


La fotografia in alto è di Daniel Novta: “Stop”. Flickr Creative

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