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    Cosa guida le decisioni

28 luglio 2017

Cosa guida le decisioni

Le grandi decisioni della storiaIntervista a Raffaele Romanelli
Liberi di rischiare, liberi di sbagliareFabio Ambrosino

Le grandi scelte che hanno fatto la storia

Dalla “idea geniale” di Cavour alle non decisioni: la nostra storia recente nella ricostruzione di un grande storico

Intervista a Raffaele Romanelli, già professore di storia contemporanea presso la Sapienza università di Roma, docente Luiss Guido Carli, direttore del Dizionario biografico degli italiani

Quali scelte hanno segnato la storia dell’unificazione dell’Italia?

Di certo una scelta che ha segnato la storia è quella compiuta dal conte di Cavour di fronte alla spedizione dei Mille in Sicilia e alle rapide, imprevedibili vittorie di Giuseppe Garibaldi. Dopo varie scelte politiche fatte per evitare uno scontro tra democratici e liberali – affrettare il plebiscito di annessione, inviare in Sicilia un “prodittatore” – Cavour ha un’idea geniale: invece di intavolare una trattativa con Garibaldi, gli manda incontro un esercito capeggiato dal re in persona, Vittorio Emanuele II, e il 26 ottobre del 1860, vicino a Teano, i due s’incontrano, il grande condottiero e il grande re. L’immagine diventa mitica, i due grandi, cavallo nero e cavallo bianco, si stringono la mano. Garibaldi, che avrebbe voluto semmai un’assemblea costituente, non può che dire: “Maestà, vi consegno l’Italia!”. È una mossa geniale: dall’oggi al domani viene unificata l’intera penisola, a parte Roma e il Veneto, una sorta di miracolo. Nessuno in Europa pensava che la novità reggesse. Ma fatta l’Unità d’Italia bisognava “fare gli italiani”, ed è stato avviato un percorso per forzare l’unificazione. Nel giro di poco tempo viene strutturata una forma politica e amministrativa unitaria, viene formato un esercito nazionale fondendo quelli già esistenti, da quello borbonico a quello toscano e piemontese (ed escludendo la gran parte dei garibaldini). Negli anni successivi viene introdotto un sistema fiscale e finanziario con nuove imposte, come la tassa sul macinato, che diffonde il malcontento tra i contadini. Un’altra importante tappa è stata la scelta di unificare la scuola e di costruire le strade e una ferrovia da nord a sud del paese lungo la dorsale adriatica. La ferrovia Adriatica – che esiste tuttora – fu una grossa impresa come la conquista del far west. E, anche lì, capitali, finanze, scandali… Queste sono le scelte immediatamente successive all’unificazione che – nel lungo periodo – sono state delle scelte vincenti perché l’Italia, anche se un po’ malmessa, è tuttora unita.

Le scelte compiute all’indomani dell’Unità, in nome della solidarietà e di certi valori, possono essere accostate prima alla reazione nei confronti dell’autoritarismo crispino e poi alla ribellione resistenziale antifascista, a suo avviso?

Dipende dalle scelte cui si fa riferimento. Riferendoci poi ai “valori” e alla “solidarietà”, non la trovo una chiave di lettura molto convincente; quindi sono un po’ perplesso nel rispondere, non condividendo le premesse. Come spiegavo per unificare l’Italia sono state fatte delle scelte “modernizzanti”, di fortissimo realismo politico e di forte impatto sulle realtà del paese, più che nel nome di solidarietà e valori. Anche l’autoritarismo di Crispi può esser visto come un portato estremo di questo decisionismo che però ha incontrato delle obiezioni ed è fallito. Riguardo alla Resistenza, certamente nell’antifascismo militante convergono ideali politici di varia natura – quelli dei comunisti, degli azionisti, dei cattolici. Ma a spingere i giovani a “andare in montagna” accanto a motivazioni etiche contribuirono anche necessità e spinte pragmatiche, come il sottrarsi alla leva repubblichina o all’occupazione tedesca.

Quali potrebbero essere altre scelte, in positivo, che sono state fatte a livello storico-politico in Italia e anche nel contesto europeo?

Una grande scelta è sicuramente l’ingresso dell’Italia nella prima guerra mondiale. È stata una decisione importante perché l’Italia unita non aveva mai vinto una guerra. L’Italia sarebbe potuta rimanere neutrale, come fece la Spagna. Alla fine l’esercito italiano, formatosi all’alba dell’Unità d’Italia, è riuscito a vincere con enormi sacrifici una guerra molto sanguinosa. Questa vittoria è stata senz’altro positiva per il paese, anche se ha provocato lacerazioni che hanno contribuito più tardi all’ascesa del fascismo. Un’altra grande scelta è la cosiddetta “svolta di Salerno” quando, immediatamente dopo la seconda guerra mondiale, il paese si è trovato diviso in due – le zone liberate al sud, l’occupazione e la Resistenza al nord. Nell’aprile del 1944 Palmiro Togliatti, segretario del partito comunista, agendo su diretta indicazione di Stalin, arrivò a Salerno dall’Unione Sovietica e dichiarò che il partito non avrebbe posto una pregiudiziale istituzionale: quindi accettò la monarchia, non ruppe con gli altri partiti e, in pratica, rinunciò a fare la rivoluzione alla quale molti militanti erano pronti. Fu una scelta di grandissimo rilievo storico che evitò all’Italia la sorte della Grecia dove c’era una situazione simile e vi fu una guerra civile sanguinosissima. Altre scelte importanti sono state l’adesione dell’Italia alla Nato nel periodo della Guerra fredda, il trattato di Maastricht sull’Unione europea, l’adozione dell’euro, e così via. Ma nella storia ci sono tante scelte, o decisioni, memorabili, a volte anche inventate, o enfatizzate dalle memorie storica. Si pensi al momento in cui Cesare passò il Rubicone, diventato un simbolo, o il giuramento di Pontida e Alberto da Giussano, un personaggio mai esistito ma oggi simbolo di un partito politico.

La psicologia della scelta può aiutare il lavoro storico dell’Occidente?

Credo che in storia si possa parlare di psicologia della scelta solo nel caso di scelte individuali. Più difficile applicarla alle scelte collettive. Prendiamo l’esempio di due casi recenti: il referendum sulla Brexit in Gran Bretagna e le elezioni di Donald Trump negli Stati Uniti. Agli inglesi è stato chiesto, in un modo un po’ incauto, “Volete rimanere oppure ve ne volete andare?” e loro rispondendo “Ce ne vogliamo andare” hanno fatto una scelta fondamentale per la storia contemporanea. Si può parlare di psicologia della scelta, in questo caso? Forse sì, perché la frustrazione degli inglesi di fronte alla paura di dover rinunciare alle proprie tradizioni a causa della legislazione europea o all’aumento degli stranieri dentro i propri confini ha influito nella decisione. In questo caso la componente psicologica di una scelta collettiva è molto forte. Come lo è stata probabilmente nelle elezioni statunitensi: lo slogan vincente “America first” di Trump ha messo l’accento su motivi psicologici, come – anche qui – la percezione di insicurezza, non coerente però con la realtà descritta dalle statistiche sull’andamento dell’economia o sulla criminalità dovuta all’immigrazione.

Credo che in storia si possa parlare di psicologia della scelta solo nel caso di scelte individuali. I fatti storici accadono per la casualità degli eventi ma anche perché ci sono delle motivazioni profonde.

In generale nei regimi politici dove il potere è concentrato in un singolo, come in una dittatura, la psicologia del singolo ha un’enorme influenza nelle scelte. Se parliamo di scelte individuali, in genere possiamo discutere di quei leader che hanno moltissimo potere, se non assoluto. Quando Nikita Chruščëv aveva installato i missili nucleari a Cuba, si era quasi sfiorata la terza guerra mondiale: le navi russe che portavano le ogive nucleari erano ormai vicine a Cuba e il presidente John F. Kennedy aveva mandato una flotta navale a contrastarle; a questo punto Chruščëv ha ordinato di tornare indietro. È stata una scelta individuale, forse necessaria e inevitabile, in un regime dove c’era una singola persona che poteva scegliere in un modo o in un altro. Oggi, se il leader della Corea del Nord dovesse decidere un attacco nucleare, potrebbe scatenare conseguenze molto gravi: purtroppo è una scelta che dipende solo da lui. Mentre nei regimi democratici e parlamentari le scelte passano attraverso dei meccanismi e delle procedure complesse, che coinvolgono i partiti, la maggioranza di governo, l’opinione pubblica. In questo caso non mi pare che le decisioni si possano esaminare sul piano della psicologia. Vi sono poi scelte, o decisioni individuali, casuali, incidentali. Prendiamo l’esempio del muro di Berlino. I tedeschi orientali, sempre di più, chiedevano il visto per andare a visitare i parenti nell’Occidente. Non sapendo più come fermarli, le autorità hanno detto: “State tranquilli perché abbiamo deciso che un giorno vi daremo il visto per andarci”. Un funzionario – credo un militare – pressato dalla domanda “Ma quando ce lo date?”, disse: “Anche subito”. Ma lo disse perché non sapeva cos’altro rispondere, non aveva ricevuto ordini precisi. Questo ha fatto sì che la folla prendesse d’assalto il muro, e a questo punto i militari non hanno avuto il coraggio di sparare come in genere facevano di fronte a singoli tentativi di fuga. Il muro è stato scavalcato in massa ed è crollato tutto.

Oltre alle scelte anche il caso decide la storia?

Ci sono due approcci alla questione. Si può parlare di pura casualità. Uno storico ha affermato che la storia romana dipese dal “naso di Cleopatra”: se il naso di Cleopatra fosse stato brutto, Antonio non si sarebbe innamorato di lei e la storia sarebbe andata in un altro modo. Tuttavia si può anche pensare che certe vicende, anche casuali, capitino perché ci sono le condizioni perché capitino. Prendiamo l’esempio appena fatto del muro di Berlino. Si può leggere la caduta del muro come un evento dettato da una frase oppure dalle condizioni che si erano create e che hanno fatto sì che questo succedesse. Erano cambiate l’economia, la politica e anche la psicologia al punto da far cadere il muro. Dunque, i fatti storici accadono per la casualità degli eventi ma anche perché ci sono delle motivazioni profonde: i singoli eventi, episodi, fatti e, a volte, incidenti influenzano sicuramente il corso della storia se, però, ci sono le condizioni perché questo avvenga.

Quali sono state le non scelte che se fossero state fatte avrebbero cambiato il corso della storia?

Un esempio classico: Vittorio Emanuele III che non ha firmato lo stato d’assedio nell’ottobre del 1922. Di fronte alla marcia su Roma, il presidente del consiglio Facta predispose un decreto di proclamazione dello stato di assedio, lo portò per la firma al re e questi decise di non firmarlo. Non sappiamo come sarebbero andate le cose se avesse firmato, ma sicuramente è stata una non scelta decisiva. Un altro esempio è quello della Spagna democratica che nel 1936 subisce la sollevazione delle truppe di Francisco Franco, chiede aiuto ai paesi europei che però decidono di non intervenire. Questa è una non scelta. E le non scelte sono comunque scelte: la non scelta è l’altro lato della medaglia delle scelte.

Parliamo anche delle scelte che vengono dal basso, come la cosiddetta Primavera araba. Come stanno cambiando le scelte con i nuovi mezzi di comunicazione di massa?

Intanto, questa definizione è un’invenzione occidentale: la chiamano “primavera” ricordando la Primavera di Praga ma nel mondo arabo nessuno le ha mai chiamate in questo modo. Comunque in Tunisia a seguito dell’arresto di un ragazzo, quindi di una vicenda specifica, la gente ha cominciato a radunarsi per strada ed è montata una forte ostilità verso il presidente e i suoi metodi autoritari. Grazie ai social media questi movimenti si sono diffusi in altri paesi dove la gente ha cominciato a dimostrare e a scendere in piazza, per esempio in Libia, in Egitto, in Siria, luoghi dove però gli esiti sono stati completamente diversi: se in Tunisia questi movimenti “dal basso” hanno portato a una democratizzazione, in Egitto hanno portato a elezioni e poi a un colpo di stato, in Siria − dove da sei anni ormai ci si massacra – hanno portato alla guerra civile. Sicuramente i social media e la mobilitazione popolare hanno influito su questi eventi ma non si è trattato sempre di scelte venute “dal basso”, o almeno le scelte “spontanee” sono state influenzate “dall’alto”, anche attraverso i moderni mezzi di comunicazione. Khomeyni, il leader persiano in esilio, diffondeva i suoi discorsi tramite videocassette che ebbero una forte influenza sull’opinione pubblica iraniana. Allora la videocassetta era il media di comunicazione di massa, oggi non più, però il tasso d’informatizzazione della popolazione, anche povera, è altissimo. Ormai quasi tutti possiedono uno smartphone. Ovviamente, questo alimenta la diffusione, consapevole o no, di notizie false, le cosiddette fake news, che possono scatenare grandi movimenti di massa. Non so, pertanto, fino a che punto si possa parlare di “scelte dal basso” visto che dipendono anche dalla diffusione – un po’ dall’alto – di notizie, vere o false che siano.

Un altro grande momento di scelte riguarda il rapporto Beveridge: un’azione rivoluzionaria e, indubbiamente, una scelta politica molto importante
per la sanità.

Una breve riflessione sulle scelte che hanno segnato la storia del sistema sanitario?

Non c’è dubbio che l’introduzione del vaccino del vaiolo – siamo alla fine del 700 – sia stata di grande importanza, e abbia suscitato una forte reazione negli ambienti conservatori, cattolici e reazionari. In quel caso la scelta era se applicare la nuova scoperta o meno. Anche oggi la scelta di rendere obbligatori i vaccini per l’accesso agli asili nido e alle scuole materne è una scelta impegnativa – discutibile e discussa – che coinvolge sia il significato della scienza sia il significato della libertà. Un genitore ha diritto di decidere se vaccinare o meno il proprio figlio, oppure no trattandosi di una scelta che incide sulla salute di tutti? Un altro grande momento di scelte riguarda il rapporto Beveridge, pubblicato in Inghilterra alla fine della seconda guerra mondiale, che segna la nascita del welfare moderno e di un sistema sanitario nazionale che assiste le persone dalla culla alla tomba: un’azione rivoluzionaria e, indubbiamente, una scelta politica molto importante per la sanità.

luglio 2017


Liberi di rischiare, liberi di sbagliare

Una cultura dell’errore più positiva nella gestione del rischio favorisce la collaborazione tra medici e pazienti

Fabio Ambrosino, Il Pensiero Scientifico Editore

“Gli americani non sanno cosa sia meglio per loro. Io lo so. So esattamente cosa è meglio per loro. Sono come bambini piccoli: dobbiamo reggere le loro dita appiccicose e pulire le loro bocche, insegnare loro la differenza tra giusto e sbagliato, dire loro cosa pensare, percepire e volere”. Le parole di Frank Underwood, cinico e spietato presidente degli Stati Uniti interpretato da Kevin Spacey nella serie televisiva House of cards, ben rappresentano il modo in cui può articolarsi la relazione tra esperti e non esperti. Spesso ci si aspetta che le proprie decisioni vengano prese da chi, per il suo status o le sue competenze, è ritenuto in grado di fornire soluzioni certe. Tuttavia, come sostiene Gerd Gigerenzer, psicologo direttore del Max Planck istitute for human development di Berlino e autore del libro Imparare a rischiare: come prendere le decisioni giuste, “i consigli degli esperti possono essere pericolosi” [1]. Dietro le indicazioni di una persona qualificata possono nascondersi fattori che, più che con una certezza empirica, hanno a che fare con un’avversione al rischio o un conflitto di interesse. In House of cards, il presidente Underwood si fa carico del destino dei cittadini americani per placare la propria sete di vendetta e appagare l’inesauribile ambizione. I medici, in alcuni casi, fanno quello che fanno solo per evitare una causa legale, a prescindere dagli effetti sulla salute dei loro pazienti. Per questi e altri motivi sarebbe opportuno, secondo Gigerenzer, educare già nelle scuole i cittadini del futuro a valutare i rischi associati a qualsiasi procedura, medica o non medica che sia, e gli esperti a riconoscerli, accettarli e comunicarli in modo trasparente.

Errare è umano (e necessario)

C’è sempre un rischio da considerare quando si opera una scelta o si prende una decisione, ma spesso si tende a nasconderlo in nome di un’impossibile certezza. “L’illusione del rischio zero non si limita a nascere nella testa della gente: viene messa sul mercato, adattata con cura al pubblico, fortemente pubblicizzata”, scrive Gigerenzer. Nel vocabolario della società della conoscenza, infatti, certezza significa potere: chi ha le risposte diventa necessario per gli altri. Ne risulta un atteggiamento nei confronti degli errori per cui si pensa sia meglio non correre rischi piuttosto che ammettere eventuali sbagli. “Questa – sottolinea lo psicologo tedesco − non è però una situazione favorevole all’innovazione, perché l’originalità costringe a correre dei rischi e a commettere, così facendo, degli errori. Niente rischi, niente innovazione”.

Non tutti i fallimenti, infatti, sono negativi. Alcuni sono necessari ai fini di una crescita personale e collettiva. Quando un bambino di tre anni dice, per esempio, “Io ando” al posto di “Io vado”, commette un errore positivo. A quell’età non può ancora sapere quali siano i verbi irregolari e quelli regolari e, poiché i primi sono più rari, deduce che la cosa più conveniente sia supporre che il predicato da lui scelto segua la coniugazione standard. “Questi sono errori buoni, funzionali: se un bambino decidesse di andare sul sicuro e usare solo i verbi che ha già sentito apprenderebbe molto più lentamente. O impari attraverso le mancanze o mancherai di imparare”.

C’è sempre, nel cammino della vita, una caduta da cavallo. — Massimo Recalcati

Nulla più dei propri sbagli permette infatti di crescere e di adattarsi alle richieste dell’ambiente, sia a livello individuale che organizza tivo. Scrive lo psicanalista e saggista Massimo Recalcati: “La via autentica della formazione è la via del fallimento. (…) La formazione è erranza, discontinuità, incontro, rottura col familismo. C’è sempre nel cammino di una vita una caduta da cavallo, un incontro con la terra, un faccia a faccia con lo spigolo duro del reale” [2]. Perché, dunque, nascondere un possibile fallimento? A livello organizzativo, la risposta a questa domanda dipende dall’atteggiamento nei confronti degli errori che caratterizza gli appartenenti a una comunità. In una cultura dell’errore positiva gli sbagli vengono comunicati in modo trasparente e persino incoraggiati al fine di creare, paradossalmente, un ambiente più sicuro ed efficiente. Secondo Gigerenzer, un esempio virtuoso in questo senso è rappresentato dalla compagnia aerea Lufthansa: “Anziché dare l’illusione della certezza, dicono esplicitamente quante volte cade un aereo, una su dieci milioni di voli”. Inoltre, all’interno dell’organizzazione gli errori gravi vengono notificati da chi li commette e documentati da un gruppo ad hoc che riporta l’informazione all’intera comunità aziendale. Un meccanismo che favorisce un approccio costruttivo nei confronti degli errori e permette ai dipendenti di imparare dagli sbagli dei colleghi, contribuendo a rendere i voli sempre più sicuri.

La cultura dell’errore in medicina

Una cultura dell’errore negativa si caratterizza invece per un’elevata avversione al rischio e la tendenza a nascondere i propri sbagli per il timore di perdere quote di potere o di essere puniti. Un esempio in questo senso è, purtroppo, quello della sanità. “In medicina la cultura dell’errore è in gran parte negativa e le notizie sugli eventi critici sono rare”, scrive Gigerenzer. “Incombe sempre la minaccia delle cause legali, per cui gli ospedali sono dominati da una medicina difensiva che spinge i dottori a vedere i pazienti come potenziali querelanti. Di conseguenza, gli errori vengono spesso nascosti”. Un approccio che non contribuisce all’avanzamento delle conoscenze e con effetti indiretti rilevanti: secondo le stime di Martin Makary e Michael Daniel, ricercatori della Johns Hopkins university school of medicine di Baltimora e autori di una pubblicazione in merito su The BMJ, solo negli Stati Uniti muoiono a causa di errori medici più di 250.000 persone ogni anno [3]. Parafrasando le parole di un noto addetto alla gestione dei rischi: “Se le compagnie aeree avessero la cultura della sicurezza di un ospedale, cadrebbero due aerei al giorno”.

Se le compagnie aeree avessero la cultura della sicurezza di un ospedale, cadrebbero due aerei al giorno. — Addetto alla gestione dei rischi

In ambito medico gli errori spesso non vengono accettati e discussi. Al contrario, gli addetti operano in modo da tutelarsi nel caso questi dovessero manifestarsi, talvolta esponendo i pazienti a procedure inutili e trattamenti invasivi. Gigerenzer le definisce decisioni prudenziali: “Una persona o un gruppo valuta che l’opzione migliore, data la situazione, sia A, ma sceglie B, meno buona, per proteggersi nell’eventualità che qualcosa non funzioni”. Si prenda ad esempio il caso dello screening per il cancro alla prostata con il test del Psa. Nonostante non esistano evidenze utili a concludere che questa procedura riduca il tasso di mortalità associato alla neoplasia o migliori la qualità della vita [4], moltissimi clinici la consigliano ai propri pazienti senza conoscere, o comunque non comunicando, le sue reali potenzialità. “Numerosi medici sono convinti di non avere scelta e di dover prescrivere per forza sempre più esami, medicine o interventi, anche a rischio di danneggiare il paziente”, aggiunge Gigerenzer. “Ma sicuramente non consiglierebbero cure del genere al coniuge o ai figli, meno pericolose sul piano legale”. Il ricercatore del Max Planck cita quindi un sondaggio realizzato in Pennsylvania in cui si chiedeva a 824 tra medici rianimatori, radiologi, ostetrici, ginecologi, chirurghi generali, chirurghi ortopedici e neurochirurghi se facessero medicina difensiva. Dai risultati è emerso che il 93% degli intervistati aveva fatto scelte di questo tipo, alcuni dei quali molto frequentemente. In particolare, il 59% degli operatori coinvolti aveva dichiarato di prescrivere più esami del necessario, il 52% di mandare i pazienti da altri specialisti senza necessità, il 33% di prescrivere più medicinali (antibiotici compresi) di quelli indispensabili da un punto di vista medico e il 32% di suggerire procedure invasive (tipo biopsia) per confermare una diagnosi [5]. D’altronde, come recita un detto diffuso tra i medici, nessuno viene mai querelato per eccesso di cure.

Convivere con l’incertezza

Questa situazione potrebbe trarre vantaggio da una cultura dell’errore più positiva, che accetti i fallimenti e se ne serva per migliorare le prestazioni offerte? È ragionevole pensare di sì. Tanto più che, solitamente, un approccio di questo tipo comporta un aumento della fiducia dei pazienti nei confronti dei medici. Gigerenzer riporta il caso di Matthias Rothmund, professore di chirurgia della Philipps university di Marburg, al quale capitò di dimenticarsi una pinza chirurgica all’interno del corpo di un paziente. Immediatamente, il medico informò l’interessato, rimosse il corpo estraneo e denunciò il fatto all’assicurazione, che erogò un risarcimento per il danno subito. “Il chirurgo fu perseguitato a lungo dal ricordo del suo errore”, racconta lo psicologo, “ma cinque anni dopo il paziente tornò nel suo studio con un’ernia e disse che voleva essere operato da lui. Rothmund ne fu sorpreso, ma il paziente gli spiegò che si fidava di lui e della sua clinica, proprio perché aveva subito riconosciuto e corretto il proprio errore”.

Una maggiore trasparenza potrebbe quindi influire positivamente sul rapporto di fiducia tra medici e pazienti, lasciando ai primi maggiori spazi di manovra e liberandoli dalla costante minaccia di cause legali. Per raggiungere questo obiettivo è però necessario che gli operatori sanitari siano prima di tutto capaci di riconoscere e comunicare adeguatamente i rischi associati alle procedure. “La causa principale [di questa situazione] è l’incredibile inefficienza delle facoltà di medicina in fatto di alfabetizzazione al rischio”, scrive Gigerenzer. “Gli studenti devono memorizzare tonnellate di fatti intorno a moltissime malattie, comuni o rare, ma non imparano quasi mai né a pensare statisticamente né a valutare criticamente gli articoli scientifici”. Una maggiore capacità di gestione del rischio potrebbe, in aggiunta a una cultura dell’errore più positiva, favorire invece la collaborazione tra medici e pazienti, responsabilizzando questi ultimi in merito alle scelte riguardanti la loro vita. L’alternativa, infine, è quella di affidarsi passivamente alle scelte dell’esperto di turno, avendo a disposizione come unica arma di difesa quella a doppio taglio della querela.

I 5 consigli di Gerd Gigerenzer per la gestione del rischio in ambito medico

G. Gigerenzer

  1. Chiedere ai medici di usare la frequenza e non la probabilità di un evento singolo.
  2. Chiedere ai medici di esporre i rischi in termini assoluti e non relativi.
  3. Informarsi se l’ospedale in cui ci si trova utilizza delle checklist e, se la risposta è no oppure non arriva, andarsene da un’altra parte.
  4. Chiedere ai medici cosa farebbero se si fosse un loro parente stretto.
  5. Rivolgersi a un medico solo quando si sta veramente male.

Molti modelli della razionalità umana considerano la mente come una sorta di entità sovrannaturale, dotata di capacità di ragionamento demoniache, conoscenze illimitate e tempi potenzialmente infiniti per prendere decisioni. Ma queste idee sono semplicemente in conflitto con la realtà.

Gerd Gigerenzer & Peter M. Todd, Précis of simple heuristics that make us smart

Gerd Gigerenzer è uno psicologo tedesco, direttore del Max Planck institute for human development di Berlino e autore di numerosi manuali e saggi divulgativi.
Le sue ricerche si basano sull’idea di una razionalità limitata che porta gli esseri umani a utilizzare delle scorciatoie cognitive, le cosiddette euristiche, al fine di interagire con l’ambiente in modo adattivo.
Le teorie di Gigerenzer rappresentano però un’evoluzione di questi concetti, descritti in origine dall’economista e cognitivista statunitense Herbert Simon. Egli ha infatti dimostrato che in presenza di particolari condizioni l’utilizzo delle euristiche permette di operare scelte persino migliori di quelle ottenibili attraverso un ragionamento di tipo razionale-statistico. Un effetto che dipende tuttavia dalla modalità in cui vengono rappresentate le informazioni a disposizione. Per esempio, si deve a Gigerenzer la scoperta che i dati presentati in forma di frequenze naturali, piuttosto che in termini di probabilità numeriche, permettono di trarre inferenze più accurate.

Bibliografia

[1] Gigerenzer G. Imparare a rischiare. Come prendere le decisioni giuste. Milano: Raffaello Cortina Editore, 2015.
[2] Recalcati M. La formazione passa per la via del fallimento. MinimaetMoralia.it; pubblicato il 16 marzo 2011.
[3] Makary MA, Daniel M. Medical error – the third leading cause of death in the US. BMJ 2016; 353: i2139.
[4] Prasad V. The new recommendations for prostate cancer screenings are a bad deal. STATnews.com; pubblicato l’11 aprile 2017.
[5] Studdert DM, Mello MM, Sage WM, et al. Defensive medicine among high-risk specialist physicians in a volatile malpractice environment. JAMA 2005;293:2609-17.

luglio 2017


La fotografia in alto è di Helen Melissakis: “Wrong Way”. Flickr Creative Commons.

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